Giù le mani dal Sinodo

Giù le mani dal Sinodo
di Luigi Rossi

sinodo-panoramicaAlcuni comportamenti, osservati nella Chiesa nei giorni scorsi, sembrano riecheggiarne altri già messi in atto contro Paolo VI poco meno di cinquant’anni fa. Una lobby, anche allora ben organizzata, cominciò a fare pressione sulla sensibilissima coscienza di un grande intellettuale per condizionarne l’azione magisteriale. Il risultato fu l’affievolimento del felice rapporto che si era instaurato tra uno straordinario papa e il mondo cattolico, soprattutto occidentale. Ciò consentì al gruppo dei canonisti romani, che al Concilio Vaticano II si erano visti messi in ombra, di riguadagnare le posizioni perdute. Ne ho conosciuti alcuni: bravi uomini, dalla una vita arida. Purtroppo, tra loro è circolato anche qualche tartufo esibizionista ed i danni conseguenti sono stati gravi, a partire dalla profonda frattura prodotta ponendo la Chiesa, almeno a giudicare dalla sensibilità di tanti, contro la modernità. Oggi, con la post-modernità, sta avvenendo la stessa cosa.

Da una parte il papa si appella alla comprensione per consolare concretamente chi giace nelle periferie dell’angoscia, del senso di colpa e dell’esperienza di un fallimento e invita i maestri d’Israele a non caricare di pesi insopportabili la gente comune. Egli ricorda che è meglio contenere il vigore rancoroso di una logica affidata al sillogismo perfetto e immemore della natura degli uomini, tanto grandi nel desiderare e progettare, quanto limitati e soggetti a sconfitte che intorpidiscono l’entusiasmo e gelano il cuore. Dall’altra si levano le truppe cammellate della conservazione, incapaci di richiamare grandi folle perché orfane di leader sul cui carisma giustificare e costruire la presunta bontà della loro proposta culturale e del relativo codice di comportamento.

Più che stare al balcone a guardare o fare soltanto pressioni mediatiche, che scatenerebbero prevedibili reazioni, occorre prendere concretamente posizione per non lasciare solo Francesco nel suo esaltante tentativo di trascinare con erculea determinazione la Chiesa nel mezzo della post-modernità ed esercitare la sua funzione di seme, sale, speranza. Tutto ciò sta avvenendo al Sinodo Straordinario sulla Famiglia.

Autorevoli personaggi si sono espressi ed hanno rilasciato interviste a maestri del gossip evocando il magistero di un altro papa che, con la rinuncia, ha dimostrato quanto ami la Chiesa. Lasciamolo nel suo romitorio e non alziamo polveroni che possono risultare strumentalizzanti contrapposizioni: il munus petrino è unico! Oggi è sulle spalle di Francesco, che continua ad interpretarne, senza tradimenti, portata e dinamicità.

In punta di piedi mi permetto di ricordare a tanti insigni canonisti che le loro chiose ai codicilli hanno valore solo se si fondano effettivamente sul Vangelo e non su sillogismi capaci solo d’indebolire anziché rafforzare una gloriosa tradizione di pensiero.

A proposito di Vangelo, si sostiene che la pronuncia di Gesù sul matrimonio sia definitiva: tale affermazione si basa sulla presa di posizione assunta dal Maestro rispetto al divorzio, utilizzando passi che, in realtà, manifestano la sua polemica con i farisei circa le prassi legali del matrimonio ebraico. Come al solito, l’enfasi esegetica del momento ha preteso di fornire inappellabili interpretazioni. Mi pare, però, Gesù non fondi su quei versetti (strumentalizzati dai canonisti a favore delle proprie tesi), il suo autonomo insegnamento sul matrimonio, ma argomenti in contrapposizione. Perfino nel Discorso della montagna la condanna del divorzio va letta come antitesi alla pratica degli ebrei (Mt. 5,31). Rispetto alle legalistiche posizioni di costoro, Egli rivendica il valore del “chiunque ripudia sua moglie, all’infuori del caso d’impudicizia, la espone all’adulterio; e se uno sposa una donna ripudiata, commette adulterio”. A parte la lunga tradizione d’interpretazioni differenti dell’eccezione prevista anche da Gesù e che ha dato luogo ad un prassi canonica diversa nelle chiese orientali, l’affermazione si comprende se si fa riferimento al contesto.

Egli chiarisce la sua posizione in altri versetti, quando riprende la polemica con i farisei che introducono l’argomento per “metterlo alla prova”, riferiscono i sinottici, attendendosi una presa di posizione contro la legge di Mosè per confermare il loro disprezzo e la loro condanna nei confronti di un maestro così strano.

Dopo aver stigmatizzato quel tipo di divorzio, Gesù cambia prospettiva e precisa che per lui, quando si parla di matrimonio, non sono valide le regole alle quali si richiamano scribi e farisei, ma quelle direttamente espresse nella Genesi quando Adamo, pur in presenza di tante cose belle e in compagnia di innumerevoli animali, riesce a venire a capo della deprimente solitudine quando Dio “maschio e femmina li fece”. Allora egli riconosce Eva ossa delle sue ossa e, continua Gesù, “Per questo lascerà l’uomo il padre e la madre e si unirà alla propria moglie e così i due diventeranno una sola carne.” (Mt, 19,5).

Soltanto quando sono pienamente uniti nell’anima e nel corpo la donna diventa la moglie di Adamo e l’uomo il marito e permanendo in questa condizione, congiunti dall’amore provvidenziale di Dio, non possono essere separati dall’uomo. Altro che canoni, sillogismi, sottili distinzioni sulla capacità e la volontà di contrarre il matrimonio; é una profonda, radicale condizione esistenziale. Se essa esiste si è mariti e moglie, situazione indissolubile per tutta la vita.

Ma se non esiste? Se non è mai esistita o il sì non ha realizzato l’essere una carne sola, malgrado sia stato pronunziato formalmente in una condizione di libertà? Resta lo smarrimento e la solitudine del cristiano sconfitto nel suo stesso proposito. Su questo si deve pronunziare il Sinodo e per questo Francesco ha aperto la porta alla misericordia!

A lui hanno fatto già eco alcuni padri sinodali. Che alla loro voce si affianchi il rispettoso grido di chi si percepisce simile a Bartimeo, il cieco di Gerico, “Molti lo sgridavano per farlo tacere, ma egli gridava più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!» (Mc. 10, 48-49) Allora Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!»…

 

redazioneIconfronti