I dibattiti / I miasmi di Salerno

I dibattiti / I miasmi di Salerno

Con questo articolo di Franco Siani, continua il dibattito aperto dall’intervento di Andrea Manzi (“Nel Sud cittadini ancora da creare”) pubblicato sabato scorso. Sui temi trattati in quel testo è già intervenuto, domenica, Angelo Giubileo.

di Franco Siani

Versienti 11.02.12 Degrado ex moi via giordano bruno6-2Andrea Manzi ha meritoriamente aperto un dibattito sulla responsabilità della classe dirigente meridionale nella Crisi. Ma davvero esiste una responsabilità specifica della classe dirigente “meridionale”? Temo che ormai l’omologazione sia nazionale e, per molti aspetti, occidentale e quindi mondiale. Il proliferare del “malaffare” nella conduzione della vita pubblica è, purtroppo, un fenomeno non limitabile al Mezzogiorno. La gramigna ha infestato totalmente il campo.

Nell’articolo vengono menzionati alcuni vecchi dirigenti politici che con la “quistione meridionale” si sono confrontati. Ne voglio aggiungere un altro, Gerardo Chiaromonte; per l’influenza che ha avuto nella formazione dei gruppi dirigenti salernitani. Il contesto in cui  hanno operato negli anni del dopoguerra e poi del “miracolo” e della crisi degli anni “70 quei politici è senz’altro profondamente diverso da quello odierno. La società era ancora attraversata da figure sociali riconoscibili. Contadini, operai, ceto impiegatizio, commercianti, professionisti e industriali avevano un volto, spesso un nome che li identificava, paese per paese. Poi tutto comincia a mutare, le distinzioni si attenuano fino a scomparire, la specificità ed i ruoli. Tutti “consumatori”, un pervasivo ceto medio assorbe le vecchie figure e tutto confonde nella “società civile”. La Politica perde progressivamente il suo contatto con la società, senza più la parte da rappresentare, si tecnicizza, viene avvertita ed è ormai un mestiere. Diventa, in uno sfogo di un grande eretico, “la sacra rappresentazione del nulla”. Ecco perché anche quei dirigenti appaiono oggi, agli occhi di quanti che per età non li hanno conosciuti e al massimo hanno dato il loro primo voto, maschere splendenti nel museo delle cere. Ma il nulla della politica non poteva restare tale. Ecco arrivare la seconda repubblica, la personalizzazione della politica, l’evocazione di una mitica “società civile” al governo, in sostituzione dei “partiti” ormai in avanzata decomposizione. Breve la stagione dei Sindaci, ormai lunga quella dei micronotabili, dei cacicchi che, nel ritorno delle élite al comando globale, rifeudalizzano il governo locale. Nel deserto del panorama politico anche una piccola duna viene scambiata per alta montagna, al suo miraggio credono gli abitanti del villaggio, all’oasi si abbeverano i castellani.

Qui a Salerno abbiamo la più longeva esperienza della trasformazione dell’ultimo esponente del “governo dei partiti” in micro “partito personale”. Un arruffato attivismo, prima di fontanelle e poi di grandi opere incompiute, sapientemente comunicato, splende agli occhi degli abitanti del villaggio come straordinario esempio di dinamismo. È comprensibile, ad ogni suddito piace e spesso conviene credere che il suo “signore” sia il migliore, il suo vessillo il più splendente, lo si segue nell’arrocco contro il Nemico esterno. Si sogna la piazza più grande. E non si bada che la fretta e l’insipienza la fa miseramente crollare prima di essere inaugurata. Ripeto, comprendo gli abitanti del villaggio. Ma i castellani? Quelli che nell’oasi sperano di trovare l’acqua salvifica per imbellettarsi. Quelli che non esitano a muovere le squadracce o ad associarsi ai malavitosi per assicurare ai loro “bamboccioni” il vitalizio della paghetta comunale. No, quelli no, non li capisco. A loro mi rivolgo. Ma non vi rendete conto che la vostra oasi è nella “terra dei fuochi” della politica? L’acqua è avvelenata, il pozzo emana miasmi ed è prosciugato, è bastato a mala pena per il figlio maggiore. E i più piccoli, i minori come pensate di abbeverarli? E i nipoti?

Chiudo per loro, i ragazzi del nostro villaggio. Li vedo ancora assonnati nella notte dal cielo (penta)stellato. Una nenia sale. Un rap garbatamente urlato ci dice che “No, la nostra non è la Terra dei Fuochi”. Biologicamente, sono destinati a vivere l’alba. Speriamo e facciamo, noi nonni, il possibile perché il colore che indorerà la loro alba non sia Nero. Che invece risplenda del candore Bianco della colomba che ogni giorno ci sveglia da Santamarta.

I Confronti-Le Cronache del salernitano

 

redazioneIconfronti

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