Gli (e)migranti del sapere e del fare

Gli (e)migranti del sapere e del fare
di Giuseppe Foscari *
Il professor Giuseppe Foscari
Il professor Giuseppe Foscari

Il dato è ufficiale: sono quasi 100.000 gli Italiani che nel 2013 hanno lasciato il paese per nuovi lidi. Usa, Australia, Inghilterra, Olanda, Spagna, Francia le mete più ambite. (E)migranti del sapere e del fare: laureati e specialisti che snobbano il bel Paese che nulla sembra proporre loro, medici, ricercatori in vari ambiti, dottori e dottorandi di ricerca, ma anche esperti informatici, pizzaioli, ristoratori, grafici pubblicitari, ingegneri, musicisti e artisti a tutto tondo. Lo Stato che detiene il più qualificato e ampio patrimonio di opere d’arte e monumenti del pianeta esporta anche archeologi, critici d’arte, restauratori, bibliotecari. Insomma, un esercito di giovani (e qualche meno giovane) alla ricerca dell’arca mai avuta, quella dei sogni e delle speranze che, qui, nella vecchia Italia, non ha potuto neanche lontanamente immaginare di realizzare.

Sono stato a Londra un paio di mesi fa. Un pullulare di Italiani ovunque; al netto degli immancabili turisti ho incrociato una varia umanità italica, dal garzone all’imprenditore, al professore, allo studente Erasmus. Era stato un termometro più che sufficiente per capire. A sentirli, quelli con cui ho parlato hanno dichiarato che non sarebbero ritornati indietro se non per le vacanze, i genitori e il mare, e per brevi o brevissimi periodi, e che non avrebbero lasciato il posto di lavoro, anche precario, per nessuna ragione al mondo.

Persino la saudade, la nostalgia che avrebbe potuto colpire l’(e)migrante del sapere e del fare sembra consegnata alla memoria storica, alle vecchie, malinconiche, immagini tardo ottocentesche e novecentesche dell’emigrato rozzo e incolto in cerca di fortuna con la valigia di cartone in mano e il fazzolettino sventolato dalla nave in partenza.

Non mi sono sentito di biasimarli.

E intanto il paese si priva di preziosi pezzi di sé, s’impoverisce, invecchia, e, soprattutto, perde l’occasione del ricambio generazionale, l’unica, vera, risorsa, insieme all’istruzione e al genio creativo di cui siamo innegabilmente dotati. Col risultato che l’Italia è statica, cristallizzata, congelata nelle ‘certezze’ (sic!) lavorative dei suoi over cinquanta, sessanta ecc., che non riescono nemmeno più a confrontarsi con giovani, portatori di know how, idee, freschezza, genialità, progetti, e non possono nemmeno mettersi in discussione.

Questi nostri giovani dimostrano che l’istruzione universitaria e postuniversitaria di cui sono dotati è di buon livello (se non ottimo), quindi, siamo bravi a formarli per poi consegnarli (ma, si dovrebbe dire, regalarli) come capitale umano agli altri Stati.

C’è un non so che di sadico in tutto ciò, di dannatamente sadico e triste.

La crisi sarà pure un’opportunità, ma il nostro turno non è ancora venuto; per adesso continuiamo a prenderci disfacimento, stallo e depressione economica.

È altrettanto triste pensare che la colpa di tutto ciò sia dell’art. 18 e non delle tasse esasperanti per la piccola e media impresa, della burocrazia paralizzante, della corruzione e criminalità dilaganti e della paura del futuro che immobilizza le prospettive.

 

 

 

 

* professore di Storia dell’Europa, Dipartimento di Scienze Politiche, Sociali e della Comunicazione, Università di Salerno

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