Mar. Lug 16th, 2019

I Confronti

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Giornalisti all’inferno, di Andrea Manzi. Uno sguardo trasparente sugli abissi dell’uomo

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di Giuseppe Amoroso
da “Moleskine” – Febbraio 2019
di Giuseppe Amoroso
Il critico Giuseppe Amoroso
Il critico Giuseppe Amoroso

Nello scompartimento di un affollato e malandato treno, la repentina oscurità di un tunnel invia «segnali torbidi» al protagonista di Giornalisti all’inferno (Europa Edizioni, Roma, pp. 173) di Andrea Manzi.
Per contro, «forza, luce e sole (…) riequilibreranno l’umore che salterà nuovamente, nella galleria successiva». La stretta dolorosa di un «demone» antico ed effimere, inconsuete tregue di felicità si alternano minacciando l’«aggancio con il mondo».
Le pagine iniziali del romanzo sono sufficienti a creare un ritmo narrativo brusco, quasi marmoreo e, al contempo, vibrante di grappoli di vicende e di inspiegabili risvolti, che convoca i dettagli senza slittare nell’orizzontalità omologante e mettendo subito in arsi il rapporto difficile di Carlo, tormentato giornalista cinquantenne, con gli altri e con se stesso.
Uno stato di panico, i «colpi di maglio» del cuore, la «lotta contro l’invisibile» nella risacca dei ricordi, un gruppo di visi veri (tra i quali la donna con gli occhialini e il signore sfuggente, compagni di viaggio) e, come tanti altri, sfumati, pronti sparire e ricomparire, con la loro «faccia di riserva» e con tutti i punti di riferimento di un mondo ridotto a una «foto in bianco e nero», si avvicendano nell’inflessibile silenzio che isola e annulla e spinge Carlo nella «trasparenza» dell’inferno.
L’accesso a un’«alluvione di pensieri», parallelamente, investe Sandra, l’affascinante compagna, in attesa dell’arrivo del treno, alla stazione di Villa, borgo sconosciuto (ma dove si cela il «segreto» di Carlo), in cui è avvenuto di recente un inspiegabile scavo, in un cantiere, da parte di tre «uomini-ragno». E, intanto, si sfoglia un più complesso ritratto del protagonista, il suo «percepirsi» attraverso le parole dei poeti, il suo stesso essere cantore di «una vita appesa a un chiodo di parole», il baratro delle visioni (l’«ossidiana gigantesca e ostile» di un cappello trasformato in un «monte nero e traslucido»; una piazza prima «antro» e poi «immensità»), la ritornante immagine di Angela, la ex moglie dalla doppia vita, figura sempre obliqua in un primo piano che i riflettori del romanzo paiono oscurare ma non cancellare.
Si fondono la densità linguistica incardinata su trascinanti interruzioni e riprese del tenace fraseggio oltranzistico (e qua e là folgorato dalla guida di pochi lemmi, blanditi, dispersi e rilanciati da un saettìo di significati allusivi) e il disciplinato e organico lessico di un notiziario o di un referto medico che ha, però, sempre dentro un’esca di poesia. Inoltre, l’articolazione alternante del carattere tondo e del corsivo consente alla costruzione narrativa l’opportunità di cogliere stati psicologici e accadimenti in un visibile, immediato campo di contrasti.
GiornalistiInfernoL’esigenza-rovello di Carlo di dare spessore, attraverso i ricordi, all’assedio della malattia per «riguadagnare spazio alla vita», agita la scrittura, ne amplia la sfera semantica e, al contempo, torna inesorabilmente a frammentarla in segmenti essenziali, in una «storia/non storia oscura» di microtessere che, avvelenato puzzle di maceranti riflessioni e inganni della mente, cercano un nuovo e liberatorio «rapporto clandestino» con i giorni. Si mette in moto, così, una serie di situazioni e di varianti che interessa la circolarità di oppressive sequenze di «spaesamento», declinando il corso sinusoidale del racconto. Il continuo rimbalzo di episodi è l’andamento carsico in cui vibrano le più insondabili corde del passato incombenti «a larghe falcate» con una sterzata di deliri, resurrezioni, ricadute nel buio e con ritratti umani di una rocciosa forza realistica (fra gli intrighi di un caso giudiziario «da cui non torna niente») che La fiamma della rappresentazione fa ondeggiare verso sfondi deformanti, quasi in un tempestoso giudizio universale.
