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Gay Pride, la disarmata festa variopinta dell’inclusione

Gay Pride, la disarmata festa variopinta dell’inclusione
di Rosaria Fortuna

Sabato a Roma c’è stato il Gay Pride con una partecipazione di 500mila persone.
Quest’anno il tema era la Resistenza, la Brigata Arcobaleno, e come ormai accade da anni, una folla colorata e viva ha attraversato Roma per manifestare, pacificamente, e testimoniare la propria appartenenza affettuosa al genere umano, pur nella diversità di una scelta affettiva. Un fatto neppure così strano, visto che essere diversi è la regola. Solo che diventa necessario manifestare per affermare ciò, quando in virtù di scelte private differenti si vogliono negare dei diritti civili, a chi semplicemente non riconoscendosi in un orientamento sessuale deve essere costretto a negarsi la possibilità di un affetto.
“Soli si vive male” – scrive un mio amico sulla sua bacheca Fb per testimoniare il suo modo di essere gay e umano.
Perché ci interessiamo alle vite degli altri, al punto di doverne discutere le preferenze sessuali, preferenze che in quanto scelte private non ci devono interessare, visto che esiste una differenza tra vita pubblica e vita privata da secoli?
Su questa domanda si gioca tutto il nostro modo di guardare al mondo, e di muoverci per il mondo. Partendo da una considerazione semplice potremmo dire che è una questione di curiosità
La curiosità è una delle caratteristiche più perniciose degli esseri umani. La molla di tante cose belle ma anche di tante disgrazie.
Le vite degli altri sono una forma di narrazione. Dalla notte dei tempi ci piace ascoltare storie sempre nuove, possibilmente quelle a noi più prossime, così da sentirci rassicurati. Eppure questo non basta. Semplicemente perché esiste la diversità. Una cosa su cui sbattiamo la testa praticamente ogni attimo della nostra vita, e che apprezziamo al punto da ricercarla, attraverso il cibo, l’arte, la moda, mentre le persone diverse da noi ci spaventano. La ragione? Pensiamo che se una persona è totalmente uguale a noi mai potrà deluderci, farci male, arrecare danno al mondo in cui viviamo. Eppure il cinema, la letteratura, ma anche le scoperte di tutti i tipi, ci hanno insegnato che è la mancanza di omologazione, la diversità il vero punto di incontro e di svolta per l’umanità. Questa scoperta però mette in discussione le nostre certezze, disturba le nostre abitudini. Una scoperta dolorosa perché ci rivela dell’altro quella che è l’unica cosa che ci ostiniamo ad ignorare, e che ha a che fare con la comune dimensione esistenziale: l’altro è un essere umano come noi. Questa scoperta rende la nostra ricerca del male in chiunque, un’operazione meschina e perciò stesso inutile. Eppure per evitare di arrivare a questo abbiamo creato uno Stato a cui deleghiamo l’uso della forza. Abbiamo compilato codici con regole di diritto condivise. Abbiamo ratificato convenzioni di tutti i tipi e con paesi differenti. Convinti che creare i presupposti per il riconoscimento di una identità comune, in quanto appartenenti al genere umano, avrebbe creato i presupposti per un miglioramento delle qualità della vita di ogni essere umano. Poi accade che in un mondo regolamentato, perfettamente, prenda il sopravvento la paura di essere diversi. E così la narrazione delle vite che ci appaiono diverse, estranee diventa un modo per separare.
Un esempio?
Gli stranieri sono diversi da noi.
Le donne sono diverse dagli uomini.
Gli omosessuali e le lesbiche sono diversi.
A leggere in fila queste frasi il primo e unico impulso è quello di sorridere, come si fa di fronte ad affermazioni approssimative. Solo che nel momento in cui qualcuno inizia ad essere consapevole della propria diversità deve prenderne atto, proprio per non subire ingiustizie gratuite. L’unico modo per non escludere dalla sua vita chi la pensa diversamente da lui è includerlo, proprio per evitare frasi di questo genere.
E per includere chiunque, il modo più semplice è quello di festeggiare. Le feste sono un fatto culturale e la possibilità più immediata per entrare in realtà differenti dalla nostra in maniera semplice, leggera. La curiosità verso gli altri fa il resto. È così si iniziano a frequentare i ristoranti cinesi, i ristoranti indiani, quelli giapponesi e il Pride.
Perché il Pride? Perché la curiosità nei confronti di chi non è eterosessuale è legata ad un’idea distorta come è quella di osservare un altro nel suo privatissimo, e per questa ragione volergli negare l’appartenenza al genere umano. Come se preferire il cioccolato alla panna ci trasformasse in esseri umani non degni di diritti. Ma nella vita conta essere consapevolmente quello che si è, e la grande festa del Pride ci dimostra che ci sono persone fiere di essere ciò che sono, e che la diversità sessuale non è una vergogna.
Si può essere contrari a questo? No e così mettersi in marcia per le strade di Roma, in mezzo ad una folla colorata e festante fatta di famiglie, bambini, carri con rappresentazioni di noi e dei nostri sentimenti, rende tutto uguale, normale. Siamo esseri umani poli prismatici. I Pride servono a ricordarcelo, mentre a piedi incontriamo esseri umani come noi. Appassionati e disarmati.

In copertina un fotogramma del Gay Pride di Roma

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