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Gli attacchi di Donald Trump contro i giornalisti riguardano tutti noi

Gli attacchi di Donald Trump contro i giornalisti riguardano tutti noi
di Pierre Haski

(da Internazionale del 22/02/17)

Un lontano predecessore di Donald Trump alla Casa Bianca, il terzo presidente degli Stati Uniti Thomas Jefferson, ha scritto questa frase spesso citata e che non smette mai di stupire: “Preferirei vivere in un paese che ha dei giornali e nessun governo piuttosto che in un paese che ha un governo e nessun giornale”.
Jefferson si trovava a Parigi quando scriveva queste righe, in un momento preciso: viaggiava in Europa nel 1787-1788, alla vigilia della rivoluzione francese. E le sue osservazioni sulle società dispotiche e profondamente ineguali dell’epoca sono piene di insegnamenti.
Duecentotrent’anni dopo, Donald Trump, divenuto il 45º presidente degli Stati Uniti, twitta che i “fake news media”, ossia i mezzi di comunicazione che producono “false informazioni” – e in particolare il New York Times e la Nbc, la Cbs, la Abc e la Cnn, cioè i principali canali televisivi americani – “sono nemici del popolo americano”.
Che differenza tra le due frasi! È successo qualcosa di importante se un presidente degli Stati Uniti ha maturato una tale ostilità nei confronti dei mezzi d’informazione da spingere uno dei suoi rivali in seno al partito repubblicano, il senatore ed ex candidato alla presidenza John McCain, a commentare velenosamente: “È così che nascono le dittature”.
La vera strategia di Trump
Il rapporto confuso del presidente americano con i fatti e la verità è stato abbastanza documentato durante la campagna elettorale e ancora, a più riprese, nel corso del suo primo mese alla Casa Bianca. Ultimo esempio barocco, la storia dell’attentato in Svezia che non c’è mai stato.
Ricordiamo i fatti: grande consumatore di televisione, il presidente vede su Fox News, il contestato canale di Rupert Murdoch che secondo lui non è incluso nella lista dei “nemici del popolo americano”, un documentario di denuncia sull’aumento della criminalità in Svezia, un paese che ha accolto un gran numero di profughi negli ultimi due anni. Il giorno dopo, davanti ai suoi elettori, il presidente rievoca “quello che è successo ieri sera in Svezia” e aggiunge perfino “sì, in Svezia, chi l’avrebbe detto?”. Il problema è che la sera prima non era accaduto niente in Svezia, come hanno commentato divertiti gli internauti svedesi, provocando perfino un passo diplomatico di Stoccolma.

