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Itinerari & Scoperte / 3

Itinerari & Scoperte / 3

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I luoghi interni del Cilento tra paesaggi, natura e storia
Paestum, Roccadaspide, Castel San Lorenzo, Aquara, Bellosguardo

Il primo giorno

William Stanley Haseltine – Tempio di “Cerere a Paestum”-Walters

Non c’è un tempo per guardare il mare. Eppure proprio con lo sguardo rivolto verso l’infinito sopraggiunge l’ansia di un rifugio che d’improvviso appare lontano, quasi impossibile. E allora ti volti, magari stanco per quell’approdo che appariva quasi improbabile nei giorni trascorsi per mare. C’è voglia di un porto sicuro, di un contatto più forte con la terra. Siamo a Paestum che, fondata (secondo Strabone) dagli Achei di Sibari come centro commerciale marittimo al principio del VI sec. a.C. con il nome di Poseidonia, sarebbe divenuta Paistos (o Paistom) con i lucani e Paestum con la conquista romana (III sec. a.C.), mantenendo il privilegio unico di battere moneta bronzea fino ai tempi di Augusto e di Tiberio, in premio della fedeltà dimostrata a Roma durante le guerre puniche. E non è difficile immaginare il motivo per cui gli antichi coloni greci, osservando i paesaggi luminosi della sconfinata pianura pestana digradante verso il mare, avessero forse l’impressione di avere ritrovato le sponde di una novella Grecia, costruendo sulla foce del Sele un santuario (fiorito tra la fine del VII e il IV sec. a.C. e abbandonato definitivamente in età tardo-antica), i cui resti sono oggi identificati con il tempio di Hera Argiva.

Il paesaggio di Paestum in una veduta del 1898

Eppure la vita in questa terra è stata anche grama, avvilita dall’avanzamento di paludi e acquitrini che, a partire dal tardo impero romano, avrebbero progressivamente reso mefitica e inospitale l’intera piana del Sele sino alla bonifica fascista. Ecco perché furono in tanti gli abitanti della piana che fecero il percorso inverso, risalendo verso le colline vicine per sfuggire prima alle invasioni barbariche e, poi, alla malaria. Solo le bufale,  ritratte nei dipinti di fine Ottocento mentre pascolano allo stato brado con, sullo sfondo, i celebri templi (popolarmente noti come Basilica, Tempio di Cerere e Tempio di Nettuno), potevano resistere al morso delle zanzare malariche, a cui mandriani e contadini cercavano di sottrarsi evitando il più possibile di avvicinarsi alla pianura infestata durante i caldi mesi estivi. Con un ultimo sguardo a Paestum ammiriamo la magnificenza dei suoi templi, costruiti dai Greci sui punti più solidi ed eminenti della roccia, la cui riscoperta si deve ai Borboni, durante il regno di Carlo III, che volle costruire quella che è oggi conosciuta come la Statale 18. E proprio grazie a questa strada arrivarono i viaggiatori stranieri, visitatori di una terra che nei racconti di viaggio del Rinascimento e del Grand Tour  veniva spesso confusa con Agropoli e il Golfo di Policastro.
Riprendiamo il nostro cammino a ritroso nel tempo, costeggiando la vecchia strada ferrata fino al comune di Capaccio (di cui Paestum è la frazione più famosa). Da qui è tutto un salire lieve e gradevole verso il centro storico eretto sul monte Calpazio, tra querce e ulivi, lungo i tornanti del fondovalle da cui si scorge il Monte Alburno. La calura estiva è intensa ma l’aria si fa subito più fresca.

Gladiatori romani

Ci fermiamo, tutt’intorno è un incanto. Abbiamo lasciato il litorale da non più di trenta minuti, eppure ci ritroviamo tra boschi fitti e inaccessibili, al punto di costituire l’unica via di fuga per i superstiti della rivolta di Spartaco, lo schiavo che nel 73 a.C., insieme ai galli Crixo ed Enomao, capeggiò la violenta insurrezione della scuola dei gladiatori di Capua contro gli oppressori romani. I ribelli conseguirono diverse vittorie contro i legionari e, dopo due anni di fuga, gloria e battaglie, Spartaco e i suoi uomini arrivarono proprio da queste parti, nelle gole del Tremonti, non lontane da Giungano, piccolo centro che dalla sua collina guarda verso Capaccio. Secondo la leggenda i fuggiaschi si sarebbero nascosti tra i boschi e gli aspri rilievi di quella che, nella cartografia del XVII secolo, è riportata, non a caso, come “Rocca dell’Aspro”.
Deriverebbe appunto da qui il nome dell’attuale centro di Roccadaspide, che invece alcuni vorrebbero attribuire, erroneamente, alla presenza dell’aspide, che da sempre vive e si riproduce su queste colline.
Al nostro sguardo si apre il paesaggio luminoso della valle del Calore, ma basta aggirare un vallone per ritrovarci nuovamente immersi nel bosco. Stavolta ci accolgono i roveri e i castagni e ci accompagnano sino a Roccadaspide, sempre più vicina. Sulla sinistra, in alto, un castello abbandonato si offre allo sguardo ma un altro subito si staglia di fronte: stiamo raggiungendo il centro del paese e, infatti, dopo poco più di un chilometro, ci ritroviamo nella sua piazza principale, dove troneggia il castello dei Filomarino, in ottimo stato di conservazione.
Di Roccadaspide e del suo castello scrive Giambattista Vico in una delle sue poesie, ricordando gli amici con cui aveva banchettato per festeggiare il matrimonio di Giambattista Filomarino, ottavo principe di Rocca d’Aspro, con Maria Vittoria Caracciolo nel 1722. Pietro Ebner (Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, 2° vol.). Secondo alcune fonti il castello risalirebbe al 1245, quando Federico II pose l’assedio a Capaccio, ma altri lo fanno risalire addirittura al 1092 secondo un documento di Gregorio di Capaccio in cui si parla del “Castello di Rocca”. Sono state formulate altre ipotesi, prive però di sostegno. Sicuramente prima dell’attuale costruzione doveva essere una rocca fortificata al tempo dei Principi longobardi del ducato di Benevento, ampliato con nuove opere difensive sotto la baronia dei Fasanella, avvicinandosi al suo aspetto attuale con le installazioni difensive quattrocentesche del ramo della famiglia Sanseverino, Baroni del Cilento. Una volta tramontato il potere di questi ultimi, alla fine del XVI secolo, il castello divenne proprietà della famiglia dei Filomarino, signori di Roccadaspide.

Il castello di Roccadaspide

Il castello Filomarino
Il castello, munito di torri, fossato e ponte levatorio, aveva innanzi un’ampia piazza con una fontana. Come ricorda Pietro Ebner (Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, vol.II), una tradizione popolare racconta di un passaggio segreto sotterraneo di circa mezzo km, che dal castello portava in aperta campagna, di una miniera di sale nella sua colline e di cannoni poi adibiti per la fusione della campana grande del monastero femminile di Rocca dell’Aspro. Oggi il castello, che nei secoli ha subito varie aggiunte e trasformazioni, si presenta come una fortezza quattrocentesca, situato su un’altura granitica a dominio della sottostante Valle del Calore, e ha di fronte il monte Alburno, sul lato nord, mentre a sud il monte Vesole. Con un perimetro di 400 metri è costituito da 33 stanze e 7 torri di cui 2 quadrangolari e 5 cilindriche. Come scrive Andrea Orlando (http://www.icastelli.it/castle-1237572606-castello_di_roccadaspide-it.php), all’interno delle mura sono presenti ambienti un tempo adibiti a prigioni e camera dei supplizi nonché i giardini della Corte. In epoca feudale vennero erette intorno al castello varie strutture caratteristiche del periodo medioevale (tra cui una cinta muraria, torrette di avvistamento, un ponte levatoio in legno, una cisterna, due porte artistiche dalle quali si accedeva al centro urbano, il macello della Corte, depositi, capannoni, recinti per animali, la vigna della Corte) di cui rimangono solo poche tracce.

