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I dieci lebbrosi e la fede che salva

I dieci lebbrosi e la fede che salva
di Michele Santangelo

gratitudine1Intorno alla malattia della lebbra, si è sviluppato, nel corso del tempo, una specie di naturale repulsione tale da accreditare frasi come: “fuggire uno come un lebbroso”, anche se poi dal punto di vista strettamente medico essa si è rivelata meno grave di quanto una certa mitologia, in uso già al tempo della Bibbia, porterebbe a credere. Forse perché, gli studiosi sono concordi nel ritenere che uno dei primi focolai dell’infezione sia sorto tra i Fenici che, essendo un popolo di navigatori, l’avrebbero diffusa in tutto il bacino del mediterraneo.

Certo, è innegabile che ancora oggi essa suscita una forte impressione anche al solo nominarla. Nella Bibbia poi, aveva acquistato un forte valore simbolico, fino ad evocare l’idea che essa potesse essere la dimostrazione di un durissimo castigo divino per chi si era macchiato di colpe molto gravi ed innominabili. Il brano di vangelo di questa XXVIII domenica del tempo ordinario ci mostra un Gesù che, quasi a sfatare la così negativa fama di malattia impura, rompe con il suo atteggiamento quella tradizione sacrale che condannava all’isolamento e alla vergogna il malcapitato che ne fosse colpito. Egli, ci racconta il vangelo, si fa incontro ad essi, li tocca, li sana riportandoli ad avere la “carne come quella di un giovinetto”, come fa del resto anche il profeta Eliseo, con il generale siro Eliseo, ma li reintroduce a pieno titolo nella normale vita comunitaria. È il motivo perché i dieci lebbrosi guariti da Gesù vengono invitati a presentarsi ai sacerdoti per far accertare anche ad essi l’avvenuta guarigione. Viene subito in mente, di fronte a questo racconto, l’evidente misericordia di Gesù, attento all’integrità fisica, morale e sociale dell’uomo, strappandolo non solo dalla sofferenza fisica, ma anche dall’umiliazione morale proveniente a quei poveretti dall’essere portatori oltre che di una malattia grave ed invalidante dal totale isolamento al quale erano condannati. Questo gesto di Gesù ha spinto tante persone coraggiose a spendersi generosamente per aiutare materialmente e spiritualmente questi malati così particolari. Ricordiamo alcuni che poi si sono guadagnati l’onorevole appellativo di “Apostoli dei lebbrosi” come, solo per fare qualche nome, innanzitutto S. Francesco D’Assisi, che in segno di assoluta comunione con il dolore di un lebbroso, lo abbracciò e addirittura bevve l’acqua nella quale aveva lavato le sue piaghe. Tutti inoltre abbiamo almeno sentito nominare personaggi come Raoul Follerau, il protestante Albert Schweitzer, padre Damiano e tanti missionari e suore che prestano il loro amoroso servizio nei lebbrosari sparsi in tutto il mondo. Nel racconto di Luca, c’è un particolare che spesso viene sorvolato ed è il fatto che i lebbrosi la guarigione la constatano mentre, su invito di Gesù, si recano dai sacerdoti per renderli partecipi dell’avvenuta guarigione, credendo al momento solo alla sua parola; si tratta di quella prova di fede che sempre Gesù richiede a quelli che vengono beneficati e poi viene da lui ascritta a loro merito, diventando nel contempo anche radice di qualunque forma di liberazione sia materiale che spirituale, che Gesù esprime attraverso le parole: Va’, la tua fede ti ha salvato”. Uno solo però la sua fede la mostra al completo ed è il lebbroso che torna a lodare e “a rendere gloria a Dio”. Tutti e dieci vengono purificati, ma solo questo è destinatario della salvezza totale, quella materiale e quella interiore e spirituale. Oggi, tanti cristiani si impegnano con la loro generosità a collaborare perché i portatori della malattia siano sanati e purificati, ma tutti siamo chiamati a rinnovare il nostro atto di fede in Cristo misericordioso e salvatore di tutti quelli che credono in Lui.

 

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