Dom. Lug 21st, 2019

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Giallo in Vaticano: continua l’indagine, dopo l’estate la svolta

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Chiusa l'istruttoria parziale contro Paolo Gabriele e Claudio Sciarpelletti, le cui posizioni sono molto diverse e diverse le prospettive processuali, la giustizia vaticana guarda avanti, al proseguo delle indagini dopo la pausa estiva, e al processo, che si terrà presumibilmente in autunno. Le indagini potranno riguardare altri reati commessi dai due rinviati a giudizio e reati commessi da altre persone, secondo il corposo elenco di crimini segnalati dal promotore di giustizia Nicola Picardi e dal giudice istruttore Piero Bonnet: delitti contro lo Stato, concorso di più persone in reato, vilipendio delle istituzioni dello Stato, oltre ai più lievi furto, favoreggiamento e calunnia. Il processo sarà pubblico, si terrà probabilmente nel palazzo del Tribunale in Vaticano, e gli imputati rischiano pene diverse. Per il maggiordomo infedele che dice di aver agito come “infiltrato dello Spirito Santo” e per il bene del Papa e della Chiesa, la pena in caso di condanna è da uno a sei anni di carcere. L'analista programmatore della Segreteria di Stato rischia invece davvero poco e probabilmente, secondo il regolamento per i dipendenti laici vaticani, riotterrà il posto di lavoro dal quale è attualmente sospeso cautelativamente pur continuando a percepire lo stipendio. Gabriele ha già rivolto una richiesta di perdono al Papa. Dalle perizie psichiatriche disposte in sede istruttoria, l'ex aiutante di camera di Benedetto XVI è risultato una personalità fragile, caratterizzata da un “pervasivo bisogno di essere apprezzato”, ma per un perito incapace di intendere, per l'altro invece capace di intendere e quindi, hanno valutato i giudici, imputabile. Gli atti processuali contengono anche una testimonianza di mons. Georg Gaenswein, segretario personale di Benedetto XVI, su Gabriele come persona “onesta e della cui lealtà non potevo dubitare, una persona che aveva bisogno comunque di essere continuamente instradato e guidato”, un “esecutore a cui quindi - ha detto il segretario del Papa ai giudici - non si potevano affidare compiti di natura diversa, anzi talvolta era necessario ripetere le cose più di una volta”. Una descrizione che stride con la confessione di Gabriele di aver fatto tutto da solo, di aver autonomamente contattato il giornalista Nuzzi per consegnargli i documenti riservati, sostanzialmente di aver architettato ed eseguito un piano concepito contro la corruzione della Chiesa e del Vaticano e per garantire al Papa di essere correttamente “informato”. Ma non ci sarà solo il lavoro della magistratura: alla ripresa autunnale tornerà in pista anche la commissione cardinalizia che Benedetto XVI ha posto a sovrintendere alla inchiesta sulla fuga di documenti riservati, con poteri di indagine su tutti gli organismi di curia e gli uffici vaticani, e ovviamente saranno di nuovo al lavoro gli uomini della Gendarmeria e dei Servizi di Sicurezza vaticani. In particolare ai magistrati il Papa ha chiesto “solerzia”, a tutti ha chiesto di accertare la verità.

Chiusa l’istruttoria parziale contro Paolo Gabriele e Claudio Sciarpelletti, le cui posizioni sono molto diverse e diverse le prospettive processuali, la giustizia vaticana guarda avanti, al proseguo delle indagini dopo la pausa estiva, e al processo, che si terrà presumibilmente in autunno. Le indagini potranno riguardare altri reati commessi dai due rinviati a giudizio e reati commessi da altre persone, secondo il corposo elenco di crimini segnalati dal promotore di giustizia Nicola Picardi e dal giudice istruttore Piero Bonnet: delitti contro lo Stato, concorso di più persone in reato, vilipendio delle istituzioni dello Stato, oltre ai più lievi furto, favoreggiamento e calunnia. Il processo sarà pubblico, si terrà probabilmente nel palazzo del Tribunale in Vaticano, e gli imputati rischiano pene diverse. Per il maggiordomo infedele che dice di aver agito come “infiltrato dello Spirito Santo” e per il bene del Papa e della Chiesa, la pena in caso di condanna è da uno a sei anni di carcere. L’analista programmatore della Segreteria di Stato rischia invece davvero poco e probabilmente, secondo il regolamento per i dipendenti laici vaticani, riotterrà il posto di lavoro dal quale è attualmente sospeso cautelativamente pur continuando a percepire lo stipendio. Gabriele ha già rivolto una richiesta di perdono al Papa. Dalle perizie psichiatriche disposte in sede istruttoria, l’ex aiutante di camera di Benedetto XVI è risultato una personalità fragile, caratterizzata da un “pervasivo bisogno di essere apprezzato”, ma per un perito incapace di intendere, per l’altro invece capace di intendere e quindi, hanno valutato i giudici, imputabile. Gli atti processuali contengono anche una testimonianza di mons. Georg Gaenswein, segretario personale di Benedetto XVI, su Gabriele come persona “onesta e della cui lealtà non potevo dubitare, una persona che aveva bisogno comunque di essere continuamente instradato e guidato”, un “esecutore a cui quindi – ha detto il segretario del Papa ai giudici – non si potevano affidare compiti di natura diversa, anzi talvolta era necessario ripetere le cose più di una volta”. Una descrizione che stride con la confessione di Gabriele di aver fatto tutto da solo, di aver autonomamente contattato il giornalista Nuzzi per consegnargli i documenti riservati, sostanzialmente di aver architettato ed eseguito un piano concepito contro la corruzione della Chiesa e del Vaticano e per garantire al Papa di essere correttamente “informato”. Ma non ci sarà solo il lavoro della magistratura: alla ripresa autunnale tornerà in pista anche la commissione cardinalizia che Benedetto XVI ha posto a sovrintendere alla inchiesta sulla fuga di documenti riservati, con poteri di indagine su tutti gli organismi di curia e gli uffici vaticani, e ovviamente saranno di nuovo al lavoro gli uomini della Gendarmeria e dei Servizi di Sicurezza vaticani. In particolare ai magistrati il Papa ha chiesto “solerzia”, a tutti ha chiesto di accertare la verità.

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