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I botti della camorra tra business e simbolo identitario

I botti della camorra tra business e simbolo identitario
di Gianmaria Roberti

Un giro d’affari di oltre 25 milioni di euro per 40 giorni di lavoro, a ridosso delle Feste di fine d’anno, segnalava anni fa Legambiente. Dietro i botti illegali c’è il business, e c’è la pulsione di morte. Sono le due facce della camorra. Quel tributo pagano al dio della guerra, incistato nella notte di San Silvestro, registrò l’ultima volta 73 feriti tra capoluogo e provincia (8 bambini). Un rito penitenziale, cifra dell’abisso in cui si specchia Napoli, imbevuto di mani spappolate e sangue sul selciato. Perciò nessuno si è stupito martedì, vedendo la santabarbara nel box auto di Gennaro Licciardi, rampollo del capoclan Vincenzo: una tonnellata materiale pirotecnico tra razzi, botti e fontane di fuoco. È l’attrazione fatale tra un gruppo dell’aristocrazia malavitosa, asserragliato nello storico fortino di Masseria Cardone, a Secondigliano, e un simbolo identitario di ogni cosca che si rispetti, di antico o nuovo conio: il fuoco. Come quello sparato nel cielo ad ogni scarcerazione dei boss e dei soldati della famiglia, o per l’arrivo di un carico di droga. Potere dei segni, ma anche degli strumenti operativi: a Secondigliano, l’ombelico del mondo camorristico a Napoli, i fuochi d’artificio annunciano l’apertura di piazze di spaccio. E mentre i napoletani d’ogni ceto celebrano il loro cupio dissolvi, comprando i botti illegali sulle bancarelle che brulicano in tutti i quartieri, i clan controllano a distanza il traffico di lava artificiale. “Laddove c’è profitto ci sono le ingerenze dei clan” ricorda Tommaso Pellegrino, sindaco di Sassano (Sa), segretario della Commissione parlamentare Antimafia nella precedente legislatura. “Le cosche hanno una loro rete di distribuzione e produzione. Controllano in alcuni casi tutta la filiera – spiega Pellegrino-. La presenza capillare delle bancarelle dei botti su tutto il territori cittadino, peraltro efficacemente contrastata dalle forze dell’ordine negli ultimi anni, testimonia del coinvolgimento di più clan in questo settore”. Spesso la camorra si limita ad esigere una tassa dai rivenditori. “C’è un meccanismo illegale che riproduce quello legale – dice l’ex componente dell’Antimafia – chi vende paga il pizzo invece dell’Iva”. Il prelievo dei clan colpisce anche i laboratori abusivi, sparsi tra Secondigliano, Pianura e il Vesuviano. Terre gonfiate dalla disperazione degli autoctoni e di tanti immigrati clandestini, con i cinesi in prima fila.  “Soprattutto alle falde del Vesuvio – disse tempo fa Michele Buonuomo, presidente di Legambiente Campania -, ci sono zone del centro storico, Secondigliano, Pianura, Piazza Mercato, dove la vendita viene camuffata sotto le bancarelle di giocattoli o di dolciumi. Ma spesso la vendita più pericolosa viene effettuata presso scantinati o appartamenti. Basta trovare la persona giusta”. Per fare una bomba si impiegano dai 15 ai 30 minuti, al costo di non più di 5 euro. Chi la compra spende 50 euro a novembre, ed anche 200 euro nei frenetici giorni prima di Capodanno. Quando il business si impenna, e la camorra si frega le mani.

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