Mar. Lug 23rd, 2019

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“Fuori i busti da Cavour e Cialdini”, affondo revisionista di Schifano

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La manifestazione del Corno Show si trasforma in un vigoroso attacco agli invasori sabaudi
di Gianmaria Roberti

Eroe risorgimentale, liberatore dal brigantaggio, patriota. Macché: “Un cialtrone”. È finita che invece di scacciare i Maya, quel corno rosso ha avuto il potere postumo di respingere gli “invasori” sabaudi. A suonare la carica revisionista il più napoletano degli intellettuali francesi, il cittadino onorario Jean-Noël Schifano (foto), inorridito dai busti di Cavour e del generale Cialdini (il “cialtrone”), esposti alla camera di commercio di Napoli. Qui, si celebrava il Corno Show, la presentazione delle 36 sculture di corni portafortuna, da esporre nelle vie della città. Iniziativa scaramantica dell’ente camerale, nell’attesa della tragicomica profezia sull’apocalisse del 21 dicembre. Ma al vernissage aleggiava la fine di un altro mondo, quello del regno di Napoli, imploso anche sotto le cannonate del generale Enrico Cialdini. “Un criminale di guerra” per le avanguardie neoborboniche di oggi. Un conducator che annotava nel sua diario di guerra: 8.968 fucilati, tra i quali 64 preti e 22 frati; 10.604 feriti; 7.112 prigionieri; 918 case bruciate; 6 paesi interamente arsi; 2.905 famiglie perquisite; 12 chiese saccheggiate; 13.629 deportati; 1.428 comuni posti in stato d’assedio. Su Gaeta scaricò160 mila bombe, causando 4000 vittime tra civili e militari. Le sannite Casalduni e Pontelandolfo furono rase al suolo, e i morti compresi tra i 100 e i 1000. Briganti, malfattori, selvaggi? No, africani, tagliava corto il liberatore. “Questa è Africa! Altro che Italia. I beduini a confronto di questi cafoni sono latte e miele” scriveva Cialdini a Cavour da Napoli, dove il primo ministro lo spedì nell’agosto 1861, luogotenente del re e luccicante di poteri eccezionali. Casomai avesse voluto tenere a bada, senza formalismi, quella plebe belluina. Divenuta italiana a sua insaputa. Un compito al quale, con la pena nel cuore, mai si sottrasse “il boia del Volturno che ha indegnamente un busto in questa città”, come pacatamente lo tratteggia Schifano. Proprio lui, l’ex direttore dell’istituto francese Grenoble, ora uomo-simbolo del colosso editoriale Gallimard, autore del “dizionario amoroso di Napoli” e di Neapocalisse, atto d’amore verso la sua città adottiva, difesa a colpi di citazioni enciclopediche nei giorni dell’armageddon dei rifiuti. Altro che profezia Maya. “Con l’unificazione – disse in un’appassionata arringa Schifano -, i reali Savoia vollero trasformare Napoli in una città provinciale, senza successo, saccheggiandone gli immensi tesori. Non riuscirono a governare perché refrattaria, persino usando la collaborazione della Camorra e dei capi di quartieri. Napoli si vide privata, negli anni, di spazio e creatività. Il genio partenopeo si rifugiò nell’illegalità”. Una furente riscrittura della narrazione patria. E quindi Schifano non ci vede più, a trovarsi di faccia quei due busti. In quel palazzo neorinascimentale costruito con fondi donati proprio da Cialdini, svettante in piazza Borsa, l’apoteosi della retorica unitarista, dove al centro campeggia la statua di Vittorio Emanuele II. L’odiato “re sciaboletta”. Sul corno dell’artista Lello Esposito, Schifano vendica le armate di briganti, e autografa con la scritta “Cialdini è un cialtrone”. E Maurizio Maddaloni, presidente della Camera di Commercio di Napoli, prende atto e rilancia: “Nei giorni del mio insediamento avrei volentieri incappucciato quel busto di Cialdini e anche l’altro che gli è di fianco, perché sono figure che con il popolo napoletano hanno ben poco a che fare”. Forse una riflessione si è aperta, dopo il gesto dadaista di Schifano. L’intellettuale (controcorrente) che ama Napoli.

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