Gesù è attento ai nostri crucci, discorriamo con lui

Gesù è attento ai nostri crucci, discorriamo con lui
di Michele Santangelo

7ae73efe4c50580e061849ef2d5b5ea4_XLAl centro delle liturgie di queste domeniche di Pasqua troviamo costantemente la figura del Signore risorto, anche se le prospettive sono diverse, a seconda degli scritti del Nuovo Testamento che ce lo propongono. È l’onda lunga della Pasqua che continua ad effondersi su di noi, ne rinnova in qualche modo l’atmosfera particolare che ci ha pressoché avvolti nei giorni che abbiamo meditato sul passaggio di Gesù attraverso il mistero della sua passione, morte e risurrezione, mantiene viva la nostra attenzione verso la chiesa di Cristo che muoveva i primi passi di un cammino lungo secoli e secoli per portare a tutti gli uomini la salvezza realizzata da Dio attraverso il suo figlio, scrivendo così una storia, quella della costruzione della Città di Dio, come la chiama S. Agostino, basata su Dio che ama l’umanità fino a donare se stesso per lei. Tre brani, quelli che vengono proposti all’attenzione dei fedeli, tutti e tre tratti dal Nuovo Testamento, nei quali ci viene presentata la chiesa nascente, che a differenza di quella che abbiamo considerato nelle letture di domenica scorsa, ancora quasi nascosta in casa per timore delle reazioni dei Giudei, vistisi   sconfitti dalla notizia che Cristo era risorto, in questa terza domenica la troviamo già proiettata all’esterno, conscia del grande compito di dover diffondere il messaggio di Gesù e pronta ad affrontare anche le sofferenze in nome di Lui. Così gli Atti degli Apostoli, che vengono chiamati “il tempo della Chiesa” ci presentano la predicazione degli apostoli che se da un lato sperimenta l’accoglienza delle folle, dall’altro deve fare i conti anche con il rifiuto e l’opposizione della classe dirigente, soprattutto quella religiosa; rifiuto ed opposizione che si va man mano trasformando in aperta persecuzione. Al centro di questa c’è il rifiuto di Dio e del progetto di salvezza realizzato in Gesù, e che gli Ebrei, peraltro molto religiosi, non sono riusciti a cogliere nella persona e nelle parole del Maestro di Nazareth. Per questo i sacerdoti “li fecero flagellare (gli apostoli) e ordinarono loro di non parlare nel nome di Gesù. Quindi li rimisero in libertà”. Questa conclusione ci fa intravedere quasi la soddisfazione del sommo sacerdote che pensa di avere regolato i conti con quella banda di esaltati ed avere, in questo modo, chiusa la faccenda. Tutt’altro, le persecuzioni diverranno sempre più feroci, ma nulla possono nei confronti dei portatori del lieto annunzio. Uno scrittore cristiano latino, Tertulliano, meno di un secolo dopo i fatti raccontati dagli Atti degli Apostoli dirà: “Il sangue è seme di cristiani”. Una missione, quindi, quella della chiesa, che non conoscerà mai sosta né fine, non per pregio e virtù propri, ma perché con lei c’è la presenza continua, effettiva e reale del suo fondatore, Cristo. Non può prescinderne, anche se, per assurdo, lo volesse. Rischierebbe, come i discepoli della pesca miracolosa raccontata dal vangelo di Giovanni, di compiere un lavoro senza frutto, di ritornare a reti vuote e, soprattutto, di gettarle dalla parte sbagliata. Essi erano proprio del mestiere. Intanto, il fallimento insegna loro che devono porsi in ascolto e seguire gli insegnamenti di Gesù. Insieme a lui non solo arriva il successo, ma riescono anche a reggerlo, cosa non sempre agevole: “E benché fossero tanti (ben 153 grossi pesci), la rete non si squarciò”. Spesso nel leggere questo brano dell’evangelista Giovanni si è presi dalla meraviglia del miracolo e sfugge un aspetto pure presente nell’episodio ed è quello della grande sensibilità umana di Gesù; ci viene presentato il Signore che, davanti al fuoco, prepara la colazione ai suoi discepoli, un po’ di pesce l’ha messo lui sulla brace, ma vuole che ne portino altro di quello appena pescato da loro: “Portate un po’ del pesce che avete preso ora”. Un Gesù, si potrebbe dire, conviviale, aperto, che discorre con i suoi amici, che si interessa ai loro problemi, si lascia coinvolgere nel loro lavoro, attento ai loro crucci. Un po’ l’immagine di chiesa che papa Francesco, anche con la recente esortazione postsinodale sulla famiglia, cerca di partecipare a tutti i cristiani. Una chiesa nella quale vige il primato dell’amore. Del resto, l’argomento di esame che Gesù fissa a Pietro per poterlo promuovere verte proprio sulla sua capacità di amare: “Mi ami tu più di costoro?”, chiede prima di affidargli le sue pecorelle. L’unico titolo che giustifica l’autorità è quindi l’amore più grande.

redazioneIconfronti

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