Ho scoperto una Ravello insospettabile

Ho scoperto una Ravello insospettabile

Venerdì sera presentazione a Ravello di “Gesù è più forte della camorra” (Rizzoli), il libro di don Aniello Manganiello e Andrea Manzi, che racconta i 16 anni di esperienza dell’ex parroco del rione Don Guanella nell’inferno di Scampia. L’affollata manifestazione, promossa dal quotidiano ravellese online Il Vescovado e da altre associazioni del luogo, si è rivelata ricca di spunti ed interessante per la ridefinizione di un profilo civico (ed etico) dei singoli e delle comunità nell’era della globalizzazione e della perdita dei tradizionali punti di riferimento. Il co-autore del libro, Andrea Manzi, a commento della riuscitissima serata, ha scritto al direttore de “Il Vescovado”, Emiliano Amato, la lettera che segue: in essa si fa il punto sui significati dell’iniziativa, sul profondo senso civico della comunità ravellese e sulla necessità che la Città della Musica superi gli schemi del passato nei quali appare prigioniera e si affidi a nuovi progetti e a personalità in grado di attuarli nell’interesse della comunità e non più per fini clientelari o di mero potere.

di Andrea Manzi *
Un momento della manifestazione
Un momento della manifestazione

Caro Emiliano,

l’altra sera, nel corso della presentazione del libro “Gesù è più forte della camorra” (Rizzoli) di cui sono co-autore, mi hai fatto conoscere una Ravello inedita e insospettabile, una città che ha dimostrato, con la partecipazione numerosa, intensa e attenta al messaggio di legalità portato da don Aniello Manganiello, uno dei preti-simbolo della lotta alle mafie, il tratto di un civismo convinto e maturo.
Con l’entusiasmo della tua Ravello nel cuore, don Aniello è partito per Roma dove, ieri mattina, ha consegnato in Campidoglio, ad un militante della lotta contro le mafie di Scampia, il Premio Paolo Borsellino 2013.
Torneremo, caro Emiliano, per rivivere lo slancio etico dei cittadini di Ravello, che si è manifestato con intensità soprattutto quando abbiamo affrontato il tema della vita quotidiana insidiata dalla grumosità che ostacola la storia civile del Sud, dove la viltà politica di massa continua a riconoscere ruoli e ad attribuire funzioni a personaggi malinconici e inutili.
Purtroppo, ti confesso con rimpianto, di non aver mai colto, in un anno e mezzo di lavoro nella Città della Musica, l’esistenza di quest’altra città, della città libera, democratica e civile che ho conosciuto purtroppo soltanto ieri. Probabilmente, sarà dipeso da me o forse no, certo è che dalla mia postazione, che pure avrebbe dovuto essere un luogo privilegiato di ascolto e di relazioni, non ho mai percepito il respiro della gente né ho mai verificato, dopo averlo a lungo auspicato, un rapporto coinvolgente con i ravellesi, in grado di restituire al territorio, sotto forma di progetti autenticamente formativi e di crescita, quanto la generosità pubblica lasciava transitare e tuttora destina, senza lesinare interventi, alla crescita di questa terra meravigliosa.
Riattraversando, in retrospettiva, la mia esperienza ho capito, l’altra sera, di aver destinato un pezzetto della mia vita non ad un ideale di sviluppo e di crescita globale di un contesto naturalmente orientato alla cultura, ma di aver operato in una grigia agenzia di spettacoli che sacrifica ormai, all’asetticità organizzativa e alla collazione quantitativa degli eventi, anche la coerenza e la razionalità delle scelte, rendendo di fatto sempre più labile il contatto con la tradizione identitaria del luogo attraverso l’adozione di scelte generiche, dispendiosissime e spesso insulse, che non lasciano alcuna traccia né dimostrano senso prospettico o strategico. L’impiego del denaro pubblico deve rispondere invece ad una funzione e ad uno scopo pubblici e collettivi, creando reti virtuose e inaugurando percorsi formativi e promozionali, liberando cioè l’investimento da logiche mercantili sostenute dal parassitismo culturale e dal clientelismo localistico.
Ravello merita ben altro e, nella partecipazione dell’altra sera, ne ho avuto ampia dimostrazione perché ho colto un segno di forte e civile impegno tendente a ricacciare in soffitta il destino attuale per riprendere la saggia pratica della storia, ricostruendo il corso di antiche esperienze, ridando alla cultura la propria funzione di promozione umana e civile. Soltanto così i cittadini recupereranno un’egemonia che, soprattutto in tempi di crisi della politica, potrà liberare la Città dai capricci di chi ancora si crede potente.
Nel dibattito che tu hai organizzato abbiamo parlato di mafie e di reti di protezioni da smantellare, di quella decadenza, cioè, che si manifesta ogni qualvolta il tornaconto personale che è alla base della democrazia finisce per non avere più un’utilità pubblica. Il mio augurio è che da Ravello, dall’humus di questa Città sensibile e partecipe, possa partire una sfida che scalzi i titolari di vecchi e inattuali progetti, capaci soltanto di trasformare il vecchio in peggio, e dia vita ad un rapporto felice con il tempo che avanza, attraverso sani propositi e con l’ausilio della rete difensiva del diritto che garantirà tutti.

Ti saluto con un forte abbraccio, e ci rivedremo presto a Ravello anche con don Manganiello.

*già segretario generale della Fondazione Ravello
e presidente dell’Associazione Ultimi contro le mafie e per la legalità

redazioneIconfronti

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