Gli errori di De Luca sui fondi UE

Gli errori di De Luca sui fondi UE
di Enzo Carrella

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Alla esclusione – a detta di De Luca – dalla gran fetta di contributi UE destinata a enti “under 50 mila abitanti” ha causato qualche contraccolpo il richiamare le attenzioni e le ire dei piccoli imprenditori.
Si, perché se tali incauti sillogismi operati da un sindaco di una piccola città (quale quella di Salerno) dovessero attecchire anche nel tessuto imprenditoriale, si scatenerebbe una reazione a effetto domino anche nelle PMI.
Quanti e quali saranno i contributi di fonte UE destinati alle imprese che hanno visto – giocoforza – escludere le Pmi dalle agevolazioni proprio per la loro minuta partecipazione al Pil nazionale? Chiaro che la visione potrebbe essere anche quella diametralmente opposta: aspettiamoci ora che le grandi imprese – quelle con fatturato e dipendenti da far girare la testa solo a leggere i numeri tra le pieghe del loro bilancio o contare le risorse umane a loro appartenenti – che hanno assistito (non da protagoniste, nda) all’erogazione di flussi esorbitanti di risorse (anche sotto forma di crediti di imposta) non a loro destinate ma con priorità di intervento a botteghe artigianali o ditte familiari e/o autentiche Pmi (l’acronimo che definisce la filiera planetaria delle piccole medie imprese), dovrebbero fare fronte comune e con una chiara, evidente e pacifica levata di scudi adottare misure e controffensive per la loro esclusione dai “giochi agevolativi”?
Sarebbe un paradosso e l’inizio di uno stravolgimento di regole che – di nuovo con effetto domino – travolgerebbe tutti gli ambiti e i perimetri della grande madre dell’Economia.
Invece, col “capo chino” e rimboccandosi le maniche, tali fulcri del Pil nazionale se ne stanno “composti e buonini” rivolgendo le attenzioni allo sviluppo del “lucro e, al contempo, a dare stabilità al proprio personale”. Insomma non si è mai assistito, non si assiste e mai si assisterà da parte dei loro titolari e/o azionisti ai “piagnistei” perché esclusi dalle “regole”.
Se solo si immaginasse – anche per un solo istante – un’azione legale comune di tutte queste imprese per protestare contro “il nulla” si lascerebbe spazio al panico di una collettività che vedrebbe interrotto improvvisamente l’intero apparato produttivo con tragiche e nefaste conseguenze.
Dissertazioni e impeti istintivi a parte, occorrerebbe prima di “sparare sul mucchio” conoscere perfettamente le regole, i meccanismi dell’UE e i suoi interventi mirati: della serie “nulla viene a caso” e se un’Autorevole organismo (dotato tra l’altro di menti eccellenti e sempre in azione a differenza di quelle spente e annebbiate presenti in piccoli centri) decide di “azionare” interventi e/o azioni mirate, lo fanno senza demagogia o sorta di preferenze.
I piccoli comuni, quelli “under 50 mila abitanti” – e veniamo alle spiegazioni tecniche alle contestate e criticate versioni di parte – non hanno dalla loro la medesima potenzialità finanziaria che hanno invece città medio grandi.
Basta addentrarsi nei meandri celati all’interno dei singoli capitoli di bilanci per rendersene conto: le entrate di un comune si distinguono e si basano anch’esse (come quello statale) sulle potenzialità dei suoi abitanti. Spieghiamo l’assunto.
Il Titolo Primo delle entrate è rappresentato dalle cosiddette entrate tributarie rimpinguate dagli stessi residenti/contribuenti. Come si chiederà? Applicando quello che è il concetto cardine della partecipazione alla spesa pubblica e fotografato nel comandamento dell’art. 53 della costituzione.
Ciò lascerebbe intendere che se il cittadino vi partecipa ha una propria e definita capacità contributiva, nel senso che il Comune è consapevole del suo contributo perché “il do ut des” è ancora integro.
Cosa succederebbe, invece, se in una città vi fossero cittadini condannati dalla ferocia dell’attuale crisi a starsene senza reddito e, soprattutto, avere un futuro intinto da un colore grigio opaco?
Facile immaginarlo: poche entrate, poche “euro disponibili” e soprattutto un equilibrio di bilancio difficile (se non impossibile) da gestire… con avanzi (utili) non più garantiti. Proprio una parte di questi avanzi sarebbe necessaria e indispensabile per buttarla nella sezione degli investimenti. Oltre a ciò, per questi piccoli comuni, risulterebbe anche impossibile (perché per lo più inesistenti) procedere ad alienazioni dei propri immobili per “ossigenera il carusiello” indispensabile a finanziare le opere (grandi o piccole che fossero).
Le opere e gli investimenti, infatti, di un ente (come recita testualmente l’art. 199 del tuel) vengono assicurate con avanzi, entrate per alienazioni, mutui e… con trasferimenti in conto capitale dello stato, regioni e/o altri enti comunitari e internazionali.
Da quanto sopra analizzato e esposto, apparirebbe chiara e voluta la limitazione delle misure di intervento della UE ai piccoli comuni.
Se non ci fosse tale autentico “soccorso finanziario” dell’organismo europeo c’è da scommettersi che a breve (visti i tempi lunghi dell’agognata ripresa economica) molti dei piccoli centri si “trasformeranno” in grossi deserti alla mercè di topi, bestie randagie e qualche “somaro”, non trascurando anche l’ipotesi di umani e sempre pronti “contestatori”.

redazioneIconfronti

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