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Giornalisti, l’equo compenso è una chimera e l’editoria agonizza

Giornalisti, l’equo compenso è una chimera e l’editoria agonizza
di Vera Arabino

L’inchiesta di Barbara Ruggiero sulle scuole di giornalismo evidenzia uno scenario a macchia di leopardo: alcune realtà virtuose ci sono, e a nessuno viene in mente di fare di tutt’erba un fascio, ma le altre quale utilità hanno dimostrato? I dati sul placement, per stessa ammissione del presidente dell’Ordine nazionale dei Giornalisti, sono di fatto ‘secretati’ da molte scuole. Ma Enzo Iacopino ha pensato bene di agire alla radice: di scuole che non funzionavano ne ha chiuse dieci e non darà l’imprimatur all’apertura di nuove. Semplicemente perché una certezza c’è ed è che il mercato del lavoro non è in grado di garantire occupazione, a fronte di un accesso alla professione giornalistica spesso senza regole chiare e senza adeguato controllo.
Del resto è sufficiente tenere conto di un dato: nel nostro Paese i giornalisti iscritti all’Ordine sono 102.073, mentre gli iscritti all’Inpgi (dati aggiornati al 2011), l’istituto di previdenza della categoria, sono 53.926 ossia poco più del 50 per cento. Ciò vuol dire che gli Ordini regionali hanno elenchi gonfiati da migliaia di iscritti che non svolgono attività giornalistica o che la svolgono in forme anomale senza versare contributi all’istituto di previdenza. E come al solito i numeri della Campania sono peggiori dei dati nazionali: gli iscritti all’Ordine sono addirittura 10.373 (il terzo d’Italia dopo Lombardia e Lazio) di cui 1.426 professionisti ed addirittura 8.758 pubblicisti mentre i praticanti sono ben 189. Sul versante Inpgi, invece, gli iscritti alla gestione principale (giornalisti con articolo 1) sono 1.818, di cui 148 pensionati e 1.670 in attività; gli iscritti alla gestione separata (collaboratori) sono 1.759 e gli iscritti a entrambe le gestioni sono 652; quindi in totale i giornalisti campani che hanno una posizione previdenziale sono 2.925, ossia un misero 28 per cento dei nomi presenti negli albi dell’Ordine regionale. Insomma non è dato sapere che tipo di attività esercitano oggi migliaia di giornalisti campani e con quali modalità contrattuali, ammesso che ne abbiano.
Ecco allora che riemerge prepotentemente la necessità della legge sull’equo compenso, di cui ci siamo già occupati  per registrare il suo (in)spiegabile stallo. E’ notizia degli ultimi giorni l’ultimatum di Enzo Iacopino al Governo: «Si sblocchi la legge al Senato oppure un gruppo di parlamentari, firmatari della proposta, non voterà più i suoi provvedimenti, a cominciare da quello sull’editoria che interessa molto la Fieg».
Perché è qui il problema, come denunciato dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana per bocca del segretario Siddi e del presidente Natale: «Interferenze della Fieg stanno  bloccando in Senato, con il contraddittorio e inaccettabile comportamento del Governo, la proposta di legge sull’equo compenso del lavoro giornalistico, già approvata ad unanimità in sede legislativa alla Camera. Avere rapporti trasparenti e fondati sull’equo compenso per i freelance dovrebbe essere un valore anche per le imprese editoriali. Ampi settori della Fieg, invece, fanno una brutale opposizione ideologica a questa prospettiva e ora stanno addirittura tentando di impedire con ogni mezzo la facoltà degli stessi freelance di iscriversi al Fondo Complementare e fare versamenti volontari per costruirsi un minimo di previdenza diretta. E’ una scelta scandalosa che, se portata avanti, non potrà che avere pesanti conseguenze su tutti i rapporti tra parti sociali. E la previdenza della categoria non sarà in alcun modo il bancomat di editori che vogliono comportarsi da sciacalli».
Parole dure che scoperchiano un altro aspetto molto scottante, anche questo oggetto di un commento-denuncia pervenuto nei giorni scorsi a “I Confronti”: quante sono le testate che intascano contributi pubblici e poi “bussano a soldi” con il riconoscimento dello stato di crisi, con relativi prepensionamenti e casse integrazioni o con contratti di solidarietà?
