Guardiamo avanti aprendo il nostro cuore

Guardiamo avanti aprendo il nostro cuore
di Michele Santangelo

Immagine028-1“Rallegratevi sempre nel Signore”, è l’invito della Chiesa ai suoi fedeli, attraverso la liturgia di questa terza domenica di Avvento  ed è un invito chiaro ed inequivocabile che  non lascia spazio ad interpretazioni diverse, visto che esso viene ripetuto durante tutta la celebrazione e viene suggerito come invocazione al Signore affinché aiuti tutti “a ricevere con gioia il dono della salvezza”, aspetto questo che è spessissimo presente nella liturgia e nella pastorale della Chiesa in genere, ma in determinate circostanze è accentuato, diventandone l’idea di fondo nella quale si raccolgono tutti gli altri messaggi e stimoli che vengono rivolti al popolo di Dio. È quello che capita in questa domenica che viene appunto denominata “Gaudete”, cioè,   “rallegratevi”, parola che apre la celebrazione liturgica; invito ripreso nel brano della lettera di S. Paolo ai Tessalonicesi della seconda lettura, condizione dello spirito che traspare anche dalla prima lettura nella quale il profeta Isaia si riconosce come colui che il Signore ha inviato a portare ai poveri un “lieto annunzio”, dopo che egli stesso ha assaporato la gioia di essere stato il destinatario di un grande dono da parte del Signore: l’essere stato “vestito  delle vesti della salvezza e avvolto con il manto della giustizia”; esortazione alla gioia che non dipende certo dalla mancanza di consapevolezza o di sensibilità da parte della Chiesa nei confronti dei  gravi problemi che attraversano la vita delle famiglie in questo tempo in cui sembra che abbiano preso il sopravvento le difficoltà di natura economica, le disparità sociali, il disorientamento dei giovani per le prospettive future affatto rosee, l’aumento dei poveri che diventano sempre più poveri, mentre la ricchezza si concentra sempre più nelle mani di pochi, con il ricorso alla corruzione, al malaffare, alle ruberie di vario genere. Una massa enorme di fattori negativi, che spesso vengono ingigantiti dai mezzi di comunicazione che sembrano offrire spazi molto ampi al male, mentre sovente, o quasi sempre, non si ha attenzione al bene in tutte le sue forme, dalle iniziative benefiche al volontariato per  aiutare i  bisognosi, per assistere gli ammalati, i vecchi, per esprimere vicinanza a chi soffre nel corpo e nello spirito, per offrire la giusta educazione ai ragazzi, tutti  campi nei quali la Chiesa con le sue organizzazioni è quasi sempre ai primi posti, in prima linea dove si soffre, dove c’è bisogno di sfamare gli affamati, di prestare assistenza agli immigrati senza fare “distinguo” di nessun tipo, neppure di religione, interpretando in tal modo il comandamento dell’amore fraterno dato da Gesù. Particolare che sfugge, oppure è volontariamente ignorato, da certi personaggi che ogni tanto ritornano a galla, facendo leva sul proprio livore interiore, per puntare in modo gratuito e pretestuoso il dito contro gli aiuti che volontariamente i cittadini italiani destinano alla Chiesa, per esempio attraverso il famoso otto per mille, a fronte di ciò che succede in altri ambiti, per esempio le famose cooperative di cui tanto si parla in questi giorni, alimentate da fondi statali ricavati dalle tasche dei cittadini attraverso l’obbligatorio prelievo fiscale; fondi che finiscono in direzioni assolutamente opposte a quelle per cui vengono erogati. La missione della Chiesa è quella stessa del Messia, che veniva preconizzato dal profeta come colui che viene per “portare il lieto annuncio ai miseri, fasciare le piaghe dei cuori spezzati, proclamare la libertà degli schiavi, la liberazione dei prigionieri”.  Missione che ordinariamente e senza clamore la Chiesa cerca di portare a termine, spesso nel nascondimento e in spirito di caritatevole discrezione, per non offendere la sensibilità  di chi di quella carità è destinatario. Ma questa è anche la missione di ciascun cristiano che, come Giovanni Battista,  non annuncia se stesso, ma Colui che è il più grande di tutti, il Salvatore del mondo, della cui luce tutti i battezzati sono chiamati ad essere testimoni con la propria vita. L’Avvento è il tempo della gioia dello spirito, durante il quale si guarda avanti aprendo il cuore a Cristo che viene, rimuovendo gli ostacoli costituiti dall’egoismo, dalla incapacità di gioire per le piccole cose quotidiane, dalla sfiducia, dalla tendenza a considerare sempre il bicchiere mezzo vuoto, anche se l’altra metà è piena. L’annuncio del Messia non è compatibile con la musoneria, ma deve andare a braccetto con la fede e la gioia che fanno nascere anche negli altri il desiderio di aderire ogni giorno alla volontà di Dio, di essere cristiani. S. Filippo Neri era solito esclamare: “Tristezza e malinconia fuori di casa mia”.

redazioneIconfronti

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