Manzi sillaba un alfabeto di forme tumultuose, assetate di riscontri e di approdi. In una «complessa matassa» si avviluppa un giallo, «torbido» gioco che tende a coinvolgere Carlo, innocente, in un «probabile» delitto, avvenuto molti anni prima, e che passa attraverso tappe d’angoscia. Compromettenti lettere anonime, suicidi, alterazioni di prove, farraginose indagini, atmosfere vischiose che avvolgono la direzione di un quotidiano, ambienti ecclesiastici, «due cadaveri certi», clamorosi arresti eccellenti e anche i «colori cascanti e la stanchezza del cielo» nell’ora del tramonto inducono Carlo a «proteggere il suo silenzio, per ascoltare l’esistere, ritrovare stimoli, cogliere una traccia della “vocazione della soglia” nella quale Simon Weil (autrice a lui cara sin dagli anni del liceo) si sentiva «accolta e corrisposta». Come nei fotogrammi di un vecchio film che consentono di «trasferire il dolore in un’immagine neutra», sfilano sotto un’implacabile lente (e nei serrati dialoghi con Sandra, generosa «dispensatrice di attimi infiniti» e preparata a vivere un’«attrazione separata dagli affanni») i lancinanti conflitti di Carlo, il suo «pensiero sentinella», il «disordine», il senso di «interiorità confusa», una «rabbia atavica» e una solitudine cercata e giustificata come profonda «esigenza spirituale». E, ancora, le forme infinite descritte dal «pendolo oscillante tra l’ombra e la grazia», le «funambolesche trasformazioni», anche la «prodigalità della follia».
Irrefrenabile, feroce e insieme lucidissima autoanalisi da parte del personaggio centrale e sontuoso racconto della passione d’amore per Sandra, vissuta e contemplata oltre il limite («c’è sempre un oltre che poi non si afferra mai, ma che deve essere ben visibile agli amanti, come un traguardo da tagliare per puntare su altre mete e caricarsi così di nuove illusioni»), Giornalisti all’inferno si solleva per un attimo all’apice di un sentimento euforico, sprofonda nell’imbuto di una depressione, esplora l’«invisibile anima di carta dei giornali», conosce pure la «distanza da ogni cosa», i mezzi con i quali il protagonista cerca di difendersi da quella sua «fortezza trasparente» nella quale «teme di essere scrutato da tutti», divenendo talvolta «spettatore di sé»: al’interno di una realtà incerta, volubile, in cui «la vittima e il colpevole, veri o presunti si perdono l’una nell’altro».
Ciò che è impossibile trovare è la verità che sembra celarsi tra mascheramenti e segreti, depistaggi e «inquietanti ipotesi». Ciò che forse scorre, impalpabile contraltare della crudeltà, sono le piccole cose ineffabili che, lente o furiose, si accatastano le une sulle altre: sorgono proustianamente dal rumore degli anni e fanno la magia di un gesto, il profumo del caffè, il «portare fuori» uno scomparso spicchio di vissuto, una voce che ricanta se stessa o un’altra voce, la catena dei pensieri che si inseguono, come una margherita sfogliata «fino all’esaurimento dei petali».
Di straordinaria animazione narrativa e linguistica, il libro non traccia solo i sintomi e i percorsi di un malessere, ma crea, con il sottofondo di una musica triste, indimenticabili emblemi di figure e paesaggi, icone d’angoscia adeguati a un clima di perplessità e mistero. Ne scaturisce una pagina allegorica (pur nel suo tessuto di ferrigna cronaca amara), incantata e in grado di trasformare qualche preziosa inarcatura barocca in un’agguerrita ed elegante rimodulazione comunicativa di profili per un attimo in allarme e di raffinate simmetrie strutturali.

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