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Giornalisti in bilico tra coscienza e opportunismo

di Leonardo Guzzo
CAIRO, EGYPT - JANUARY 27:  Locals look at newspapers carrying reports and pictures of street protests on January 27, 2011 in Cairo, Egypt. Thousands of police are on the streets of the capital and hundreds of arrests have been made in an attempt to quell anti-government demonstrations.  (Photo by Peter Macdiarmid/Getty Images)

CAIRO, EGYPT – JANUARY 27: Locals look at newspapers carrying reports and pictures of street protests on January 27, 2011 in Cairo, Egypt. Thousands of police are on the streets of the capital and hundreds of arrests have been made in an attempt to quell anti-government demonstrations. (Photo by Peter Macdiarmid/Getty Images)

Il pendolo del dibattito sul giornalismo italiano oscilla periodicamente tra la difesa della sua libertà e uno scontro “appassionato” sulla sua professionalità. Solo qualche anno fa la casa editrice Mondadori ne ha consacrato il volto “serio”, e addirittura la sua dignità letteraria, raccogliendo in un volume della collana Meridiani un’antologia di scritti delle più prestigiose firme nostrane. È di questi giorni, invece, l’invettiva che, in un singolare rovesciamento di fronte, la politica ( o almeno quella parte di politica che più apertamente contesta la “casta” e il “sistema”) rivolge ai media.

L’attacco è senza precedenti: giornalisti e operatori dell’informazione additati al pubblico ludibrio (o, peggio, al pubblico risentimento), inseriti in fantomatiche liste di proscrizione con la colpa di diffondere “bufale”, notizie irrilevanti o tendenziose, scandali fabbricati ad arte per attrarre attenzione e destabilizzare l’opinione pubblica. Da questi censori la professionalità dei media è intesa, in senso deteriore, come tendenza all’artificio, abilità “strumentale” di leccapiedi disposti a barattare l’onestà con la convenienza attraverso i più sfrenati equilibrismi. Hai voglia a riempirsi la bocca di “deontologia” e “obiettività”: la faziosità, coltivata con passione e dissimulata con perizia, raggiunge vertici inauditi. La falsificazione è una pratica quotidiana e raffinata, al servizio dei “poteri forti”; la realtà dei fatti – apparentemente incontrovertibile – è sommersa da quintali di fango e affonda, povero relitto, in una palude di ipocrisia, insinuazione, vaghezza.

Hans Enzensberg

Hans Enzensberg

Può sembrare un ritratto ingrato. Astioso, perfino. Eppure bisogna riconoscere che i nostri media hanno fatto il loro per meritarsi la gogna. Per anni la stampa si è dibattuta in una grave “sindrome da tabloid”, è scivolata lungo una pericolosa deriva scandalistica, si è crogiolata nel fumus persecutionis, ha montato casi discutibili e a volte manifestamente infondati, esponendosi alle conseguenze di clamorosi buchi nell’acqua. L’esperimento perpetrato nel “ventennio berlusconiano” si è esteso anche all’era della crisi economica e dei governi nominati. E nemmeno si tratta, a ben vedere, di un morbo recente, ma piuttosto dell’attacco virulento di una malattia atavica. Già negli anni ’80, in un’intervista sul Corriere della Sera, Hans Magnus Enzensberger lamentava che “in Italia tutto finisce in giornalismo”; sarebbe a dire “in spettacolo”, chiacchiericcio senza costrutto, ipocrisia che nasconde la sostanza delle cose. Un difetto cronico, insomma, che si è pericolosamente acuito nel tempo.

Gli scandali dei potenti, si dice con una buona dose di faccia tosta, sono schiaffi alla coscienza dei cittadini. E sono invece semplici scorciatoie verso il successo editoriale. I veri schiaffi fanno molto meno rumore e assai più male. E non hanno bisogno, per essere sferrati, di teleobiettivi e microspie, appostamenti e insinuazioni.

Fortuna vuole che un giro di vento sembrerebbe aver spostato l’obiettivo dell’informazione verso problemi più concreti, scesi ormai sotto il livello della comune indignazione. La precarietà e l’integrazione, la cattiva amministrazione, la “ripartenza” annunciata e sempre chimerica hanno, almeno in apparenza, guadagnato quota nell’interesse di un industria in difficoltà e, per molti versi, in crisi di identità.

Eppure resistono in forze gli “eretici” presso cui la mistica dell’uomo della strada, dell’orecchio teso al marciapiede, del cane da guardia della democrazia non attecchisce come dovrebbe. Quello dei giornalisti è sempre più un mestiere difficile. In bilico tra coraggio e paura, coscienza e opportunismo, preparazione e improvvisazione. Richiede misura, tocco, stile (non solo letterario). E’ spesso questione di sottigliezze, sfumature che contrastano con la rozzezza e i modi truculenti di certi “maestri” d’oggigiorno. A guardarla bene, con un po’ di malizia, la categoria abbonda di “camerieri” o protagonisti a tutti i costi, molto volpi e poco leoni, animati da una logica del profitto, personale o aziendale ma sempre “particolare”, che mal si sposa con le responsabilità sociali del “quarto potere”.

Vero è che il tema classico della libertà di stampa appare oggi in gran parte superato. “Non è la liberta che manca”, rifletteva Leo Longanesi, “mancano gli uomini liberi”. Più che l’articolo 21 della Costituzione (sempre sia benedetto…) la questione all’ordine del giorno riguarda l’affidabilità dell’informazione e la serietà dei professionisti del settore. Per conservare la dignità di “quarto potere” (e giustificare la sua sopravvivenza nell’era dei “social”) la stampa e i media devono sforzarsi di garantire un livello soddisfacente di competenza e deontologia. In caso contrario il giornalismo, lontano dall’elisio della letteratura e dalla trincea della denuncia sociale, rischia di ridursi a quello che Gide detestava: tutto ciò che domani interesserà meno di oggi.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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