I conti con la realtà

I conti con la realtà
di Massimiliano Amato
Massimiliano Amato
Massimiliano Amato

Viviamo, c’informa un sondaggio mondiale condotto di recente da Ipsos, di percezioni molto lontane dalla realtà. Con la quale, anzi, non riusciamo proprio a fare i conti. E allora si comprendono le reazioni “di pancia” a due pronunce giurisdizionali, Corte d’Appello in un caso e Tribunale nell’altro, rispetto alle quali abbiamo perso, forse, un’occasione più unica che rara per tornare, una tantum, con i piedi per terra. Nelle aule de L’Aquila e di Napoli (processo Commissione grandi rischi e processo Capacchione-Saviano) si è ribadita l’assoluta razionalità del Diritto, la sua supremazia sulle emozioni, l’autonomia della Legge dalle narrazioni del mondo e morali correnti. Sono concetti affermatisi nella seconda parte del Settecento, quando tra Napoli e Milano si sviluppò una visione della Storia che mise alla berlina secoli di oscurantismo credulone. Guarda caso, proprio il vizio che ci rinfaccia oggi l’indagine Ipsos.
Il processo alla Commissione Grandi Rischi è, sotto certi aspetti, paradigmatico. Per almeno due buone ragioni. La prima: trascinando alla sbarra Boschi e l’intera struttura Ingv con l’accusa di non aver pronosticato il tremendo terremoto dell’Aquila, la Repubblica italiana ha fatto né più e né meno quello che, intorno alla metà del Seicento, l’Inquisizione fece con Galileo Galilei. Ha processato la Scienza. La seconda discende da una suggestione letteraria, giacché richiama proprio uno dei capolavori dell’Illuminismo, il “Candide” di Voltaire. In quel libello, il giovane protagonista e il suo precettore Pangloss vengono arruolati tra i capri espiatori del catastrofico sisma che ha distrutto Lisbona il giorno di Ognissanti del 1755: Candido è torturato con la fustigazione, Pangloss condannato all’impiccagione. Ribaltando un verdetto di primo grado non molto diverso nella sostanza da quello che Voltaire fa emettere all’Inquisizione lusitana (la ricerca del colpevole ad ogni costo), la Corte d’Appello ha ripristinato una verità scientificamente inoppugnabile. E cioè che i terremoti, in specie la loro intensità e durata, sono eventi assolutamente non prevedibili. Almeno, allo stato attuale delle conoscenze è così. Ma guai a raccontarlo a un Paese alla perenne e affannata ricerca di scorciatoie: ne derivano, come risposta, ondate di sdegno collettivo. E quand’anche contrastino con la logica, la ragione, perfino con l’oggettività della scienza, essendo la naturale conseguenza di un continuo travisamento del reale basato più sui pregiudizi che sulle evidenze, queste reazioni assolvono lo stesso una funzione terapeutica. Anziché sforzarci di interpretare il mondo per quello che è, ci adagiamo sulle sue rappresentazioni, consolatorie o angoscianti non fa differenza, purché suscitino sensazioni forti, come vuole l’imperversante, tirannica narrazione televisiva. Dall’hegeliano “reale razionale” (ribaltamento e negazione della logica illuministica, strutturata intorno alla deificazione della ragione) al reality show permanente.

Una dimensione, quest’ultima, dentro la quale si muove Roberto Saviano. Forse non più del tutto inconsapevolmente. Lo fanno pensare alcune dichiarazioni rilasciate dopo la lettura del verdetto con cui il Tribunale di Napoli ha mandato assolti due capi della camorra casalese, un’organizzazione molto simile per cultura e comportamenti alla Cosa Nostra siciliana, e condannato un avvocato per le minacce rivolte allo stesso Saviano e alla giornalista Rosaria Capacchione in occasione del processo “Spartacus” di qualche anno fa. A differenza della giornalista – senatrice, la quale ha confessato che si aspettava una sentenza del genere (tipico esempio di attaccamento alla realtà), l’autore di Gomorra, nel ribadire tutto l’armamentario retorico che i critici letterari di ultima generazione catalogano come “New Italian Epic”, ha riproposto la “sua” rappresentazione della vicenda. Tutta “autocentrata”. Autoreferenziale fino alla nausea. Niente, tuttavia, che non sia riassumibile esclusivamente nelle limitazioni alla libertà di cui soffre a causa delle minacce dei camorristi. Se non che, i giudici erano chiamati a sciogliere, sulla base delle sole evidenze processuali, un quesito molto più terra terra, forse meno importante ma abbastanza lontano dai turbamenti esistenziali del giovane Saviano: la ricusazione letta in aula dall’avvocato dei boss Iovine e Bidognetti, Michele Santonastaso, rappresentava anche un “avvertimento” dei padrini alla giornalista e allo scrittore? Per pronunciarsi a favore di questa tesi “al di là di ogni ragionevole dubbio” occorrevano prove. E quelle non si sono mai viste. Né prima, né durante il dibattimento. Sul piano della ricostruzione storica della parabola dei clan di Casal di Principe, il verdetto però apre uno scenario molto più complesso e preoccupante della convenzionale, semplicistica rappresentazione dei “malacarne” che minacciano i giornalisti, ma lo scrittore, nelle sue reazioni, non ha dato l’impressione di essere riuscito a coglierlo. Vale a dire, l’importanza che ha avuto la cosiddetta “zona grigia” nel processo di crescita e consolidamento del potere criminale dei Casalesi. Su questo dato di realtà, ma tuttavia trascurato dalla semplice “percezione” del fenomeno, il Tribunale ha potuto deliberare. Ribadendo che in un’aula di Giustizia si fanno i processi, non le guerre con i soldatini di latta.

redazioneIconfronti

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