I giorni della Merla

I giorni della Merla
di Giuseppe Amoroso

Scivolano i versi in successione piana: un levigato fascio di memorie li accoglie e li rifrange sui fogli di un taccuino segreto, uno stralcio attento a ogni segno, scritto «come in trincea»; ma bastano un soffio, ciò che resta del giorno, o del “tempo / senza tempo, che più non conta”, un barlume di luce evanescente, un’incantata nota di Chopin, le canzoni sfuggite ad altri tempi, un profumo di cibi, il fruscio del rimpianto, l’ipnotico tocco di una pendola per incalzare il corso dei ricordi e suscitare le parole affrante che una figlia pronuncia al capezzale della madre morente. La silloge di Maria Clelia Cardona I giorni della merla (Moretti & Vitali, Bergamo 2018, pp.137), con la scelta, in avvio, dell’ambientazione invernale nel suo culmine di gelo e nel principio della dissolvenza, induce il lettore ad avvertire il fascino di un mondo plumbeo, soffocato, dove “cristalli di alberi” si serrano sulla loro “pena” e ombre vagano simili a se stesse, in una sorta di “blanda eternità”. Una simulazione triste del reale indifferente (sotto il vento che infuria come “un’orda di fantasmi”) nell’invenzione stilistica di un discorso poetico che suscita un incantato mondo alternativo per ridonare all’io l’altare di un’esistenza che si spegne, le tracce dei ricordi e delle attese e le infinite lusinghe dell’esistere. Scorre un parlare semplice (ma che, come bene annota M. Vitale nella Postfazione, si ancora alla migliore tradizione poetica del nostro secondo Novecento), un rinvio a segnalazioni concrete che però, sorpassando il consueto ordine del tempo, prendono il volo dell’allegoria con un linguaggio più raro e prezioso. Incline alla metafora, alla polivalenza e all’ambiguità, ai riflessi sfuggenti da quel “vetro zigrinato” che è anche il piano stravolto su cui alitano le allucinate meraviglie di Il cappello nero, il sontuoso romanzo del 2000, nel quale l’autrice ha dato un esempio dell’aria febbrile e bisbigliante, torbida e cinerina o soverchiante nell’effrazione delle immagini, propria della sua arte.
Le liriche percorrono molte strade: si distendono in un colto largo descrittivo, soprattutto di una Roma traguardata da luci sfavillanti e inquiete (dal fiume, che “non si fa carico” degli uomini, alla “piazza delle folle e delle streghe”) o in un immalinconito afflato di stupore (“Dolce e chiara è la notte, il vento / soffia dentro di noi — guardando in alto / vedevi storie di astri, relegati / nello sconforto di una durata eterna”). Si pietrificano nel “campo recintato della gioia” o fremono nel frantume di un inganno (“Quarti di luna per dirci / che il buio è misura della luce / e l’uno e l’altra nascono da un gioco / che ci illude e trascende”); trivellano millenni per agganciare i gesti e le parole di un fioraio —intento a confezionare un esiguo vasetto di begonia —all’offerta agli dei d’un faraone; invadono il “magnetico niente / dove per gli animali e gli dei / le parole si ritraggono di fronte alla vita”. E una teoria di animali, tristi e astuti e come stregati in un sogno passa in un trapezio di vita con la loro libertà, forse assente o forse maliziosa.
Sul taccuino di un “universo parallelo e diverso” si annotano le “speranze del nulla” e la “pazienza della vita”, citazioni di grandi poeti (Dante e Leopardi, Ezra Pound e Bonnefoy), di pietre preziose (dal topazio al diamante), di piante (dalla malva rosa all’”invasiva” gramigna). Agile, a volte impetuosa o scorrente nel suo alveo di musica), guizzante nell’allucinante volo di un episodio che sembra fermarsi nel suo stesso accadere, la tessitura lirica è un agguato di memorie da cui discende un’inclinazione intensa e sofferta dello sguardo che si posa sulla perplessità incantata del dolore. Nasce un’elegia soffusa che canta l’ardore delle favole e l’”occulto magnetismo dei nomi”, mentre premono l’epigramma e l’apologo che trovano ardore nell’ “opaco pietrisco della vita” e in un incrocio incessante di riflessi, di luci e simulacri e le “parole odorose degli artisti. Intanto, in una policromia che non forza la resistenza dei segni topografici si dispiega ancora la Città Eterna. colta in un “approdo senza viaggio”.
Un itinerario di storie e di fantasmi, sul quale si ripetono le sconvolte immagini del mondo, patisce l’”ignoto sobbalzo del demone” e si affida alla musica,” sintassi e biblioteca dell’indivisibile” di una vita “divenuta fuliggine”. Ogni indizio di realtà, di ricordi e di frantumi ha una trasparenza d’ignoto. Cela e rivela il mistero che l’avvolge. Tutto si infrange e ricompone il “sempre delle cose”, ma lì, nei “confini” del sempre si acquatta il tarlo, e un “luccichio di frase> rimane inascoltato. Si rinnova il lamento dei poeti, ma uno screzio, una diguido, una speranza rimettono in moto i giorni coi “doni avvelenati della vita”.

redazioneIconfronti

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