Mar. Set 17th, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

Greenaway a Salerno, “Molto rumore per nulla” (o quasi)

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Un'intrigante lectio magistralis e, poi, il déjà vu di una fugace installazione
di Francesco Tozza
Peter Greenaway

Nella città delle luci (luci d’artista!), come il bombardamento mediatico definisce ormai Salerno, non poteva mancare un vero e proprio astro, certo lontano anni luce dal pianeta che, meritoriamente comunque, ha voluto ospitarlo, nel neonato teatro stabile d’innovazione (recentemente intitolato ad Antonio Ghirelli). Illuministicamente, ma con indubbia opportunità (muovendosi, in genere, il fare cultura del territorio in più circoscritte e, soprattutto, più contigue regioni, almeno dal punto di vista teatrale), si è invitato Peter Greenaway (è lui l’astro in questione) a tenere preliminarmente una lectio magistralis, essendo peraltro l’Ateneo salernitano (nello specifico il Laboratorio di Filosofia e Linguaggi dell’immagine) corresponsabile dell’iniziativa: un prologo (autocelebrativo e informativo nello stesso tempo) alla performance-installazione successiva, con numerose repliche, dato il numero ristretto di fruitori, di volta in volta ammessi al suo svolgimento, nell’altoforno dell’ex Salid (spazio, peraltro, bellissimo, quasi contiguo alla sala dello stesso insieme, che ospita l’intera stagione).
“Il cinema è morto” – è stata una delle prime frasi, provocatorie evidentemente, qui pronunciate (in realtà per il passato già spesso ripetuta) da chi continua ad essere conosciuto, nonostante tutto, principalmente come regista cinematografico (dall’iniziale, stupendo I misteri del giardino di Compton House, del 1982, al più recente e deludente 8 donne e mezzo, del 1999). È stata additata, con precisione, perfino la data di morte: ci è sembrato di sentire il 31 settembre 1983, e l’inesistenza di quel giorno, nel mese autunnale, confermerebbe trattarsi di una simpatica frase ad effetto (ma c’è chi ha sentito il 21 settembre 1963, nel qual caso la provocazione dell’enunciato, ingiusta e gratuita, taglierebbe un bel po’ di storia del cinema che ha influenzato ed è stata notevolmente usata dallo stesso Greenaway). Ma più che la data, conta la causa della morte indicata, il telecomando. E qui si potrebbe essere anche d’accordo, ma per la ricaduta negativa avutasi nella fruizione, con l’avvento del nuovo oggetto: generatore, a lungo andare, di una percezione distratta, secondo il nostro parere; veicolo di un più libero e creativo montaggio delle immagini, per Greenaway. Il quale va visto, in ogni caso, come il regista di un cinema sui generis, insofferente alla bidimensionalità dello schermo (dal quale sembra continamente allontanarsi per vie di fuga che sono, però, altrettante vie di ritorno), animato da un furore distruttivo delle regole narrative (la “tirannia del testo”, una delle “quattro tirannie” che imprigionerebbero il cinema), portandolo a privilegiare la manipolazione elettronica, a volte ossessivamente iterativa, dell’immagine, a frantumare lo schermo in immagini multiple, con inquadrature che cambiano continuamente formato, accompagnate da colonne sonore inglobanti diverse tipologie musicali, con un’offerta sovraccarica di apparati figurativi, evidentemente nostalgici dell’originario specifico di appartenenza (la pittura). Un cinema, peraltro, usato come modo alternativo di organizzare lo stesso materiale cinematografico, accanto e magari contro gli altri sistemi di organizzazione culturale (religione, politica, ecc.); un cinema come mezzo di discussione di idee, soprattutto quelle, sempre intriganti, sul concetto di rappresentazione, sull’estetica in genere o sulle altre, molte possibilità del mezzo cinematografico. Non a caso, negli anni scorsi, Greenaway ha affermato – “pericolosamente” (per sua stessa ammissione) – che il cinema è un mezzo troppo ricco per essere lasciato ai cantastorie, in balia cioè di chi si pone di fronte allo schermo solo perché gli venga raccontata una storia, appunto; anche se questo – gli si potrebbe obiettare – è l’unico modo, comunque forse il migliore, e non nel cinema soltanto, per cercare la verità attraverso la menzogna: sublime orizzonte, più o meno sotteso ad ogni linguaggio artistico. Un cinema, insomma, come efficacemente aveva sintetizzato la prof. Maria Giuseppina De Luca, nel presentare l’ospite e tratteggiarne la fisionomia operativa, “non più narrativo, ma come artificio”, che così offre un “gioco complesso e rigoroso: non più finestra sul mondo, ma spazio per dipingere idee” (ideogrammi, piuttosto, aggiungiamo noi, seducenti ma muti geroglifici; col rischio innegabile di una certa autoreferenzialtà, pur in partenza rimossa).
