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Giordano Bruno, l’anarchia necessaria di un campione di libertà

Giordano Bruno, l’anarchia necessaria di un campione di libertà
di Basilio Fimiani

“Avete più voi paura di emettere la sentenza capitale contro di me, che io ad accettarla.” (dalla Deposizione).
Si concludeva, dopo otto lunghi anni, il processo iniziato a Venezia e concluso presso il tribunale della Santa Inquisizione Romana, contro il “più pertinace eretico ed impenitente”.
In carcere aveva provato di tutto, le blandizie, la promessa di scarcerazione e di libertà, a patto di sottoscrivere e dichiarare formale rinuncia al suo pensiero, con la condanna delle sue opere.
Oltre agli allettamenti, aveva subito anche la tortura, con tratti di corda per allungare gli arti fino a spezzare le ossa, tra mille sofferenze.
Fino all’ultimo coppie di gesuiti, di domenicani, di frati scalzi lo avevano trattato con gentilezza e amore, forse anche vero, a patto che abiurasse e rinunziasse alle sue idee.
Tutto fu vano: preferì incenerire il suo corpo avvolto dalle fiamme del rogo anziché distruggere il suo pensiero fondato su ideali di vita vera ed eterna (De Umbris Idearum).

Basilio Fimiani

Basilio Fimiani

Il collegio del Santo Uffizio della Curia romana, presieduto da Clemente VIII era costituito dai più valenti cardinali del Vaticano, (Borghese, Sfondrati, Bellarmino, Pinelli), il condannato era il domenicano Fra Giordano Bruno, al secolo Filippo, figlio di un militare di stanza a Nola, alle pendici del monte Cicala.
“Accademico di nulla accademia, detto il fastidito”, non insensibile al fascino femminile, aveva dedicato il Candelaio, commedia napoletana, ovvero il sodomita, ad una donna bella come la fata Morgana, da lui corteggiata e certamente amata:
il tempo tutto toglie e tutto da, nulla s’annichila, godete, madama Morgana, finché potete, e siate lieta. Amate chi vi ama.”
Tante le opere bruniane, sulla bestialità trionfante da spacciare.
Ancora moderno il suo pensiero sul servilismo dei mediocri, intenti solo ad occupare posti di rilievo e, pronti sempre, a fungere da lacchè dei signori delle carte o di chi regge i fili delle marionette nel teatro comico-tragico della vita.
Su tali fondamenti, ogni individuo riceve la parte a lui assegnata dal caos e recita sia diventando qualcuno, che nella eterna ricerca di un autore, rimanendo un personaggio minore.
La recita è obbligatoria pena l’esclusione dalla scena e la frantumazione in centomila apparenze nel passaggio dall’uno al nessuno.
In questo contesto, la tonaca domenicana era essenziale difesa, per evitare l’accusa di eresia che da buon fastidito, non poté evitare già a Napoli.
Scappò quindi a Roma, poi a Noli, a Genova e finalmente in Francia, dopo un soggiorno in abito talare, nel convento di Chambery, nella Savoia piemontese.
Ma andiamo con ordine, appena fanciullo fu assegnato al convento di san Domenico Maggiore di Napoli, a dodici miglia da Nola, accanto alla già famosa Università.
Giovanissimo, frequentava le aule della Ars Magna e del pensiero tomista con la Summa teologiae.
Ben promettendo, fu diacono e, quindi, celebrò, ventenne, messa a Campagna, in provincia di Salerno, nella chiesa di San Bartolomeo, futuro lager fascista per ebrei.
Intanto, nemmeno il suo convento, era lontano da delitti di ogni genere, dalla pederastia all’omicidio.
Crescevano comunque le sue conoscenze mnemotecniche anche grazie alle accademie e tra esse la Porticus Antoniana.
Non era nemmeno estraneo alla cultura egiziaca ed orientale da tempo insediata a Napoli.
In verità, dopo la distruzione della biblioteca di Alessandria e del Serapeo, la stessa Ipazia, genio matematico e docente di chiara fama, venne fatta a pezzi dal vescovo Cirillo e dai suoi sgherri, perché imbevuta di cultura classica e cioè pagana.
L’eredità del pensiero alessandrino venne,così, trasferita, nei primi decenni del V secolo d. C., a Pozzuoli, col tempio di Serapide.
La cultura egizia, quindi, si diffuse nella valle del Sebeto e si incentrò anche nella piazzetta Nilo non lontana dalla futura Cappella San Severo.
E quando, in effetti, qualcuno voleva avvicinarsi a tali orizzonti, recandosi a Napoli, diceva “vado in Egitto”.
Ancora oggi a Napoli è diffuso il culto di Santa Maria Egiziaca.
Napoli era già allora il centro di una cultura cosmopolita e vivo era il pensiero copernicano come la follia di Erasmo, fino alle correnti del pensiero arabo islamico e, non ultimo, il pensiero di Lucrezio, col suo inno ad Epicuro:
(Humana ante oculos foede cum vita iaceret in terris oppressa gravi sub religione quae caput a caeli regionibus ostendebat horribili super aspectu mortalibus instans)
Anche Ario aveva i suoi sostenitori, e tra essi lo stesso Bruno.
Intanto la Chiesa militante aveva già sterminato i Catari, gli Albigesi ma non riuscì ad eliminare il pensiero di Lutero e di Calvino (pecca fortiter sed crede fortius).
Così, da Wittenberg era partita con le novantacinque tesi la Riforma, e dal 1517 incendiò tutta l’Europa.
Tanto, soprattutto, contro il Vescovo di Roma, che chiedeva, con insistenza, contributi enormi per l’eterna fabbrica di San Pietro, recitando: “quando la moneta va nella cassetta l’anima sale al cielo benedetta”.
Era il tempo triste delle simonie e della testatio pro anima e delle indulgenze.
Per questo anche il purgatorio inventato diventava una truffa colossale per illeciti guadagni (ancora oggi si dice fatelo per le anime del purgatorio ).
Contro la Protesta, la Curia romana, a sua volta, aveva risposto con il Concilio di Trento e con la Controriforma, rinnovando patiboli e roghi.
Già da tempo, il compito di Torquemada era stato affidato ai domenicani, in seguito la consegna degli eretici al boia fu affidata ai Gesuiti, con il nuovo Tribunale della Santa Inquisizione.
In verità, prima di affidare un componente del clero al rogo o alla forca si scarnificavano fino alle ossa tutte i polpastrelli delle dita, colpevoli di avere toccato l’ostia consacrata.
Il condannato, spogliato dei paramenti sacri veniva consegnato al boia seminudo.
A questi fini particolari era stato creato l’ordine militare dei Gesuiti con un padre generale, o Papa nero che rispondeva, con i suoi commilitoni “perinde ac cadaver” solo al Papa.
Seguirono i Barnabiti, i Somaschi, gli Scolopi e non ultimi i Cappuccini nati da una costola della rigorosa Regola francescana.
In tale caotico momento storico e politico, il pensiero bruniano, lontano da ogni partigianeria, tende ad un sincretismo panteistico e condanna l’ignoranza presuntuosa.
In questo presepe umano, fatto di pochi pastori e tante pecore, nell’eterna antitesi del papato e dell’impero, scissa la stessa fede anglicana con Enrico VIII, fermo ancora il gallicanesimo in Francia e, sempre più autonoma la chiesa germanica, (cuius regio eius et religio), Giordano analizzava il gregge umano-animale, dall’asino al puledro fino ai pulcini, come in una eterna Fattoria degli animali di orwelliana memoria.

Giordano Bruno

Giordano Bruno

Sempre guidati dal Grande Fratello in questa società si è solo animali come nella Cabala del cavallo Pegaseo.
