Gli strani silenzi della stampa sull’anticamorra autentica

Gli strani silenzi della stampa sull’anticamorra autentica
di Pietro Nardiello

folgaria8Squilla il telefono. Non conosco il numero, non è memorizzato nella memoria della mia carta sim. Rispondo ed è Adriana Musella che vuole parlarmi. Lei è la coordinatrice dell’associazione antimafia “Riferimenti”, un coordinamento nazionale nato in seguito all’uccisione del suo papà, l’ingegnere Gennaro Musella il 3 maggio del 1982 a Bagnara Calabra, in provincia di Reggio Calabria, avvenuta in modo cruento e spettacolare. Al momento dell’accensione della propria automobile l’autovettura scoppiò causando la morte immediata dell’ingegnere. La sua colpa? In qualità di imprenditore denunciò alla Procura imbrogli avvenuti in una gara di appalto che poi venne ripetuta. Ma lui fui ammazzato dalla ‘ndrangheta mentre i suoi assassini non sono mai stati assicurati alla giustizia.
Adriana, però, impegnata da quei momenti in una incessante lotta contro le mafie e la mala politica, vuole parlarmi di una manifestazione che si svolgerà l’indomani a Scampia. Si tratta di accendere nuovamente i riflettori sulla palestra di Judo di Gianni Maddaloni che rischia la chiusura per morosità. La palestra di Giovanni Maddaloni svolge in questo quartiere dell’area nord di Napoli un’opera meritoria, offrendo a tanti giovani dei corsi gratuiti nonostante i costi importanti da sostenere. Eppure gli aiuti giungono solo dai privati, che non sempre, soprattutto in un momento difficile come quello che stiamo vivendo, possono offrire del denaro. Un impegno che si svolge senza il sostegno dei governi locali, che qui a Scampia presenziano solo per le solite passerelle festaiole o per chiedere i voti durante la campagna elettorale. Educare allo sport vuol dire preparare i ragazzi a compiere con diligenza il cammino della vita. Per un giovane fare sport vuol dire imparare tante cose.
Ma questo mio intervento, non è incentrato sui temi legittimi e importanti che ci offre lo sport e il lodevole impegno di Maddaloni. Su queste vicende ritornerò a occuparmene successivamente. Vorrei concentrarmi su come la stampa tratta questi luoghi. L’indomani, infatti, dopo la conferenza i giornali hanno decritto la palestra di Maddaloni come “una palestra anticlan a rischio chiusura”. Ecco, mi domando perché tutto quello che viene realizzato a Scampia, o nelle difficili periferie di Napoli o del nostro Sud viene sistematicamente etichettato come un impegno anti clan, anti camorra? Si tratta, a mio avviso, della solita semplice e pericolosa semplificazione che vuol far passare lavori importanti, svolti su fisico e intelletto, come una sistematica sostituzione a chi la lotta alla criminalità la deve fare per adempiere quotidianamente al proprio dovere. Queste etichette oramai hanno circoscritto l’impegno di tante persone che vorrebbero, semplicemente, essere riconosciute come coloro che ogni giorno o quando possono tendono le proprie mani, offrono la propria professionalità in favore di quartieri dove le pari opportunità rappresentano solamente un sogno.
In realtà i quotidiani avrebbero potuto concentrasi su quello che Adriana Musella ha poi dichiarato e scritto nel comunicato, parole di sicuro interesse perché “la lotta alla camorra non si fa né con fiaccolate né con grandi proclami, ma sostenendo azioni concrete a differenza di associazioni che a Napoli fungono da asso pigliatutto, godendo di contributi di centinaia di migliaia di euro .La palestra Maddaloni non è sostenuta da alcuna istituzione, eppure i ragazzi della Giustizia Minorile vengono recuperati in quella palestra. I ragazzi che delinquono per le strade di Scampia, sono da Maddaloni invitati a recuperare gratuitamente, proprio attraverso lo sport.” Ed infine avrebbero potuto segnalare il piccolo ma importante aiuto economico che “I Riferimenti” della Musella hanno offerto alla palestra di Maddaloni. Certo, il lavoro di Maddaloni sottrae giovani alla criminalità, ma la stampa deve iniziare a comprendere che i titoli di “impegno anticlan” svolto da realtà culturali e fucine di vita possa rappresentare un vero cappio per chi lavora in questi luoghi, non perché potrebbero alimentare il pericolo di eventuali ritorsioni, tutt’altro, ma perché si impedisce in questo modo di effettuare una lettura ampia e precisa di territori di frontiera.

redazioneIconfronti

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