Giù le mani da Schettino

Giù le mani da Schettino
di Andrea Manzi
Andrea Manzi
Andrea Manzi

È proprio vero che ogni comunità “crea” per sé la giustizia nella quale intende credere. Si tratta di una giustizia fatta in casa che, il più delle volte, tende a risarcire l’emotività collettiva più che ad avvicinarsi alla verità dei fatti. Ne scaturiscono processi mediatici che, a differenza di quelli giurisdizionali, si accreditano come sistemi aperti, nei quali entra di tutto, in base ad istruttorie superficiali sostenute dalle impressioni “a pelle”. Sono processi inquisitori, questi, a differenza di quelli celebrati nelle aule di tribunale (accusatori), nel corso dei quali si riserva un occhio particolare all’imputato (favor rei), presunto innocente fino alla ipotetica condanna di ultimo grado.

Tornano in mente questi rudimenti di civiltà liberale, insidiata da ricorrenti sussulti illiberali, in seguito all’esecrazione della folla mediatica per l’invito rivolto al capitano Francesco Schettino a partecipare al seminario organizzato da un docente di criminologia dell’Università La Sapienza di Roma. Più che un invito, sia ricordato tra parentesi, si è trattato dell’accoglimento di una richiesta dei difensori dell’imputato del naufragio della Costa Concordia, convinti che al loro assistito, perlomeno fino alla sentenza definitiva, non possa essere negata la par condicio in ogni manifestazione che comporti la ricostruzione della terribile sciagura. Forse il buon senso avrebbe potuto suggerire agli avvocati dell’ex-comandante un atteggiamento più prudente, immaginando le comprensibili reazioni dei parenti delle vittime del naufragio, ma è anche vero che la levata di scudi, diffusa e generalizzata, dimostra come il pregiudizio sia più forte del giudizio e come sia ormai impossibile neutralizzarlo, anche perché, mentre il processo vero e proprio è celebrato da un organo professionalmente formato, il processo di piazza è nella “potestà” di tutti, è un’opportunità popolare liberata da ogni onere procedurale e, quindi, praticabile senza prescrizioni di sorta. Giustizia immediata, dunque, ed anche implacabile.

Il diritto di parola che la legge gli garantisce è negato a Schettino da un’opinione pubblica che si accredita ipocritamente come giudice inappellabile, in una visione che associa il sentire comune alla cosa giudicata. È un’aberrazione che confonde, di conseguenza, l’armonia costituzionale tra i poteri con il sogno di una non meglio precisata e apparente gestione diretta della res publica, alla quale tutti dovremmo sottometterci. Risponde a questa logica deviata anche la pretesa irresponsabilità penale di imputati votati da un numero di cittadini ritenuto congruo con lo status di sovra-ordinazione a qualsiasi giurisdizione. Laddove la comunità degli utenti della giustizia dovrebbe essere invece interessata alla ricerca delle verità più profonde, soprattutto quando le vicende giudiziarie sono complicate e torbide.

Si ha quasi l’impressione che, talvolta, l’attesa della pronuncia dei giudici sia intollerabile perché non in linea con le esigenze di immediata certezza simbolica delle situazioni, di cui spesso si fa carico l’informazione, in osmosi moralistica con l’opinione pubblica. Accade così che, sul piano ideale, siamo tutti garantisti e liberali, ma nella sostanza, in adesione al politicamente e giudiziariamente corretto, procediamo con condanne preventive in grado di condizionare la storia. Cadono così governi, vengono spedite a casa persone che risulteranno innocenti, il tutto perché ci riesce davvero impossibile applicare il metodo dell’attesa e del dubbio (e del conseguente rispetto per esso), che è la strada più sicura per avvicinarsi alla verità.

Il processo sceglie la logica del probabile, perché ben sanno i giudici che la verità non è aprioristica, ma costituisce l’esito di complessi e imprevedibili percorsi. La piazza preferisce invece il fragore tempestivo delle condanne. Perciò, il boia mediatico che nega a Schettino l’attesa del processo per affrettargli la condanna (alla civica decapitazione) ci inchioda al passato delle apparenze e delle ombre e cancella, di conseguenza, le tracce della nostra identità.

redazioneIconfronti

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