La stessa fede aiuta a chinare il capo contro le avversità e ad accettare il diluvio che sommerge l’umanità.
Tanto ci sarà, alla fine, un premio che ripagherà delle sofferenze.
Ma allora perché, nell’attesa vana o vera, non impegnarsi a costruire anche qui una fattispecie di Paradiso?
Se l’uomo coltiva la Speranza, perché deve rinunciare alla Civitas terrena, base e fondamento della Civitas Dei?
Quanto al nolano, in cinquantadue anni di vita, cambiò più paesi che scarpe, ora da monaco domenicano, ora come Filippo filosofo e laico.
Già ospite dell’ambasciata di Francia, in Inghilterra, spesso alla corte di Elisabetta I fu consigliere ora della regina vergine ora di Enrico III di Francia nella tensione-azione di una pax universale.
In tale contesto la fondamentale amicizia con Shakespeare. Ma,anche in terra anglicana, fu un intellettuale scomodo e dovette fuggire.
Purtroppo, anche il soggiorno ginevrino si era concluso con una scomunica da parte del tribunale calvinista.
In effetti quando i calvinisti scomunicano, come faranno con Baruch Spinoza, sono così crudeli da invitare i confratelli a scacciare come cane rabbioso e rognoso il fratello ex comunicato.
Si ricorda, a mo’ di exemplum per i dubitosi e gli incerti della fede, che all’escluso dalla comunità si legavano mano e piede sinistro ad un cavallo, così gli arti restanti ad un altro cavallo indirizzato in direzione opposta.
L’infelice condannato era nel mezzo e, quando i cavalli venivano frustati, spinti in direzioni opposte, squartavano il condannato.
Nella sofferenza del corpo, si liberava così l’anima che volava in cielo.
La stessa repressione delle eresie era praticata con stragi totali, anche nel nuovo mondo (Memorie di un gesuita,Bartolomeo de las Casas)
Solo Dio avrebbe riconosciuto gli innocenti e li avrebbe salvati.
Ancora oggi Ginevra calvinista, con le sue banche, i suoi affaires coperti o no, ma sempre invisibili ai più è ancora e sempre la città del dio danaro, nell’interesse, del Kapital sporco o coperto di sangue (pecunia non olet).
In tale contesto storico-paneuropeo, da Praga a Francoforte, continua l’itinerarium di un inquieto nella continua ricerca: “avverso al mondo, avversi a me gli eventi”.
I suoi bersagli principali erano e sono i pedanti, con la loro fede asinina, ad occhi chiusi senza pensiero.
Intelletto vero e profondo Bruno, come sempre, si ergeva sempre più solitario.
Tale la solitudine dell’intellettuale moderno, nel dilagare della imbecillità collettiva, con il divampare della decadenza e della corruzione sociale.
L’homo homini lupus si aggira sotto mentite spoglie nel gregge dei poveri cristi: forte con i deboli, vigliacco con i forti, si inginocchia a chi appare brillante, nella sua sterile vanità, e porta voti.
A lui si addice il cipiglio di chi può elevarti fino a quando sei dalla sua parte ed intanto rimani nella fede, status-asinino.
Misero tra i miseri, l’uomo del mio tempo, abituato ad abbassare la testa, avrà poi il pane degli angeli, ma non su questa terra.
Avrà, per le sue sofferenze accettate, il premio finale, ma da cadavere in decomposizione, non prima.
In verità il Paradiso deve realizzarsi qui ed ora.
È dovere di ogni testa pensante creare la Civitas terrena prima della Civitas Dei.
Allo stesso modo i tre napoletani, suonatori di mandolino, già andati a suonare in paradiso preferirono tornare nella loro terra.
Il paradiso promesso diventa, così, un potente narcotico perché il potere rimanga nelle mani dei pochi.
E la vita va, nel nome del dominio, sulle coscienze degli imbecilli.
A questi ultimi, se capita, il bastone del potere, (baculum) non serve (in baculum = imbecille), anzi fanno più male che bene, volendo gestire il comando affidato, alla loro inettitudine, come in questi tempi,dalla rabbia popolare
Ecco allora il bisogno di cultura, conoscenza capacità, abilità, nella stessa interpretazione dei bisogni umani, lungo un processo-cammino dell’intelletto per un mondo nuovo, una luce viva per una polis ben fondata.
In questo dimensione spazio temporale, oltre le nuvole ci sono e ci saranno mille Soli e infiniti cieli di un universo mai finito.
La stessa magia diventa, così, capacità di varcare sentieri inesplorati in una sapienzalità che assimila dio e la natura (Deus sive Natura).
Solo così si approda alla universale fraternità di ogni creatura sia animata che inanimata.
In questo mondo la legge morale in una simpatia/empatia accetta l’antipatia e, da questo incontro-scontro, la apparente vita e la cosiddetta morte nel clinamen delle cose (nihil ex nihilo).
Anche la evoluzione/trasformazione eterna avviene, visitando interiora terrae, attraverso sentieri poco conosciuti noti solo a chi li sperimenta e riscopre senza la pretesa di possedere la verità assoluta.
E chi pretende di possederla, dettando regole, o è pedante accademico o non si accorge di essere nessuno, ben lontano dall’Uno e disgregato in continue apparenze spesso ridicole.
L’intellettuale vero diventa così scomodo, anarchico, rivoluzionario proprio come lo definisce l’amico Aldo Masullo nei suoi dialoghi napoletani, a casa sua tra montagne di libri: “Giordano Bruno vive ed oltre di lui il nulla o quasi”.
Lontano dalle baronie familiste dei lacchè autogemmati delle università, nemico dei poteri transeunti, Bruno definisce la bestialità umana che muta pelo e pelle e cavalca sul collo dei vincenti.
(Purtroppo la vittoria, grande prostituta, ha sempre molti padri).
Attaccati al carro funebre, anche i cavalli lipizzani, sono sempre in prima fila col fiocco in testa e bardature lucenti.
Sempre più maestosi scalpitano e si atteggiano nella parata.
In conclusione questi protagonisti, davanti al carro funebre o nella vita non fanno un cavolo e sono i più serviti e riveriti.
Solo i modesti ronzini, quelli legati alla carrozza, fanno fatica a tirare, per tutti gli altri, e, pur vicini al cadavere si abituano a non sentire nemmeno il cattivo odore.
Così va il mondo.
La stessa Sapienza e la Giustizia hanno lasciato la terra quando vollero agire per il guadagno e la copertina di prima pagina che li facesse apparire spesso sparando le pose.
Tale la dimensione del falso intellettuale vanesio come il vip o il divo-star e non ultima la porno di turno che, come ricorda Marziale pettina con cura i peli del cunnum o si sottopone al tattoo per colpire la vista e scoprire la sua vuotaggine.
Questo e tanto altro la animalità bersaglio del pensiero bruniano.
Molti animali a due zampe sono numerosi come la sardelle che poco valgono e a poco si comprano.
La vera libertà presuppone una società senza padroni e senza servi e, se l’uomo è figlio di Dio, nella sua autonomia deve fare anche a meno del Padre. (Deus sive Natura).
Così la natura stessa diventa materia e si evolve nella vita in un tempo infinito, tra spazi interminati nella tensione alla sintesi, frutto di tesi ed antitesi.
Questa ultima è ancora più bella perché rivoluzionaria e controcorrente.
Chi nuota come pesce, contro corrente, è vivo come il salmone quando dal mare sale tra le rocce verso la sorgente montana dove è nato per depositare, costi quel che costi,nuova vita.
E l’homo habilis nella sua manipolazione evolutiva diventa sapiens e si erge tra le stelle infinite in una voglia di cielo. (de sidera).
