I Beni Comuni: le antiche interconnessioni

I Beni Comuni: le antiche interconnessioni
di Antonio Memoli

«Sappiamo già che l’attuale sistema crollerà tra il 2030 e il 2070. Il vero esercizio di fantascienza è prevedere che cosa succederà tra cinque anni». Serge Latouche non ha dubbi: faremo la fine dell’Impero Romano che fu travolto dai  Barbari. «La barca affonda e andremo giù tutti insieme. Ma non è detto che questo avverrà senza violenza e dolore» (intervista a Giovanna Faggionato per “Lettera 43”).
Queste parole esprimono le idee che frullano nella testa di tanti. Quanti dicono oramai non c’è più nulla da fare, non abbiamo speranza.
Se ciò è vero o perlomeno plausibile c’è una soluzione? Che fare? Possibile che non ci sia una speranza? Parto proprio dall’accostamento dei nostri tempi alla fine dell’Impero Romano. Dalle sue ceneri nacque una civiltà centrata sulle aree coltivate open field ovvero sui Beni Comuni. Appunto la via d’uscita potrebbero essere i Beni Comuni (commons in inglese).  Dopo il premio Nobel per l’ economia assegnato nel 2009 a Elinor Ostrom  proprio per i suoi studi sui Beni Comuni, l’Italia ha cominciato ad essere percorsa dall’attenzione ai beni comuni. A cominciare dal referendum sull’acqua come “bene comune” è stato tutto un succedersi di iniziative concrete e di riflessioni teoriche, che hanno portato alla scoperta di un mondo nuovo e all’ estensione di quel riferimento ai casi più disparati. Si parla di beni comuni per l’ acqua e per la conoscenza, per la Rai e per il teatro Valle occupato, per l’ impresa, per il lavoro e via elencando. Dal punto di vista teorico le risorse comuni, o beni collettivi, o beni comuni, sono un caso particolare dei beni pubblici. Un bene pubblico è il bene che possiede due caratteristiche fondamentali: la “non rivalità di consumo” e la “non escludibilità di consumo”. Per effetto della prima caratteristica tutti consumano il bene pubblico in eguale misura; per effetto della seconda non è possibile escludere nessuno dal consumare un bene pubblico. Il bene comune è invece quel bene il cui utilizzo riduce il proprio beneficio nel momento in cui il bene stesso può essere consumato da più utilizzatori. Un buon modello per l’uso dei beni comuni è quello di Elinor Ostrom: la gestione dei beni comuni non deve essere una sequela di rigide scelte pubblico/privato, ma bensì la ricerca di soluzioni ottimali su un continuum di infinite combinazioni possibili. Deve essere la comunità locale a dover prevedere forme ottimali di gestione delle risorse, soprattutto per le risorse naturali di uso comune (come nei casi, ben studiati dalla Ostrom, dei banchi di pesca, della pastorizia montana di proprietà comunitaria con armenti di proprietà individuale, di risorse idriche scarse e di aree coltivate open field, come nell’Europa occidentale del basso Medioevo), prevedendo regole per il suo uso e la sua appropriazione. È dunque evidente che, al centro dell’attenzione per i problemi dei beni comuni deve essere posto il problema dell’informazione e della comunicazione.  Appare chiaro che i common goods, come ha osservato recentemente il leader dei Verdi francesi, l’economista e ingegnere Alain Lipietz, sono principalmente dei rapporti sociali. Le cose sulle quali essi  insistono, infatti, sostiene Lipietz, «non sono che raramente delle res nullius, dei beni che non appartengono a nessuno e dunque suscettibili di essere sovrasfruttati e distrutti. Quelli che noi conosciamo che, per definizione, non sono stati distrutti, sono sempre stati regolati, nell’accesso al loro uso, da dei rapporti sociali».

redazioneIconfronti

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