Ho conosciuto Jep Gambardella

Ho conosciuto Jep Gambardella
di Antonio Pecoraro
Tony Servillo ne "La grande bellezza"
Tony Servillo ne “La grande bellezza”

Jep Gambardella lo conosco. È cugino stretto a Titta Di Girolamo (Le conseguenze dell’amore – 2005;  Paolo Sorrentino).

Abitano a Salerno uno al Torrione un altro a Pastena. Ma abitano anche al quartiere Stella di Battipaglia, ad Agropoli,  Roccadaspide, Angri, Sala Consilina. Fanno gli impiegati, chi al Catasto, chi al Comune, al Consorzio di bacino, all’ufficio dell’entrate. Hanno un sogno nel cassetto, un libro scritto e riposto, una sceneggiatura sgrammaticata, una commedia per una compagnia locale, una canzone da far sentire a Fiorella Mannoia nell’imminente concerto estivo nei paraggi. Vegetano nel loro lavoro aspettando che qualcuno si accorga della loro creatività. La giacca è la stessa, pettinata, colori sgargianti, elegante e cafona al tempo stesso, ma con una forte valenza identitaria: l’acqua di colonia degli anni ’70-’80 che per una specie di sortilegio non si riesce mai a consumare del tutto.

JEP esiste e vive in ognuno di noi.

Il film “La Grande Bellezza” è una grande visione onirica. Ha vinto l’Oscar perché gli americani quello vogliono vedere di noi. Il sequel della “Dolce vita” felliniana, un sogno premonitore di bellezza scaturita da un grande benessere sociale. Se avessimo presentato, noi Italia, un film su l’Ilva di Taranto, col cavolo ce lo davano.

Tre anni fa il nostro cinema candidò “Terraferma” di Emanuele Crialese, il problema degli immigrati che morivano nel canale di Sicilia, probabilmente non era molto sentito dai giurati dell’Academy Awards, (e i pescatori siciliani che non potevano aiutare quei poveracci perché era contro legge; ricordate la famigerata Bossi-Fini?).

Com’è distante Los Angeles da Mazara del Vallo, da Lampedusa, ci passa un pianeta intero ma non solo in termini distanziali, chilometrici. Mulholland Drive è più vicina a piazza Navona che alla Vicarìa o al Cie del porto Lampedusano. Non si tratta di mondi distanti, si tratta di cifre in conti correnti.

Oggi tutti festeggiamo l’Oscar al film “La Grande Bellezza”.

L’Oscar non l’ha vinto Sorrentino, l’ha vinto Geppino (Jep) Gambardella.

Il personaggio è stato pescato in quell’humus della Campania del piano di sotto dove Sorrentino si è foraggiato. Dove si foraggia a sua volta anche la malavita, (Titta Di Girolamo lavorava con loro). È il racconto di una realtà, a tratti giornalistica che riesce ad aprire le prime porte della storia. Per raccontare la decadenza della nostra civiltà, e della nostra italica società, Sorrentino è partito dai piani alti, nobiltà e borghesia in declino, dal racconto di Gambardella, elegante arbitro cinico e disilluso di una Roma sguaiata e guascona; un personaggio che proviene dalle nostre parti e dalla nostra estrazione sociale. Una Campania abbandonata da tempo allontanandosi da paure e fobie esorcizzate nel film.

È un discernere la realtà dal personaggio ma è anche un incontro tra character e reality. Se solo al posto di quella camminata sul lungotevere, Jep, (Toni Servillo, superbo interprete del film) l’avrebbe fatta nel viale della stazione Ostiense tra stanchi (ma anche vivi) pendolari e suggestivi, affamati clochard, avrei amato di più questo film. Avrebbe accentuato la dicotomia ricchezza-povertà che è la vera realtà della città di Roma (ma credo, anche, della maggior parte delle città Italiane). “Se questa è la miseria mi ci tuffo con dignità da Re” affermava Capossela in una famosa canzone. Quella borghesia (nobile?) e quei salotti non sono lo specchio dell’Italia. Quei salotti sono soltanto una parte dell’Italia in declino, e che, forse, solo loro poi alla fine si salveranno. Perché quelli si salvano sempre, statene certi.

La sceneggiatura è stata scritta da Sorrentino assieme a Umberto Contarello, altro genio italico sconosciuto alla grande massa. Molte visioni di Contarello gli sono state trasmesse dalla genialità di Carlo Mazzacurati morto da poco più di un mese.

Contarello le ha trasportate, queste visioni, ne “La Grande Bellezza” facendo sì che quest’ Oscar appartenga di qualche grammo anche a Carlo Mazzacurati indiscusso poeta del cinema italiano. D’altronde Contarello le ossa se l’era fatte proprio in quel cinema della bassa veneta dove per anni ha imperversato la narrazione cinica e spietata del cinema di Mazzacurati raccontando una società in via di smarrimento.

Alcune inquadrature, piani sequenza, sono davvero magistrali, veri affreschi su celluloide, opere impressioniste traslate nel nostro secolo. Sorrentino ha rubato dal Sorrentino stesso, quello del precedente “This must be the place”, ma anche, e soprattutto dal film “The tree of life” del grande maestro Terrence Malick.

Una delle scene più importanti, secondo il mio parere, è quella ragazzina che sbatte il colore sulla tela con ardore, rabbia e violenza, ti trasmette emozioni forti, ti tremano le palle, ti lascia un timbro come l’ufficiale postale sulla raccomandata, ti dimentichi che la parte del padre la fa un demente come Lillo (quello di Lillo e Greg) e pensi che solo quella scena vale la statuetta.

E poi: le musiche? azzeccatissime. Sorrentino ha dato tutto in mano a Lele Marchitelli? Un genio. Pezzi della tradizione classica, la musica colta del Kronos quartet, hit pacchiani da discoteca e pezzi suoi originali. Il cinema è questo: una sinergia di varie personalità. Crediamoci nella nostra creatività. Noi Italiani facciamo “software” d’arte di qualità, emozioni di genio.

L’”hardware”, l’acciaio, le macchine industriali, il ferro, lasciamoli fare ai tedeschi. Questo, il cinema, l’arte, il lavoro di fantasia, il gesto creativo lo sappiamo fare noi. Siamo i migliori, crediamoci. La creatività è il nostro futuro. La vena artistica ci taglia dentro come l’Autostrada del sole. Se solo qualche governo investisse in cultura. Ce la invidiano tutti.

Il prossimo lavoro di Sorrentino? Scriverà il libro “L’apparato umano” sotto lo pseudonimo di Jep Gambardella. Scommetto che lo farà.

“Qua la vera religione è che se non posso avere io una cosa non la deve avere nessuno” dichiara Jep in un’ipotetica e surreale intervista allo scrittore Giuseppe Montesano. Questa è la vera condanna del nostro paese.

“Volete un po’ di pizza con le scarole? Non vi mettète scuòrno, assaggiatela”.

 

 

redazioneIconfronti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *