Gramsci, la traccia incancellabile

Gramsci, la traccia incancellabile

Questa sera, alle 18, nella chiesa di  Sant’Apollonia, a Salerno, si parlerà di “Antonio Gramsci. La traccia incancellabile”, a cura di Alfonso Amendola e Pasquale De Cristofaro. Quest’ultimo illustra per noi il valore dell’iniziativa, alla quale prenderanno parte docenti e intellettuali.

di Pasquale De Cristofato
Il regista De Cristofaro
Il regista De Cristofaro

Antonio Gramsci (1891-1937) esercitò, giovanissimo, l’attività di critico teatrale dal 1916 al 1920 sulle colonne dell’edizione torinese dell’ ”Avanti”. Quattro anni difficili per il nostro paese che ricordiamo era in guerra; e difficili per quanti cominciavano ad elaborare un pensiero politico nuovo nei confronti delle precarie condizioni del nostro sistema parlamentare post-unitario. Spinte centrifughe che condizionavano pesantemente lo svolgersi della situazione politico-sociale di una nazione che con quella guerra sperava di concludere definitivamente il progetto della sua unificazione. Anni in cui, lo spettro della rivoluzione bolscevica turbava e agitava le borghesie dell’intera Europa. Purtroppo di lì a poco, quelle angosce e quelle paure determinarono, in molti paesi del vecchio continente, spaventose dittature nazi-fasciste. Esse, inizialmente, sembrarono ridare un po’ di fiducia allo spaventatissimo sistema capitalistico, subito dopo, però, virarono in regimi violenti e oppressivi  che finirono per nuocere agli stessi equilibri democratici così faticosamente raggiunti. In una situazione in così grande movimento, è facile immaginare lo sconcerto ma anche l’euforia che investì gli intellettuali più sensibili e attenti ai cambiamenti che si stavano realizzando. C’era chi guardava alla guerra con grande favore, chi, invece, la considerava nient’altro che l’ennesima sconfitta per le masse del proletariato le cui condizioni sarebbero definitivamente peggiorate senza lasciare alcuna speranza per un mondo più giusto. È, dunque, in tale clima che il giovane sardo, lettore instancabile e uomo coltissimo, mosse i primi passi nell’agone politico italiano. E può sembrare strano che decise di partire proprio dal teatro per fare il suo ingresso nel mondo dell’informazione. Oggi, questo sarebbe impensabile. Basti pensare a quanto scarsissimo rilievo abbia, oggi, il teatro, e quindi le cronache teatrali, su una società che ha quasi completamente bandito le scene dal proprio orizzonte e interesse. In quegli anni, non era affatto così, anzi. Il teatro era il luogo principe dove la borghesia colta e meno colta amava riunirsi sia per “riconoscersi” sia per cercare di intravedere ciò che rappresentava il “nuovo”; in una parola, il teatro faceva ancora tendenza. Gramsci, che cominciava a maturare una coscienza politica che poi lo porterà ad essere uno tra i personaggi più importanti del pensiero italiano di quegli anni, non poteva che guardare la letteratura e il teatro (i due termini allora erano considerati molto più vicini a differenza di oggi) da una prospettiva più sociologica. L’ “egemonia” di Croce in lui era fortemente mediata dall’amato De Sanctis. La sua fiducia era riposta nel teatro come uno strumento utile ed efficace di elevazione del “proletariato”. Chiaramente, era ben consapevole che nelle sale d’allora di proletari se ne vedevano ben pochi; nonostante ciò, considerava opportuno recensire i “repertori” per provocare sui giornali dibattiti che potevano aprire squarci di riflessioni nei gruppi dirigenti più aperti. Proverbiali le sue simpatie per Ibsen, considerato un grande drammaturgo capace di porre questioni etico-morali di grande rilevanza; come proverbiali furono la sua incapacità di cogliere la novità dei cosiddetti “grotteschi” (su tutti Rosso di San Secondo che proprio non riuscì mai a convincerlo); soprattutto, però, va considerato il suo rapporto con Pirandello, l’astro nascente del teatro italiano di quegli anni. Tale rapporto con il teatro dell’agrigentino fu molto controverso. A parte una primogenitura contesa col Tilgher su chi avesse per primo indicato l’importanza del drammaturgo, ancora, oggi, questo confronto meriterebbe di essere studiato con maggiore profondità. Gli studi, infatti, si sono fermati nel considerare Gramsci interessato soprattutto al suo repertorio più regionale (Liolà su tutto) mediato dal grande Angelo Musco verso il quale provava una ammirazione forte per il suo temperamento schiettamente popolare di contro, tanto per dire, all’altro grande interprete di quella prima stagione pirandelliana Ruggeri, che sarebbe stato “infetto da lebbra dannunziana”. A tale proposito, sarà bene dire anche quanto Gramsci abbia contributo con la sua polemica nei confronti del modello del “grande attore” e la sua conseguente predilezione per la “compagnia di complesso” ad allineare l’Italia ai grandi paesi europei che già da qualche anno si erano avviati su questa strada di radicale rinnovamento delle scene. La sua ammirazione per Virgilio Talli direttore di compagnia, considerato dagli studiosi odierni come il prototipo del futuro regista, va esattamente in questa direzione. Infine, nel considerare ciò che lui intuì e ciò che non seppe riconoscere come nuovo, fanno di Gramsci un uomo di teatro a tutto tondo e che solo l’impegno politico sempre più pressante, prima, e la successiva prigionia, dopo, misero a tacere definitivamente. Il suo, resta un magistero onesto e profondo che meriterebbe d’essere investigato con maggiore acume ed interesse al di là di letture apologetiche o liquidatrici a seconda del punto di vista degli studiosi coinvolti. L’incontro promosso dalla collana di teatro contemporaneo  “corponovecento” vuole proprio cercare di rimettere in situazione il personaggio ricco e complesso di Gramsci che tanto ancora ha da dire a tutti noi.

(I Confronti / Le Cronache del Salernitano)

redazioneIconfronti

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