Home
Il blog de IConfronti utilizza cookie di servizio e di analisi. Continuando la navigazione accetti l’uso di tali cookie. Più informazioni.
Tu sei qui: Home » Archivio » I Confronti agli economisti: venite a Napoli a studiare la grande crisi

I Confronti agli economisti: venite a Napoli a studiare la grande crisi

I Confronti agli economisti: venite a Napoli a studiare la grande crisi
di Andrea Manzi

Foto: comunicareilsociale.it

E se gli economisti venissero in Campania, magari proprio a Napoli, a studiare e ricercare?
Potrebbe essere un’idea cercare all’ombra del Vesuvio la seconda modernità, individuare continuità e fratture del nuovo mondo. I processi di apprendimento globale, gli studi e le “esperienze” chiarificatrici di dinamiche oscure avrebbero un senso nella capitale di un debito pubblico che supera i due miliardi e che costituisce la sconfinata ricchezza della “democrazia della spesa”.
Gli economisti si interrogano sul proprio ruolo, sanno di non saper leggere il futuro, fermi sul ciglio di frequenti previsioni errate. L’accusa più grave piovuta loro addosso è di aver chiuso gli occhi dinanzi agli indizi inequivocabili della recente crisi mondiale. “Stregoni” e “maghi” sono così diventati per il Pontefice e per Tremonti, poli lontani di un’area di diffidenza molto ampia.
Perché dunque non osservare lo svolgimento della storia dalla regione che vanta il primato della catastrofe e si crogiola nella descrizione delle impossibilità (tentazione condivisa dalle comunità che vivono come inesorabile il “post”)? Studiare nell’area che ha il più alto debito pubblico del paese il discutibile contributo della finanza allo sviluppo delle persone potrebbe, ad esempio, integrare l’imperfezione di studi e ricerche con dati rilevati dalla vita degli individui, che gli stessi economisti promettono di riportare al centro degli studi.
Napoli e la Campania sono storiche aree di accoglienza, giacimenti di facili relazioni, “tessuti” contaminabili per vocazione atavica e, pertanto, ricchi di umori e di scoperte sociali. Grandi sociologi le considerano laboratori di osservazione privilegiati. In quale regione del mondo, per dirla con Ulrick Beck, studioso tedesco della seconda modernità, si coglierebbe l’implacabile irrevocabilità delle trasformazioni ideologiche, ma al tempo stesso l’esistenza di costanti diritti da assicurare all’uomo che prova ancora elementari bisogni? La politica si è ritratta davanti all’ingordigia di una finanza a essa sotterraneamente (e spessa illegalmente) alleata e ai cittadini è stato impedito anche il racconto del disagio. La società campana è scaduta così a rappresentazione (mediatica) della invisibile realtà politica.
La lettura alternativa e transazionale della crisi tuttavia potrebbe cogliere a Napoli insperati successi: la società capitalistica del reddito non ha mai pienamente abitato la Campania, il lavoro e la piena occupazione sono rimasti appaltati al mondo del futuribile. E, proprio in aree produttivamente periferiche, orfane da sempre dello sviluppo e affette dalla nuova solitudine consumistica, si coglie maggiormente il dramma dei paesi debitori stritolati dai diktat europei. In Campania, inoltre, è più problematico che altrove il rapporto tra economia e politica. Ne deriva una debolezza della democrazia, sempre pronta a diventare trampolino di lancio per nuovi aspiranti stregoni o profeti. Se sono virtuali i capitali di investimento, infatti, più spesso restano apparenti i punti di riferimento, evanescenti i progetti e le figure che li sostengono.
Esiste però una positiva anomalia, costituita dal campo diagnostico: ricchissimo, vera riserva aurea della regione. PerchĂ© non penetrare, dunque, quel campo, anzichĂ© amplificarne mediaticamente i sintomi per la delizia del beffardo villaggio globale? L’Ue è un destino, ma il problema è riformulare un’idea di Europa nella quale la giustizia sociale non sia esclusa. Un tempo la storia si occupò di riavvicinare l’Est e l’Ovest, il tema di oggi è la sopravvivenza stessa dell’Europa, perchĂ© non basta salvare le banche, ma occorre concentrarsi sul pianeta che deperisce e sulle speranze giovanili deluse, negate in favore della salvezza dell’euro. «Lasciare l’abnorme fardello del debito pubblico sulle spalle delle generazioni piĂą giovani e di quelle future significherebbe macchiarci di una vera e propria colpa storica e morale» disse l’altro anno il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che è un illustre campano, al Meeting di Cl di Rimini. Un monito per sollecitare una “svolta autentica”, che la Campania – per la ricca complessitĂ  che testimonia – potrebbe vivere da protagonista, lambendo (perlomeno) i territori di una democrazia senza illusioni, quindi consapevole.

Informazioni sull'Autore

Numero di voci : 3544

Lascia un Commento

© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

Scroll in alto