Dal 2009 a oggi sono state 37 le aziende editoriali a cui il ministero del Lavoro ha riconosciuto lo stato di crisi (fonte Lettera43.it), concedendo di mandare in prepensionamento 591 dipendenti e1.210 giornalisti in cassa integrazione straordinaria e di applicare a ben 1.019 lavoratori i contratti di solidarietà. E nel 2012 lo scenario è in costante peggioramento: serrate, redazioni decimate dalle ristrutturazioni, ricavi della pubblicità in continuo calo, blocco del turn over, aumento del precariato. Anche grandi gruppi, che non usufruiscono di finanziamenti pubblici, hanno chiesto negli ultimi tempi lo stato di crisi: Rcs periodici oltre a dover assorbire i giornalisti di City, ha già firmato l’accordo per altri 22 prepensionamenti, Il giornale di Sicilia ne ha chiesti 11, Il Sole 24 Ore e Radiocor hanno attivato i contratti di solidarietà, che a breve saranno applicati anche a Radio24 e alle Guide del Sole. In Campania Il Mattino attende l’ok del ministero del Lavoro per accedere alle agevolazioni collegate alla ‘riorganizzazione aziendale in presenza di stato di crisi’ che consentirà di prepensionare dieci giornalisti nell’arco di tempo che va dal 1° giugno 2012 al 31 maggio 2013.
Ad accudire i prepensionati ci pensa l’Inpgi che gestisce un Fondo finanziato dallo Stato con 20 milioni di euro l’anno, a cui si aggiunge un versamento dell’editore che paga un contributo straordinario del 30% del costo del singolo pensionamento anticipato.
Una risorsa che, seppur cospicua, sta però per finire: «Oggi la capienza del fondo è minore, più della metà è già stata usata nel 2011» fa sapere il presidente dell’istituto, Andrea Camporese. «I fondi per i prepensionamenti stanno finendo – gli fa eco Franco Siddi, segretario della Fnsi – Davvero bisogna ricorrere agli ammortizzatori solo quando non ci sono alternative, privilegiando le situazioni di crisi reale. I tagli, poi, stanno toccando giornalisti ancora lontani dalla pensione, per i quali possono scattare solo la cassa integrazione e i contratti di solidarietà. Un ricorso massiccio a questi strumenti, totalmente a carico dell’Inpgi, rischia di determinare squilibri alle casse dell’istituto».
Basta, insomma, con gli abusi di stati di crisi nelle aziende editoriali, che anche nel recente passato sono stati frequenti e tollerati. Però intanto alla Fnsi sta arrivando una nuova ondata di piani di riorganizzazione aziendale, che avranno pesanti ricadute sulle casse dell’Inpgi. I periodici sono in gravissima crisi e non regge più nemmeno il settore radiotelevisivo perché, con l’avvento del digitale, è aumentata la concorrenza ma la pubblicità è sempre quella, drenata dai soliti grandi gruppi. Così tutte le televisioni medio-piccole sono in crisi e le tv, per legge, non hanno diritto agli ammortizzatori sociali, previsti solo per i quotidiani, per le agenzie di stampa e – da poco – per i periodici.
Al momento i conti dell’Inpgi reggono, ma  i contratti di solidarietà stanno costando molto più del previsto. Il problema si porrà sempre di più in futuro: i prepensionati ovviamente non vengono sostituiti, manca una politica di contratti a tempo determinato o a tempo indeterminato con possibilità di trasformazione in tempo determinato. Non a caso, agli editori che assumono disoccupati, l’Inpgi concede uno sconto triennale del 60 per cento sui contributi. L’intenzione è ovviamente chiedere un intervento straordinario dello Stato.
Infatti, a differenza di altri settori in cui paga lo Stato, nell’editoria ci si paga tutto da soli attraverso l’Inpgi, i cui vertici intendono chiedere che sia la collettività a farsi carico della crisi, non l’istituto. «La massa di piani di espulsione attraverso contratti di solidarietà e cassa integrazione può travolgere tutti, perché ha raggiunto proporzioni mai viste prima – è l’allarme lanciato dal segretario della Fnsi, Franco Siddi, dalle colonne di Prima Comunicazione – Per ammorbidire l’impatto della congiuntura stiamo ricorrendo ai contratti di solidarietà in deroga nelle regioni, perché non è previsto per le emittenti il ricorso ad ammortizzatori sociali specifici. Ma la fase è seria anche per la carta stampata, in molte aziende stanno emergendo le insufficienze a livello editoriale e manageriale, nascoste nel periodo d’oro della pubblicità e dei prodotti collaterali. A questo si aggiunge la situazione della cosiddetta editoria assistita: il reintegro, anche se parziale, dei fondi statali non risolve i problemi di testate che in taluni casi si sono organizzate più in relazione ai contributi pubblici, piuttosto che alla loro effettiva presenza sul mercato».
La verità è che in molti casi gli ammortizzatori sociali sono serviti solo a rinviare l’agonia di aziende editoriali, non a salvarle dal fallimento. Non si può nascondere la sporcizia sotto il tappeto e nello stesso tempo chiedere ai giornalisti di sacrificare una parte del proprio stipendio. I sacrifici debbono avvenire da entrambe le parti e non soltanto al livello di costo del lavoro. Bisogna incidere sugli sprechi, sulle inefficienze, sugli errori e se è necessario mettere mano al portafoglio e ricapitalizzare le aziende.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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