I due mondi politici inconciliabili di Carfagna e Cosentino

I due mondi politici inconciliabili di Carfagna e Cosentino
di Andrea Manzi
Nicola Cosentino e Mara Carfagna
Nicola Cosentino e Mara Carfagna

Che cosa hanno in comune Mara Carfagna e Nicola Cosentino?

Il calcolo del denominatore comune è una delle operazioni più difficili nella risoluzione delle equazioni frazionarie: addirittura è più facile risolvere le equazioni che operare quel calcolo, e questa difficoltà spesso fa saltare l’intero esercizio. Vi sono, è vero, i percorsi consigliati per giungere alla sperata soluzione, ma il rischio del default è altissimo. Basta confondere i fattori con gli addendi, mischiando pezzi di un polinomio con pezzi di altri, e l’esito è il patatràc. Se la matematica non offre sbocchi procedurali agevoli, figurarsi la politica che è materia opinabile per eccellenza.

In politica, però, i ragionamenti sostituiscono i numeri con la duttilità tipica dei corpi in grado di deformarsi senza perdersi, per cui qualche strada si spalanca davanti a noi.

Dunque se “matematicamente” non esiste denominatore comune tra Mara Carfagna e Nicola Cosentino, cosa avrà legato i due (ecco il denominatore solo ipoteticamente comune, il legame partitico) in anni di comune militanza sotto l’identica bandiera, nel devoto ossequio dello stesso leader, nel segno di comuni colori, nell’abbrivio festoso di marcette abilmente scritte per le bande (bande musicali, ovvio, non bande e basta)? Difficile rispondere, ma è importante tentare di farlo per spiegare la minacciata implosione di Forza Italia e di gran parte della politica italiana.

Cosentino e Carfagna sono due polarità lontanissime, espressione – l’una – di territori raggrumati in clientele ossequiose, derivazione – l’altra – della (televisiva) autorità dell’immagine. La prima polarità (Cosentino) è pura epistème, nel senso (di “conoscenza scientifica”) espresso dalla traslitterazione del termine greco (indubitabili le attenzioni individualmente mirate della politica di tradizione, specie nei territori più depressi); la seconda polarità è platonicamente una doxa, espressione di pareri e opinioni fondati innanzitutto sulla fede militante. Da un lato, dunque, la strada, con tutto il sangue e la polvere di cui quotidianamente ribolle, dall’altro i soli fotogrammi degli eventi. Quel che la gente patisce contrapposto a ciò che la gente pensa. Due mondi.

Cosentino e Carfagna sono, di questi due mondi, i simboli: sotterraneità (subdola) contro effetto (facile), ciò che inquieta contro ciò che fa colpo, asprezza di posizione dominante avverso al game reporting, ovvero il racconto del gioco nel quale si è compressa la politica.

La costruzione di nuovi progetti autenticamente moderni è resa impossibile da questa antinomia: medievalità perdurante e show business ammiccante, veteropolitica e video politica, lobbismo partitico ed evanescenza simpatetica.

Il berlusconismo, d’altra parte, ha favorito la mutazione genetica dell’esperienza politica, stabilizzando per vent’anni la fumosità, emotivizzando i confronti, spogliando la politica della razionalità e storicità della sua testimonianza, edificando sulle passioni, separando sempre di più il pathos dal logos, e quest’ultimo non è cosa da poco perché rappresenta il sapere di cui la politica, anche la più disincarnata dalla sua gente, non può mai fare a meno. È nata così una classe dirigente omogeneizzata, tratta dagli spot di gruppi marginali (addetti allo spettacolo e alla tv in varie fogge). Ne è derivata una delle più stravaganti novità del nostro tempo: le talking heads, ovvero le teste parlanti, sono diventate spesso teste vuote a cui è stata fornita la rappresentanza istituzionale e simbolica del paese (le giovani, belle donne “azzurre” parlano più o meno tutte allo stesso modo, aggressive, scoppiettanti, predeterminate, programmate, prevedibili, superficiali: d’altra parte, provengono tutte da analogo, e certamente non formativo percorso). Naturalmente, il potere ha bisogno di altro e, come contrappeso all’evanescenza delle flebili icone attraenti, sono arrivati in soccorso dei partiti, divenuti “piuma”, i pesanti giacimenti di arcaico consenso che abbiamo simboleggiato, per comodità dialettica, nell’effige di Nicola Cosentino. La realtà da una parte e l’immagine dall’altra, denominatori invarianti e distanti, sulla cui riduzione ad unità non potrà nulla nemmeno la più olimpica matematica.

Ora che re Silvo è nudo (e quasi “in gabbia”) il gioco è scoperto in tutta la sua gravità, perché la politica, soprattutto quella più vischiosa, non potrà essere intercettata e riformata da cerchi magici o da ginecei depressi. Ma il problema è molto più ampio e riguarda specularmente anche la sinistra che non ancora ha risolto la sua questione liberale, vivendo tra salotti buoni e restyling il picco più elevato del suo radical-chicchismo.

Il paese non ha più prove d’appello e deve recuperare l’idea più alta di sé dopo vent’anni di svago al luna park. Deve legare, come suggeriva Edgard Morin, le nostre patrie familiari, regionali, europee nell’universo concreto della patria terrestre. Un compito che presuppone forza, disinteresse, competenza, onestà e soprattutto impassibilità alle lusinghe del potere, una caratteristica quest’ultima che non appartiene né ai mediocri né ai replicanti, divenuti chissà perché la potenza dominante del nostro tempo.

Non c’è riformismo che non debba partire dal ritorno al futuro, da una legittimazione meritocratica delle istituzioni. Finora alla politica tradizionale è stata contrapposta una mediocrità telegenica, specchio seduttivo per attrarre la speculare mediocrità popolare. E il rischio è che si scelga il male minore. Qual è? Oggettivamente, in tempi di magra, di fronte allo show business delle idee, rassicura di più la vecchia paludata politica. Non è così? È proprio così. Pensiamo per un attimo di essere in una sala operatoria per un intervento chirurgico urgente. Nell’antisala, pronti ad intervenire sul nostro corpo, ci sono il professor Pier Paolo Brega Massone, mago del bisturi nella clinica milanese degli orrori, dove operava pazienti senza alcuna patologia per amore ossessivo del denaro, e una avvenente donzella, alla quale hanno consegnato un bisturi, dicendole che da lì a poco le avrebbero insegnato come usarlo. Prendere o lasciare? Diremmo tutti, proprio nessuno escluso: entri pure Braga Massone. E proprio questo è l’invisibile rischio che si annida in quest’Italia renziana, tardo berlusconiana e spettacolar-decisionista.

 

 

 

 

 

 

redazioneIconfronti

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