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Giornalisti, pene alte previste come “regolamento di conti”

Giornalisti, pene alte previste come “regolamento di conti”
di Pietro Nardiello*

In Parlamento si è accesa notevolmente la discussione con la quale si sta esaminando il disegno di legge 3491 e connessi sulla diffamazione a mezzo stampa, nel testo licenziato dalla Commissione Giustizia. Il provvedimento reca numerose modifiche alla L. 47 del 1948 e ad alcuni articoli del codice penale allo scopo di dare un riassetto alla disciplina della responsabilità per diffamazione nel nostro Paese, omogeneizzandola agli standard europei che prevedono sanzioni pecuniarie e non detentive. Ovvio che in nessun Paese civile si può pensare di condannare al carcere qualcuno, anche se un professionista, che utilizzando la scrittura diffami qualcun altro. Tutto nasce, si è più volte sostenuto in questi giorni, per salvare dalle patrie galere il direttore de Il Giornale Sallusti condannato a 14 mesi di carcere per diffamazione considerata, a ragione, una sentenza ingiustificata. Il dibattito si è alimentato, e in tanti lo hanno anche definito “un regolamento di conti nei confronti dei giornalisti” che ha visto uniti una pattuglia trasversale composta da oltre 80 senatori che hanno pensato bene di inserire all’interno del decreto pene pecuniarie fino a 100mila euro. A chiunque svolga con onestà intellettuale, nel rispetto delle regole deontologiche questa professione è capitato di scrivere un qualsiasi articolo che abbia creato imbarazzo in altre persone. Pensiamo ai cronisti di frontiera che quotidianamente provano con passione e coraggio a scrivere di mafie, infiltrazioni, collusioni o semplicemente informano dei fatti accaduti. Chiunque potrebbe sentirsi diffamato perché quelle poche righe, a proprio dire, lo hanno leso nella dignità. Bene, allora cosa potrà accadere se dovesse essere approvato un decreto del genere? Chi scrive non può e non deve riportare notizie false, in caso contrario è giusto che incorra in sanzioni ma se poi il diffamato in fase dibattimentale, ovvio che pochissimi giornalisti potrebbero permettersi di sostenere le spese di un dibattimento, non venga considerato tale perché non pensare, in realtà l’emendamento è stato respinto, a un risarcimento per il giornalista che è stato ingiustamente citato in giudizio? Un dibattito che si è concentrato esclusivamente sull’uso della querela, che per il momento non prende in considerazione il rafforzamento dell’uso della rettifica e che, ancora una volta, si concentra su una categoria di lavoratori in gran parte precari. Ma tutto questo a nessuno, sembra, interessi minimamente.

*Articolo 21

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