Funerale negato per il giovane Antonio ucciso a Napoli

Funerale negato per il giovane Antonio ucciso a Napoli

20130131_minichiniLa decisione di negare i funerali pubblici per Antonio Minichini, il ragazzo di 18 anni ucciso nei giorni scorsi in un agguato insieme al ventenne Gennaro Castaldi, rischia paradossalmente di allontanare gli abitanti del quartiere di Ponticelli dallo Stato e dalle sue istituzioni e di far ripiombare il quartiere nella situazione di pericolo della fine degli anni Ottanta: lo ha detto il pm della Dda Vincenzo D’Onofrio nel corso della requisitoria per la “strage di San Martino” del 1989, quando davanti a un bar di corso Ponticelli furono uccise sei persone tra cui quattro innocenti. Prima di chiedere undici condanne all’ergastolo e sei condanne a vent’anni per i diciassette imputati, D’Onofrio ha fatto un paragone tra la situazione in cui versava il quartiere 24 anni fa e quella odierna. «Si rischia – ha detto il pm – di tornare a quel clima di odio cieco e violenza, perdendo tutto ciò che di buono è stato fatto negli ultimi anni. Anni in cui il clan Sarno è stato sconfitto e sradicato dal territorio, molti boss si sono pentiti e la gente ha cominciato a sperare in una vita diversa». «Uno Stato autorevole – ha proseguito D’Onofrio – deve far sì che le persone si fidino delle istituzioni. Uno Stato autorevole deve essere giusto e la decisione di negare i funerali per un ragazzo che veniva da una famiglia di camorristi, ma camorrista non era, è stata percepita nel quartiere come assolutamente ingiusta. In queste ore gli amici di Antonio Minichini, tanti giovanissimi come lui, si sentono lontani dallo Stato». Questo è grave, secondo il pm, soprattutto in una città in cui le istituzioni, civili e religiose, «hanno concesso alla camorra fin troppo»: D’Onofrio ha fatto l’esempio del Giglio Insuperabile, l’obelisco di cartapesta realizzato dal clan Cuccaro e benedetto in chiesa negli anni scorsi prima di sfilare in processione per le strade del quartiere Barra, attiguo a Ponticelli. «Negli ultimi anni – ha detto infine il pm – i presidi dello Stato, come le caserme dei carabinieri di Cercola e Castello di Cisterna, erano considerati luoghi ai quali rivolgersi per ottenere un aiuto concreto. Ora si rischia che questo sentimento cambi». La sentenza per la strage del 1989 è attesa per fine febbraio. La risposta del questore di Napoli non si è lasciata attendere: «Il divieto di celebrare funerali pubblici e solenni per Antonio Minichini è un modo per tutelare gli stessi familiari del ragazzo ucciso e non impedisce che i suoi amici si raccolgano in maniera composta attorno al feretro nel cimitero, al momento della benedizione». Lo ha detto Luigi Merolla, commentando la requisitoria del magistrato. «Il trasporto della salma – ha chiarito Merolla – non deve avvenire in forma pubblica e solenne per assicurare la tutela dell’ordine pubblico. La decisione non è stata presa sulla base della personalità di Antonio Minichini, ma del contesto sociale in cui era inserito. Il ragazzo era nipote di Teresa De Luca Bossa, una delle poche donne detenute in regime di 41 bis: qualcuno potrebbe approfittare del corteo funebre per organizzare un altro agguato ai danni dei familiari della vittima, oppure gli amici del diciottenne ucciso potrebbero imporre ai negozianti di tirare giù le saracinesche: non sarebbe la prima volta. Pur provando profondo dolore per una giovane vita spezzata così presto, ritengo dunque che il divieto sia d’obbligo, proprio per tutelare tutti».

m.amelia

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