Ingresso del castello di Roccadaspide

Ci avviciniamo con soggezione e, attraverso una gradinata esterna settecentesca e un passaggio a volta, entriamo in una piccola corte, simile a quelle dei palazzi quattrocenteschi; da qui si sale per una scalinata con porticato, al piano abitato dagli attuali proprietari.
Le porte dell’antico maniero sono aperte, troviamo ad accoglierci il dottore Giuliani. Sarà l’aria del castello ma gli anni che avanzano non ne hanno intaccato l’agilità: con passo spedito ci accompagna ai piani superiori, ricostruiti dopo i bombardamenti alleati del ’43 (indotti dall’erronea convinzione della presenza del comando tedesco nel castello), dove sono conservati ancora alcuni cimeli araldici e opere d’arte, tra saloni e stanze un tempo destinati alle famiglie principesche e alla corte.

Porticato del primo piano del castello di Roccadaspide, proprietà della famiglia Giuliani dalla fine del XIX secolo

C’è poi, a vista, un libro in cui gli ospiti di riguardo lasciano una firma o un ricordo della loro presenza al castello. E certo di bella gente di qui ne è passata: attori, politici, uomini di scienza.  Le loro fotografie sono appese alle pareti bianche mentre, da uno dei balconcini affacciati sull’abitato circostante, si osservano le tracce delle antiche mura che circondavano il castello (che oggi incorporano costruzioni e abitazioni) e il suggestivo centro storico del paese, ancora intatto.

La piazza principale di Roccadaspide vista dal castello

Più oltre lo sguardo si perde tra i colori e i paesaggi della valle del Calore. L’impatto visivo è immediato: strano che solo in questi momenti ci si renda conto di quanta bellezza ci sia nelle aree interne e dimenticate della provincia di Salerno. Eppure Roccadaspide è  il più importante centro agricolo e commerciale dell’alta Valle del Calore e la sua rilevanza è anche di tipo amministrativo, grazie alla presenza di un istituto scolastico polivalente e dell’ospedale civile. La cittadina, con quasi ottomila abitanti, è dunque il punto di riferimento dell’intera zona. Non mancano chiese di notevole importanza artistica e architettonica, tra cui, nella piazza XX settembre, praticamente a ridosso del castello, quella del Carmine, risalente al XVIII secolo, ottimamente restaurata, con un altare maggiore barocco in marmi policromi. Vi fa eco, nel centro storico, la chiesa dell’Assunta, che conserva una splendida Immacolata Concezione, dipinto da un ignoto autore della scuola del Caravaggio, un’Addolorata, opera di Cesare Bacco (1606), e due tavole cinquecentesche raffiguranti Sant’Antonio e San Domenico.
Prima di rimetterci in viaggio vogliamo anche verificare le confortanti notizie ricevute sulla bontà della gastronomia e del vino locali. Negli ultimi tempi Roccadaspide ha goduto di una notevole vivacità economica, anche nel campo della piccola imprenditoria, come rivelano i numerosi ristoranti-osterie, che si ritrovano all’interno e all’esterno della cinta urbana. Ne scegliamo uno, a caso, e le nostre aspettative non vengono deluse:  il pranzo si rivela un incontro poetico con i sensi, tra salumi, mozzarella e ricotta della vicina Capaccio, pasta fatta in casa, carne ai ferri e abbondanti verdure. La signora che ci serve al tavolo ci assicura la provenienza dei funghi dai vicini boschi: il loro sapore è davvero eccellente.

Museo della Civiltà Contadina

Naturalmente il tutto bagnato con il vino di Castel San Lorenzo, mèta, tra l’altro, della nostra prossima tappa. Terminato il pranzo ci arriviamo infatti in un attimo. Lo si intravede dopo pochi tornanti, costruito interamente su uno sperone. I segni delle sue origini longobarde si sono perse nel tempo ma il centro abitato è così ben conservato da farci intuire i sacrifici di una collettività che, seppure numericamente diminuita, ha profuso ogni sforzo nel tentare di non abbandonare il territorio, provando a coniugare la grande risorsa del vino con le necessità del suo sviluppo economico.

