Gocce di memoria nel ricordo dei Giusti

Gocce di memoria nel ricordo dei Giusti
di Roberto Lombardi

Giusti

Non dobbiamo dimenticare gli orrori che la storia ci ha consegnato; ma la nostra memoria deve lavorare anche in un altro senso: dobbiamo ricordare: ricordare i Giusti, coloro che hanno impedito alla storia di ammantarsi solo del nero mantello che oscura la luce. Non tutti coloro che possono appellarsi del nome di Giusti hanno dovuto operare sotto la funesta ombra della malvagità umana, non tutti hanno dovuto porre minimo argine alle miserie e alle brutture umane. C’è anche chi, chiamato ad assolvere a un piccolo ruolo, a un circostanziato compito nella nostra società, vi ha adempiuto con la stessa statura di chi ha lottato contro il male assoluto. Io non ho conosciuto grandi orrori: ma nella mia vita ho conosciuto un Giusto. L’ho conosciuto. È fin troppo facile leggendo un libro, vedendo un film riconoscere in un uomo qualunque, in una persona semplice, magari in un impiegato, in un barbone, in una donna di casa, la figura di un eroe, la statura di un Giusto. Nella vita di tutti i giorni, nella quotidianità in cui siamo immersi, siamo in grado, troppo spesso, di riconoscere il successo, ma quasi mai la qualità. Paradosso: il successo non ha bisogno di essere riconosciuto; è la qualità quella che ha bisogno di attenzione. Io ho conosciuto un Giusto nella mia vita. Si chiamava Mario Carpentieri. Insegnava fisica in un istituto di istruzione superiore ed era professore di geometria presso la nostra Università. Sono stato suo allievo. Mario Carpentieri è stato un uomo rigoroso, consapevole, colto; asciutto come un chiodo, nella sua vita sembrava non ci fosse spazio per quella forma di egoismo e di retorica che è il compiacimento di sé, e che rappresenta il maggior limite allo sviluppo di un Sé maturo, ovvero un individuo capace di quella sintesi a cui ogni Uomo dovrebbe tendere: gli altri. Insegnare non era per lui una missione, era il suo lavoro. E se davvero c’è un luogo fuori della retorica in cui il lavoro nobilita l’uomo, il professor Mario Carpentieri nobilitava noi allievi attraverso il suo impegno quotidiano. Per valutarci non ci ha mai dovuto interrogare; non ha mai dovuto mettere voti. Ci giudicava più dalle domande che facevamo che dalle risposte che eravamo in grado di evadere. E amava le “domande cretine”. “Non abbiate timore, non pensate mai che le vostre osservazioni siano inutili: chiedete”; e dietro le nostre “domande cretine”, si aprivano puntualmente orizzonti inimmaginabili. Era curioso, aperto e curioso (e scettico anche verso se stesso); e così domandava, chiedeva, a ognuno di noi, suo allievo, quando, a turno, eravamo chiamati a spiegare all’intera classe l’ottica, o una legge della meccanica, o la gravità, ci chiedeva: ”Cosa ne sarebbe di quell’integrale di convoluzione, se al posto della funzione gradino vi introducessimo…”, e a noi sembrava che le complessità più inavvicinabili, si tramutassero in oggetti da indagare, smontare, scoprire. I quesiti che ci sottoponeva più di frequente erano: l’ascensore, la motocicletta, l’uomo col cane. Se provate a far visita oggi a un laboratorio di scienze di una scuola straniera in Italia, è così che studiano la fisica: sulle lavatrici, sulle motociclette. Gli allievi sono messi in grado di smontarle e di spiegarvi il perché di materiali, di forme, il perché di funzioni (che sono anche equazioni) che quei materiali con quelle forme svolgono. Anche lui come tutti i professori, una volta al mese veniva in classe, dettava un compito (una sola traccia uguale per tutti), e ci salutava. Tornava dopo due ore e ritirava i compiti da correggere. Non siamo mai stati in grado di copiare. Non perché fossimo diversi da ogni altro studente, anche se in quella scuola, la prima a Salerno di Informatica, la prima classe che diplomò Informatici, ci sentivamo un po’ speciali, ma perché il suo metodo di insegnamento resisteva a ogni forma di retorica dello studio. Se il compito di fisica (ma era davvero solo fisica?) che vi viene chiesto di analizzare, descrivere e spiegare è: ”L’uomo a passeggio col cane”, ci vuole qualcosa di più che semplice nozionismo per capire che il collare che unisce il cane al padrone è un sofisticato sistema di feedback ad anello aperto, e che descriverlo richiede un proprio approccio personale, perfino psicologico, oltre che scientifico. Solo molti anni più tardi ho scoperto che in fisica l’osservatore dei fenomeni subatomici viene individuato quale “partecipatore”. Non si può copiare un compito che richiede un approccio e una soluzione personale. Per noi studenti, non essere in grado di aprire un libro e trovarvi una formula inversa, non significava prendere 4; significava non essere all’altezza della responsabilità che ci eravamo assunti iscrivendoci e frequentando quella determinata scuola. Era una bruciante disconferma che durava fino a quando non eravamo in grado di riabilitarci come studenti, mai come persone. Non solo gli studenti lo stimavano e lo rispettavano, ma anche i suoi colleghi. Allora l’Informatica non si sapeva neppure cosa fosse (a proposito, è stato il professor Mario Carpentieri a volerla e a portarla a Salerno), e i docenti che venivano chiamati a occupare la cattedra di matematica, calcolo, sistemi, statistica, erano spesso in difficoltà con i programmi e più d’uno avrebbe rinunciato all’incarico. Ma lui li faceva desistere, diceva loro: ”Non ti preoccupare, ti aiuto io, vedrai che ce la farai”. E ne ha aiutati molti, solo perché credeva che la scuola dovesse mostrarsi all’altezza, e che noi alunni meritassimo una classe di insegnanti all’altezza, e ci pretendeva all’altezza di quegli insegnanti e di una scuola siffatta. Tornate a vedere il film “L’attimo fuggente” in cui si narra di un insegnante che con i suoi allievi si fa protagonista di una straordinaria stagione di crescita personale e di approfondimento culturale; guardate Robin Williams, l’attore che interpreta quel professore, e ci vedrete una pallida rappresentazione di quello che, nella realtà, è stato il professor Mario Carpentieri: un Giusto.
Il professor Mario Carpentieri è scomparso prematuramente il 15 Luglio del 1990, a cinquantuno anni. Nell’Istituto di Informatica nel quale ha insegnato a Salerno, e formato generazioni di studenti, dovrebbe esserci ancora una targa in un’aula di un laboratorio di scienze a ricordarlo.

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