Quando l’America liberale piange e soffre, l’America ‘trumpiana’ ottiene la sua vendetta
L’esempio però la dice lunga sulla strategia, e non solo sull’incoerenza, messa in campo da Donald Trump sin dal primo giorno. Già all’indomani del suo insediamento, durante una visita alla Cia, dichiara che “i giornalisti sono le persone più disoneste della terra”. Un modo per delegittimare i mezzi d’informazione e di ostacolare il loro ruolo di “contropotere” non istituzionale nel sistema democratico americano e nel sistema delle democrazie liberali di tutto il mondo.
I giornalisti rifiutano di imbavagliarsi, né lo fa quella parte dell’opinione pubblica attaccata alla necessità del sistema di controlli e contrappesi (check and balance) che determina l’equilibrio di poteri previsto dai padri fondatori degli Stati Uniti. Ma un’altra parte dell’opinione pubblica, quella che ha votato Trump e gli resta fedele nella tempesta, applaude e gioisce.
Questo divario profondo si manifesta in continuazione: quando l’America liberale piange e soffre, l’America “trumpiana” ottiene la sua vendetta, anche a costo di calpestare alcuni valori cardine della società americana.
Questa profonda guerra culturale non è nuova, ma ha acquisito un’ampiezza inedita dopo che la Casa Bianca ha “vacillato”, diventando il quartier generale degli “illiberali” ostili a qualsiasi contropotere, mediatico o giudiziario che sia.
Due Americhe contrapposte
Il fossato diventa sempre più profondo: il New York Times, bersaglio privilegiato del presidente e del suo clan, non smette di ammassare numeri record di abbonamenti di cittadini desiderosi di preservare uno spazio di informazione professionale e di qualità, ma la Casa Bianca favorisce lo sviluppo di piattaforme conservatrici dall’etica discutibile, come il sito Breibart News in passato diretto da Stephen Bannon, oggi consigliere speciale del presidente, o The Gateway Pundit, un blog conservatore all’origine di numerosi pettegolezzi contro Hillary Clinton e che ha appena ricevuto l’accredito ufficiale dalla Casa Bianca.
Sono due Americhe contrapposte, che non attingono più alle stesse fonti per le loro informazioni e dunque non hanno più accesso agli stessi “fatti” per stabilire il loro punto di vista o valutare l’azione del governo.
Donald Trump e i populisti europei giocano su un terreno favorevole alla delegittimazione dei contropoteri
Non si tratta di un fenomeno puramente americano. In tutte le società occidentali il rapporto dei cittadini con i mezzi d’informazione si è guastato. Negli Stati Uniti come in Francia o nella maggior parte dei paesi europei, tutti i sondaggi di opinione da trent’anni a questa parte illustrano questa erosione della credibilità dei mezzi d’informazione, sempre più assimilati all’élite politico-amministrativa screditata.
Donald Trump e i populisti europei giocano dunque su un terreno favorevole alla delegittimazione dei contropoteri, forse a ragione, perché questi contropoteri non sempre sono stati all’altezza, non hanno giocato con sufficiente determinazione il loro ruolo a fronte dell’aumento delle disuguaglianze, dell’importanza assunta dalla finanza, degli sconvolgimenti economici e sociali degli ultimi decenni.
Lo sviluppo di internet ha con tutta evidenza favorito questo fenomeno, sottraendo ai mezzi d’informazione tradizionali il loro monopolio della parola. Ma proprio quando l’utopia digitale consentiva di sperare in una maggiore democratizzazione, in un più ampio e salutare pluralismo, è emersa la confusione, l’interferenza dei messaggi e, peggio ancora, la manipolazione attuata da gruppi organizzati. Una battaglia è stata di sicuro persa, ma forse non è ancora persa la “guerra dell’informazione”.
Accusando il New York Times, vessillo del giornalismo tradizionale, di essere a sua volta un mezzo d’informazione che produce “bufale”, Donald Trump priva questo giornale del diritto di definire i “fatti”: se i fact-checker, coloro che verificano i fatti, sono a loro volta dei “bugiardi”, non esiste più un arbitro, né un punto di riferimento assoluto.
È questa la confusione che creano Donald Trump e quelli che, come ha fatto François Fillon in Francia per uscire dal groviglio del “Penelope gate”, gli si accodano su questa strada di guerra al giornalismo.
Le conseguenze sono pesanti
Nelle società democratiche, questa confusione avvantaggia solo quelli che sfruttano la perdita di punti di riferimento per far avanzare la loro agenda antidemocratica. Nei regimi autoritari, esonera i leader che si convincono di potersela prendere senza alcun complesso con la libertà di informazione poiché tanto ormai l’esempio viene addirittura dall’America… e lo fanno senza mezze misure.
I mezzi d’informazione non possono accontentarsi di comportarsi da vittime di una ingiusta vendetta del potere: sta a loro riconquistare la fiducia perduta di una buona parte di cittadini su entrambe le sponde dell’Atlantico. Questo può avvenire solo con mezzi d’informazione vigorosi, cosa sempre più difficile per la diminuzione delle loro disponibilità economiche in questo periodo di crisi e di profondi mutamenti.
Questo non riguarda solo i giornalisti, ma tutti i cittadini che vogliono preservare non tanto un sistema economico e sociale ingiusto, ma uno spazio di libertà e soprattutto di libera scelta fondato su informazioni verificate e non su pettegolezzi.
L’informazione è una cosa troppo seria, troppo necessaria per il funzionamento democratico, per essere lasciata solo in mano ai giornalisti, ma senza di loro non non ci sarà più informazione, come dimostra l’esempio fornito da Donald Trump e dal suo universo velato di menzogna e manipolazione.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

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