Castel S. Lorenzo

Non possiamo dunque ignorare il centro antico di origine medievale, alla cui sommità si erge il palazzo dei principi Carafa (costruito tra il 1272 e il 1337). Le chiese più antiche, edificate al limite del centro storico, risalgono invece al XVIII secolo: Santa Maria dell’Assunta, San Giovanni Battista e la Chiesa dei Santi Cosma e Damiano, meglio noti come i santi medici, particolarmente venerati nella Valle del Calore e della Piana del Sele.
Di particolare importanza la prima (chiesa di Santa Maria dell’Assunta), risalente al 1713, alla quale venne dato questo nome − ci spiega il signor Giovanni Calandra che gentilmente ci accompagna − perché sull’altare maggiore si venera una statua identica a quella del santuario mariano del Monte di Novi Velia sul Gelbison. Ed è sempre seguendo il signor Calandra che scopriamo, nel cuore del centro antico, un piccolo museo della civiltà contadina e dell’artigianato locale. Il museo, probabilmente uno dei più piccoli d’Italia (si sviluppa in appena 25 metri quadrati), descrive le abitudini e le tradizioni locali attraverso l’esposizione di suppellettili e utensili tradizionali della vita quotidiana della popolazione di Castel San Lorenzo. Una realtà antica, fatta di sudore e intensa fatica, con attrezzi per la semina, la raccolta, il trasporto dei prodotti raccolti nei campi. In questo modo, ci raccontano i responsabili del museo, si cerca non solo di far conoscere a quanti vengono a visitare Castel San Lorenzo fuori dai normali circuiti turistici, ma soprattutto di avvicinare le nuove generazioni alla memoria dei loro padri, a ciò che ha rappresentato la forza e la ragione stessa di convivenza della comunità locale nel corso dei secoli.

Prodotti tipici cilentani

La compagnia è piacevole, le premesse ottime e già pregustiamo l’accoglienza nell’agriturismo che ci è stato suggerito per la cena e il pernottamento, consapevoli come siamo che a Castel San Lorenzo il vino è l’imperdibile attrattore principale. Non sbagliamo. Anzi, è quasi rovesciato il criterio gastronomico, perché sembra che sia il menù ad adattarsi al vino. E così ci viene proposto un “Castel San Lorenzo Barbera Riserva” per gustare meglio carni ovine marinate e un polpettone di manzo. La cucina ricorda da vicino quella napoletana, ma i profumi e i sapori dei prodotti locali, le atmosfere di questi luoghi della memoria, intrisi di saggezza, credenze e proverbi popolari, ci riportano verso un tempo passato che i ritmi della città schiacciano nel caos e nel frastuono.
Ce ne sarebbe abbastanza per restare ancora, immersi nella quiete del tempo che non sembra passare, ma le esigenze del viaggiatore curioso che guarda, gusta e racconta ci impongono di ripartire il giorno successivo.

Il secondo giorno

Veduta di Aquara

Ripartiamo di buon ora il mattino successivo, proseguendo sulla Statale 166 verso il Calore, spostandoci tra rocce e boschi, impregnati di storia e modernità. Lo spettacolo ci lascia senza parole, fra tornanti sinuosi, immersi nella vegetazione e, alzando lo sguardo, un’altra imponente fortezza: è il castello di Aquara, cittadina che deve il nome all’abbondanza delle proprie acque. Donato ai primi del ‘500 da Carlo V a Ettore Fieramosca, il castello è in seguito divenuto feudo della famiglia Spinelli. Ma scopriamo ben presto che Aquara custodisce ben altro, possedendo un incomparabile patrimonio archeologico e artistico, eredità del lento stratificarsi di antiche civiltà. Tra i luoghi da visitare, oltre al castello, ci sono infatti la Chiesa di San Nicola (XI secolo), la Chiesa della Madonna del Carmine e la Cappella di San Rocco (XVII secolo), la Cappella della Madonna del Piano e i Ruderi del Casale San Pietro, della Badia di San Pietro e del Convento della SS. Annunziata (risalente al 1512). Un’altra sorpresa ci viene riservata dalla visita alla Fontana della “Mercantella” e dalla vista delle bellezze della Riserva naturale Foce Sele-Tanagro.
Usciamo da Aquara per imboccare il vallone del torrente Fasanella su un ponte viadotto a sette archi, alla testa del vallone, e a mezza costa del Monte Alburno scorgiamo Sant’Angelo a Fasanella e Ottati. Prima di dirigerci in quella direzione ci fermiano a Bellosguardo, eretto tra il fossa Fasanella e il fiume Ripiti, all’interno del Parco nazionale del Cilento e Vallo di Diano. Proprio sul colle di Bellosguardo (già Castrum) Pandolfo Fasanella, nel corso del XIII secolo, fece fondare un Casamento (Palazzo Vecchio) per soggiornarvi e il vicino borgo cominciò a popolarsi agli inizi del secolo successivo.