La liberazione dal narrativo, dalla “schiavitù del testo” (ma ogni offerta di linguaggio espressivo è, a suo modo, un testo: termine ormai – Greenaway lo sa bene – non più circoscrivibile all’universo letterario, e alle sue svariate diramazioni), l’insofferenza alla cornice fissa (nella pittura come nel teatro, incatenati nei secoli alle limitazioni anguste della scena, unidimensionalmente intesa; ma non sono mancate le eccezioni, l’età del barocco soprattutto, che non a caso trasuda continuamente nella filmografia del nostro regista), sono state esigenze già bellamente espresse dalle neoavanguardie, fra gli anni sessanta e i settanta del secolo scorso (nei quali sembra si sia detto proprio tutto!). Una pittura fuori dal quadro e un teatro fuori dal palcoscenico sono state, allora, vie già battute, determinando un percorso trasversale e un importante incontro/contaminazione fra i due linguaggi, certamente a statuto meno rigido – e quindi più plasmabile – rispetto ad altri, la musica per esempio, e lo stesso cinema.
Un “cinema fuori del cinema” – non meno di una musica fuori della musica, tanto per dire – sono, invece, ipotesi assai meno praticabili, espressione (ci si perdoni il termine) di un “grillismo” estetico di cui non si sente proprio il bisogno, fatta salva anche qui l’esigenza dell’incontro/scontro dei linguaggi stessi (che non è poi sempre contaminazione, quanto piuttosto proficua e più creativa collaborazione), di cui l’opera d’arte totale del vecchio Wagner, già a metà Ottocento, rappresenta un importante precedente e un imprescindibile, pur se molte volte ignorato, punto di riferimento; forse per questo, nell’epoca della realtà virtuale qual è sempre più la nostra, davvero e per più versi terribilmente postumana, la contestazione delle varie tirannie all’interno dei linguaggi artistici, frutto di desueti fondamentalismi teorici, stranamente (ma non troppo!) si fa – anche nel caso specifico – esaltazione della fisicità, del sempre invidiato hic et nunc, del contatto diretto come teatralizzazione dei moduli espressivi (da non confondere con la loro spettacolarizzazione, che è ben altra cosa, e non modifica affatto, né tanto meno arricchisce, la nostra esperienza). Non a caso anche l’istallazione che Greenaway ha presentato a Salerno (The seventh wave/La settima onda), con i suoi numerosi schermi ricolmi di liquide immagini, se non ci fosse stato l’intervento del Prospero di turno o, se preferite, dell’irrinunciabile Virgilio, sempre pronto, sotto mentite spoglie (Coleridge, Melville, Dante, ecc), a condurre e interrompere, con la sua alata parola, l’ennesimo viaggio nell’inferno pur seducente del virtuale, si sarebbe trasformata in pura magia di suoni e luci (ormai sempre in agguato!), in sterile clip pubblicitario, uno dei tanti che inondano i non luoghi del nostro quotidiano: nell’ex Altoforno, l’acqua avrebbe spento il fuoco del logos, facendo venir meno il tormento e l’estasi di una ben diversa, rinnovata visione. Peccato quell’uscita finale dell’attore (coerente, tuttavia, al tipo di lettura in precedenza offerta), al di qua di un sipario che non poteva e non doveva essere né vero né metaforico, per ricevere applausi finalmente non più ‘amatoriali’, comunque e sempre sublime nettare per gli apostoli di un teatro che fu; cedimento all’universo puramente recitativo, in un contesto che non lo tollerava, scalfendo lo spessore di un’operazione, forse non eccelsa, ma che si voleva sicuramente presentare come innovativa. Certo, anche per questo tipo di sensazione, provata all’uscita dallo spazio (bellissimo e funzionale, lo ripetiamo; e si spera venga ancora più, e meglio, usato per il teatro di domani), ci è venuto in mente non solo il titolo shakespeariano, di cui all’inizio, ma anche il giudizio – forse un po’ severo, magari un tantino arrogante nella sua retorica magniloquenza – espresso a suo tempo da Debussy nei confronti dell’universo musicale wagneriano: “è stato un bel tramonto, scambiato per un’aurora”.

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