(Primum Graius homo mortalis tollere contra est oculos ausus primusque obsistere contra , quem neque fama deum nec fulmina nec minitanti murmure compressit caelum , sed eo magis acrem inritat animi , virtutem , ecfringere ut arta naturae primus portarum claustra cupiret. Ergo vivida vis animi pervicit , et extra processit longe flammantia moemia mundi atque omne immensum peragravit mente animoque , unde refert nobis victor quid possit oriri , quid nequeat , finita potestas denique cuique quanam sit ratione atque alte terminus haerens . Quare religio pedibus subiecta vicissim obteritur , nos exaequat victoria caelo).
E se proprio, quindi non è possibile costruire qui ed ora il paradiso, già perduto, della civitas terrena, almeno si cerchi di rendere questa vita, sotto l’incubo di un quotidiano uragano planetario, meno infernale.
Purtroppo contro l’arroganza di un liberismo sempre più vincente, è sempre meno facile la vita sociale, la dimensione esistenziale dei poveri di cielo, dei figli di un Dio minore, di chi non ha ombrelli, non tanto per ripararsi dal sole ma soprattutto quando piove e fa freddo.
Lo stesso Ius o meglio Iustitia è proprio ciò che vuole il cielo stellato sopra di noi.
Anche lo Iuspiter è il padre sanscrito del cielo stellato e nessuno ha il diritto di occupare con violenza e rapina il bene sociale.
Purtroppo anche oggi, e noi ancora con Bruno, pochi si avvantaggiano mentre molti vivono nella precaria palude di bisogni primari insoddisfatti.
Anche la ricchezza, dea non bendata, è forte, forsitan, fortuna con la sua cornucopia premiando spesso chi non merita.
A sua volta la ricchezza, poi, resiste con la sua violenza, alla giustizia ed è nemica della eguaglianza, fondamento della libertà.
Ogni popolo così ha i suoi boia come il salernitano mastro Mattia Donato che soleva ripetere a chi saliva sul patibolo: “chi male si governa presto muore”.
Morta la libertà, l’uguaglianza, la fraternità, con la morte del pensiero resta la sola utopia possibile di una lotta-rivolta contro i privilegi a favore di una legge senza distinzioni.
Tanto per rimuovere gli eterni ostacoli dello svantaggio sociale ed economico.
Di qui la lotta contro i privilegi di casta, la realizzazione della sovranità popolare capace di scegliere governanti onesti e sapienti nella sintesi di libertà e democrazia.
Se questo non avviene ciò dipende dalla inegualità, iniquità ed ingiustizia di tutti noi che non facciamo tutti eguali e che abbiamo gli occhi delle comparazioni, distinzioni, imparitadi ed ordini, con gli quali apprendiamo e facciamo differenze.
Da noi, da noi proviene ogni inegualità, ogni iniquitade.
Ma noi che abbiamo prodotto la ingiustizia, proprio noi dobbiamo rimuoverla per la costruzione della Res-pubblica.
Nasce così la opposizione ad ogni forma di tirannide velata o manifesta, presente o futura con coppieri che versano a profusione vino al popolo fino ad ubriacarlo.
In questa aspettativa la essenzialità di cultura e poesia, di pensiero e di azione, per un loro ruolo fondante.
Così anche tu, caro Filippo Bruno, avrai i tuoi-miei sogni e il Tuo pensiero, con la sua eternità, vince ancora la morte.
Dopo quattrocentodiciotto anni ancora parli a noi.
Ed in quel giorno maledetto del 17 febbraio, dal carcere di Tor di nona, sulla via per Campo dei Fiori, per non farti parlare, ti misero, come ad un cavallo, il freno della mordacchia, così stretta da farti sanguinare dalla bocca.
Intanto il cammino del mondo è ancora lungo e difficile, e questa umanità dolente e miserabile, come sempre ha scelto non Te come ancora non l’Altro sulla croce, preferendo le tenebre alla luce.
Tantum malorum potuit suadere religio.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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