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Giornalisti figli di un dio minore, unici professionisti senza laurea

di Vera Arabino

Fonte: www.ilparlamentare.it

Dopo la crisi, la riforma. Se le parole rispecchiano i tempi, nella hit parade delle più ricorrenti è questo il binomio che domina. Se tutto va male, tutto si deve cambiare. Peccato che restiamo il Paese dove “tutto deve cambiare affinché nulla cambi”. Non a caso Franco Abruzzo grida al “Governo Gattopardo”, sgomento per lo schema di decreto che dovrebbe riformare gli Ordini professionali, ora inviato al Consiglio di Stato per il parere di legittimità. «Il d.p.r. del ministro Paola Severino è una controriforma gattopardesca – argomenta il presidente emerito dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia, da sempre fautore di un profondo processo di rinnovamento della professione giornalistica – Resta tutto come prima per l’Ordine dei Giornalisti, in palese violazione della normativa comunitaria che vuole tutti i professionisti, giornalisti compresi, con laurea almeno triennale».
Se è realtà, quindi, lo schema di decreto che dovrà essere emanato entro la scadenza del 13 agosto, l’Ordine dei Giornalisti fa sapere che l’unica novità è «la dichiarata disponibilità del ministro Paola Severino (foto) a valutare una proposta complessiva che sarà elaborata da un gruppo di lavoro del Consiglio nazionale dell’Odg». Per il resto nell’immediato non cambia nulla. L’Ordine continuerà ad essere diviso in professionisti e pubblicisti. Resterà il registro dei praticanti e verranno mantenuti l’Albo speciale e l’elenco stranieri (rispetto al quale c’è la novità che decade l’impossibilità per il giornalista non comunitario di assumere la direzione responsabile di una testata). Per i professionisti restano tutte le norme fin qui vigenti, compresa la necessità di sottoporsi a colloquio per quanti non sono in possesso di diploma di scuola secondaria superiore (ed hanno addirittura la quinta elementare o la terza media, ai sensi dell’art. 33 della legge 69/63!), oltre all’esame di Stato a conclusione del praticantato. La disciplina vigente per i pubblicisti non viene modificata dal dpr, così come quella per i praticanti o “tirocinanti” con praticantato retribuito previsto dal Contratto. Tutti i praticanti dovranno fare un corso di formazione, nell’arco di sei mesi e, altra novità (!), il ministro sta valutando l’idea dell’Odg di creare un’apposita piattaforma on line.
Di qui l’accorata lettera aperta indirizzata da Franco Abruzzo al premier Mario Monti: «Gentile Presidente, la nostra Ue vuole che i professionisti abbiano almeno una laurea triennale alle spalle. Perché il suo Governo, con il dpr “Severino”, afferma che i giornalisti professionisti italiani possono essere tali anche con la quinta elementare? Il suo Governo umilia i giornalisti e li fa diversi rispetto a tutti gli altri professionisti privandoli di percorsi formativi universitari necessari per comprendere le realtà complesse del mondo del XXI secolo. L’assunto della ministra Severino è semplice: devono conseguire la laurea coloro che intendono accedere a un Albo per il quale già oggi la legge stabilisce l’indispensabilità della laurea. La legge professionale dei giornalisti non prevede tale vincolo e quindi per i giornalisti futuri non c’è obbligo di conseguire una laurea per iscriversi al Registro dei praticanti».
Se non cambia nulla e siamo e restiamo figli di un dio minore, secondo Abruzzo tanto vale abolire l’Ordine e adottare la soluzione francese ossia la ‘Carta di giornalista’ a chi fa sul campo il mestiere in base ai contratti individuali di lavoro. Altrimenti la “diversità” dei giornalisti, rispetto agli altri professionisti italiani, ci espone solo al ridicolo.
Quanto all’istituzione del gruppo di consiglieri dell’Odg, chiamati ad elaborare entro il 9 luglio “una proposta di riforma condivisa”, Gianni De Felice segnala ad Abruzzo non solo l’inusualità della procedura ma soprattutto la peculiarità della sua composizione: undici consiglieri nazionali di cui quattro professionisti e ben sette pubblicisti. Come dire che a pronunciarsi su come dovrebbe essere modificato l’Ordine dei Giornalisti sono stati chiamati in maggioranza consiglieri nazionali che non hanno il giornalismo come loro attività professionale esclusiva! «Dopo diciassette anni l’Ordine, gonfiatosi nel frattempo fino all’inverosimile e all’incontrollabile, – scrive sconsolato De Felice – è ancora lì da riformare, mentre il giornalismo italiano sta scadendo a livelli di imbarazzante modestia etica e professionale. Chissà se arriverà mai un governo abbastanza allergico all’ipocrisia da rendersi conto che trattare con gli Ordini le riforme dagli Ordini è come chiedere ai tacchini la settimanalizzazione del Natale».
E la celeberrima frase del principe di Salina al cavaliere Chevalley risuona, ahinoi, anche sul fronte della legge sull’equo compenso, che giace da mesi in sede deliberante al Senato. Sospesa. È solo una questione di “money for money” scrive Luciana Cimino su articolo21.org. In altre parole la sospensione è legata ai contributi per l’editoria. Finché non passa la legge che li regola, gli editori fanno lobby affinché non venga approvata la legge che sancisce il diritto per i collaboratori precari e freelance di essere adeguatamente pagati. Hai voglia di sventolare qualità, correttezza, pluralismo, libertà dell’informazione che non possono essere garantiti da giornalisti sfruttati, vessati, ricattati. Tutto scorre, o per meglio dire ristagna, come sempre.

 

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Commenti (1)

  • giulio iuliano

    Il problema non è tanto che i giornalisti possano non essere laureati, ma che vadano a fare quel mestiere, in genere, perché non sanno fare altro, anzi nulla. È l’unico mestiere, infatti, che viene a tal punto erroneamente banalizzato da essere ritenuto possibile per qualsiasi intelligenza o (sotto)cultura. Soprattutto in provincia operano dei praticoni che l’ultimo libro lo avranno letto a scuola. Gli Ordini sono preistorici, nelle Università una fiera delle vanità. Sfido chiunque a dimostrarmi se dalla scuola di giornalismo dell’Università di Salerno una sola persona abbia trovato lavoro in un giornale o in una tv.Nessuno.
    Un tempo il giornalista era qualcuno che aveva una marcia in più, oggi…. è desolante. Parlano male e scrivono peggio. I professionisti da salvare in una regione come la Campania li conti su una sola mano.
    Perciò i giornali sono morti. Ma davvero credete alla rete di vendita antiquata ed altre amenità? No, il giornalismo è morto, finito.
    Meglio il blog, tanto non mi aspetto nulla, scrivo io qualcosa e me la (s)passo….
    Giulio

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