Veduta di Bellosguardo

Tra i luoghi d’interesse di questo storico centro, oltre alla chiesa di S. Michele Arcangelo e al Bosco Macchia, c’è la chiesa di Santa Maria delle Grazie, dove ci consigliano di entrare, e a ragione. All’interno sono conservati un affresco che rappresenta la deposizione di Cristo, attribuito alla scuola di Giotto, un reliquiario e varie statue lignee, fra cui quella della Madonna delle Grazie, scolpita a Napoli nel primo Settecento e ricoperta da uno strato di color oro. Ma Bellosguardo sa attirare l’attenzione anche in altro modo: uno degli eventi da seguire tra fine settembre e inizio ottobre è infatti una festa volta a valorizzare uno dei dolci tipici più apprezzati dai cittadini e dai turisti: si tratta della sfogliatella, qui preparata in modo differente da quella tradizionale napoletana.
Qui sugli Alburni non è solo un evento di festa ma anche e soprattutto un’occasione per rivendicare una concreta identità culturale, intrisa di riti e tradizioni legati al territorio. Ci impegniamo a ritornare.  

Come arrivare

Paestum
In auto: attraverso l’autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria. Uscita Battipaglia (per chi proviene da nord) o Eboli (per chi proviene da sud); imboccare la S.S. 18, con uscita Capaccio Scalo. Raggiungere la via Laura di Paestum.
In treno: Salerno e Battipaglia sono le fermate principali sulla linea Napoli-Reggio Calabria dove fanno scalo numerosi treni locali che proseguono per le stazioni ferroviarie di Capaccio e Paestum.
In aereo: aeroporto Internazionale di Napoli.
In nave: Molo Beverello di Napoli, Molo Trapezio di Salerno. Caronte & Tourist: (Call Center – Numero Verde 800-627414), servizio svolto giornalmente con la motonave “CARTOUR”.
Roccadaspide
In auto: dallo svincolo autostradale di Battipaglia sulla A3-E45 dista circa 40 Km. Uscendo dall’autostrada ci sono le indicazioni per Paestum e Agropoli; immettendosi sulla S.S. 18 e percorrendo circa 20 Km si giunge all’uscita con indicazioni Capaccio Scalo-Roccadaspide, per poi continuare sulla SS 166 per 6 Km circa fino a entrare nel centro del paese, proseguendo per altri 14 Km circa e attraversando varie contrade.
Castel San Lorenzo
In auto: dall’autostrada A3 (SA-RC), uscita Battipaglia, quindi proseguendo per la variante S.S.18 fino a Capaccio Scalo, per la S.S. 166 fino a Roccadaspide e, dopo 5 km, sulla S.S. 488 che porta a Castel San Lorenzo.
In treno: la stazione FS più vicina è quella di Capaccio-Roccadaspide, sulla linea Roma-Reggio Calabria.
Aquara
In auto: si trova a 50 km dall’autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria, uscita Battipaglia. È raggiungibile anche mediante la nazionale S.S. 166 (bivio di Pontecalore).
In autobus: autolinee pubbliche sulla linea Salerno-Roccadaspide-Aquara e Salerno-Eboli-Aquara.
Bellosguardo
In auto: Salerno-Reggio Calabria, uscita Battipaglia, proseguire secondo le indicazioni per le S.S. 18/S.S. 166.
In treno: la stazione ferroviaria più vicina si trova a Capaccio.

Credits
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tel. + 39 089 231432
Sito internet: www.turismoinsalerno.it
e-mail: info@eptsalerno.it

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