Home
Il blog de IConfronti utilizza cookie di servizio e di analisi. Continuando la navigazione accetti l’uso di tali cookie. Più informazioni.
Tu sei qui: Home » Editoriali&Opinioni » La nota di Andrea Manzi » Giudici commissari e l’impossibilità dell’autosufficienza

Giudici commissari e l’impossibilità dell’autosufficienza

Giudici commissari e l’impossibilità dell’autosufficienza
di Andrea Manzi
Andrea Manzi

Andrea Manzi

“Qualsiasi sistema che dipende dall’affidabilità umana è inaffidabile”. L’aforisma dell’umorista Arthur Bloch deride la fallacia umana quando qualcuno presume di creare sistemi infallibili. A quel punto, ammoniva Bloch, può arrivare un maledetto idiota che scopre qualcosa e ti annulla il sistema. L’ilare profezia, non essendo state previste eccezioni, varrà anche quando al vertice di carrozzoni cigolanti piazzano un magistrato in pensione, che nel simbolismo mediatico diventa l’equivalente della legalità certificata oltre ogni ragionevole dubbio. È una riflessione, la nostra, che scaturisce dalla deformazione localistica del “sistema Cantone”, che induce enti e istituzioni a insediare nel proprio apparato, nei casi di ipotesi corruttive o di imbarazzanti inefficienze, una figura carismatica che, dopo l’infrazione, ripristini la legalità tra i valori dell’opinione pubblica.

A Salerno piace questo “sistema”, tant’è che presso l’azienda ospedaliera universitaria “Ruggi d’Aragona” operano due ex magistrati, chiamati al capezzale della struttura dopo gli ultimi recenti scandali di risonanza nazionale. Anche per le liste d’attesa, che sarebbero state violate in un reparto a suon di mazzette, è arrivato un popolare e combattivo ex procuratore della Repubblica con l’obiettivo di ripristinare i diritti calpestati; è lo stesso professionista investito, qualche mese fa, da commissario, del difficile compito di mettere ordine nei conti di un’azienda speciale della Camera di Commercio (Intertrade) finita sotto la lente della magistratura. All’Università, nell’inedita carica di capo di gabinetto del rettore, si è insediato l’ex presidente della Corte d’appello, arrivato nella città degli studi solo qualche settimana dopo il pensionamento; carica ricoperta a titolo gratuito e, a dir la verità, un tantino riduttiva per il vertice, appena a riposo, della giurisdizione salernitana.

Anche a Napoli, identica logica e, su questo punto, omogeneità di vedute con Salerno: come presidente della vigilanza sulla Soresa (Società Regionale per la Sanità), della quale è componente Fabio Lattanzi, figlio dell’ex presidente vicario della Corte Costituzionale, è stato recentemente nominato il magistrato in pensione Antonio Bonajuto (in qualità di presidente della Corte d’Appello proclamò, mesi fa, Vincenzo De Luca governatore della Campania). Un riconoscimento, si dirà, dell’esperienza e della professionalità di ex operatori campani del diritto, ma con un implicito rovinoso messaggio, aggiungiamo, per l’opinione pubblica già così smarrita. Chi spiegherà mai ai cittadini che tra i mille e settecento dipendenti dell’Università e altrettanti del più grande ospedale della provincia non vi fosse una professionalità in grado di aiutare il rettore nel disbrigo delle sue indifferibili attività quotidiane o strategiche e un’altra idonea a bonificare e razionalizzare le liste d’attesa dell’ospedale universitario? Arriva da quegli ambiti di lavoro un senso di resa, la certificazione dell’impossibilità di un’autoriforma finalizzata all’efficienza. Sembra rivivere, su altre sponde e per nuove finalità, quella filosofia commissariale che per più di trent’anni ha condizionato lo sviluppo economico, delegando a ruoli apparentemente neutri (ma molto spesso eterodiretti dalla politica) le ragioni dello sviluppo e della democrazia. Tra l’altro verrebbe da chiedersi perché la scelta ricada su alcuni ex magistrati (e non su altri). In assenza di un’evidenza pubblica delle procedure di nomina, si rischia di esporre professionisti dalla forte tempra civica e dalla sperimentata trasparenza, come nei casi citati, al dubbio che la loro scelta sia figlia degli arcaici sistemi cooptativi preferiti dal potere. E ciò non giova né a ex magistrati di valore, che nella loro attività sono stati soggetti soltanto alla legge (articolo 101 della Costituzione), né al potere pubblico che, in base al principio di legalità, è tenuto ad agire secondo il dettato delle norme, le quali tollerano, nei casi previsti, la discrezionalità ma non l’arbitrio o l’ipocrisia.

(da Il Mattino dell’11 aprile 2016)

Informazioni sull'Autore

Numero di voci : 3446

Lascia un Commento

© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

Scroll in alto