Mar. Ago 20th, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

I movimenti per la decrescita? Sì, ma marcino assieme alla politica

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Se la crisi del consumismo induce in tentazioni anti-politiche vaghe e poco costruttive
di Emilio D’Agostino

Nei miei interventi pubblicati in questa sede, ma anche su quotidiani a stampa, appare con chiarezza la mia insofferenza nei confronti del mondo della pubblicità. Nel mio ultimo breve pezzo sui silenzi delle stampa, ho individuato quest’ultimo come il vero “padrone” della carta stampata. Può apparire esageratamente polemico ma – a ben rifletterci – mi sembra sia proprio così. Se i quotidiani e le riviste volessero vivere soltanto grazie alle copie vendute, chiuderebbero in breve tempo. Infatti, basta dare un’occhiata ai principali settimanali e ai magazines distribuiti con i quotidiani, per accorgersi dell’evidenza di ciò. Tale condizione mi offre la possibilità, oggi, di fare alcune considerazioni sulla pubblicità in quanto tale e sulle conseguenze negative che oggi produce. È ancora una volta evidente che essa non informa su tale merce o su tal’altra, ma seduce chi se ne faccia abbagliare. Infatti, essa opera consapevolmente sulla pulsione umana – in particolare occidentale – di consumare di continuo “merci” (beni e servizi). Tale pulsione si è trasformata, nel mondo contemporaneo in una sorta di coazione a ripetere. Il desiderio resta inappagato sempre e, dopo l’acquisto di una merce qualsiasi, immediatamente esso si ripresenta e muove verso un nuovo acquisto e così via. Si sono prodotte “macchine desideranti” che a loro volta sono divenute merci da vendere e rivendere. Chi ha chiesto un prestito a una finanziaria se ne vedrà sempre offrire uno nuovo, così come a chi ha acquistato un servizio, per esempio di telefonia mobile, si offriranno nuovi servizi e nuovi cellulari “a prezzi vantaggiosi”. Il leasing di un’auto e la “fidelizzazione” di una marca altro non sono che meccanismi di incatenamento del consumatore, da vendere ad altra azienda in caso di necessità. Però, questo sistema è andato in crisi negli ultimi decenni soprattutto a causa della crisi mondiale che ha fatto abbattere i consumi in assoluto ed alcuni in particolare. Se a ciò si aggiunge la crisi dell’ecosistema, si spiega la nascita dei vari movimenti della “decrescita” o della “crescita felice”. Questi partono da una convinzione di origine calcolistica e probabilistica semplice e in principio condivisibile: a risorse finite, per esempio il petrolio e il territorio, non può corrispondere uno sviluppo o una crescita illimitati. Semplice, ma solo in apparenza. Interessante, ma non per questo dotato di un valore di verità assoluto, se non lo si voglia leggere come un monito moralistico. Cercherò di illustrare le ragione delle mie perplessità. Le merci non hanno soltanto un “valore d’uso” legato, per esempio, al bisogno di alimentarsi e di vestirsi, esse posseggono anche il cosiddetto “valore di scambio”: si possono scambiare merci con altre merci. Inoltre, come è ancora una volta evidente, le merci – grazie alla pubblicità e alla spinta umana all’imitazione, hanno anche un valore “simbolico”. Esempio: a parità di ore-lavoro necessarie per produrli e a parità di qualità, alcuni occhiali da sole “griffati” costano molto di più degli altri. Ciò spiega anche la questione del mercato del falso e la corsa ad acquistare l’ultimo modello di cellulare della marca “di moda”. Il bisogno naturale di proteggere la vista dal sole e di comunicare a distanza non c’entrano più nulla, sono scomparsi, inghiottiti dal consumo di simboli di stato sociale, di appartenenza di gruppo o quant’alto. È sufficiente, per iniziare a cambiare lo stato delle cose, tentare di convincere le persone a consumare di meno? L’opera di persuasione in tale direzione – a parte il caso di micro-comunità in qualche modo autosufficienti – sospetto serva a ben poco.
Adesso, lasciando da parte la teoria di Marx, in particolare quella esposta nei Grundisse, ci si accorge comunque che esiste nel mercato mondiale una merce molto particolare: il denaro. Questa considerazione banale spiega l’esistenza delle grandi banche internazionali, delle grandi assicurazioni che hanno come principali clienti proprio le banche: per farla breve il mercato finanziario mondiale. Le merci “tangibili” (oggetti, prodotti alimentari ecc.) come le stesse merci “simboliche” si vendono indubbiamente di meno per la crisi succitata. Il denaro – non più ancorato all’oro, di per sé merce tangibile e di quantità non infinita – invece si muove, si scambia a velocità digitale, appare, scompare, riappare in altro luogo, si delocalizza come la produzione delle merci normali. Che è accaduto, dunque? E quale responsabilità ha il denaro rispetto alla situazione nelle quale il mondo capitalistico –incluso il Giappone e quella parte della Cina che non è soltanto contadini poveri – si agita? Sappiamo tutti che esso è il solo e unico carnefice del 98% della popolazione coinvolta in questo processo. E allora: cosa fare per invertire la rotta? Fino a prova contraria, i grandi cambiamenti storici avvenuti nel mondo moderno – dalla rivoluzione del 1789 a quella del 1917, sono stati il frutto della convergenza di due fattori e cioè: grandi movimenti di massa solo in parte spontanei e l’esistenza di gruppi intellettuali che avevano accumulato un grande sapere sul loro tempo e su quello passato. Cioè, non era stato sufficiente una pur faticosa ma lentissima opera di cambiamento delle coscienze individuali. In realtà – e qui chiudo – i due fattori disgiunti, da soli, non servono a molto. Al massimo, i primi provocano movimenti di piazza che durano lo spazio di un’estate felice, mentre i secondi sono destinati a restare nella storia del pensiero e della filosofia, oppure nella storia delle pure testimonianze. Infatti, il problema ancora una volta al tempo presente è puramente politico: ci sono élites intellettuali organizzate che hanno accumulato sapere sul mondo capitalistico contemporaneo o siamo ancora fermi a Karl Marx? Io credo di no. Dunque, i movimenti della decrescita (o della crescita) felice non sono incompatibili con la politica, ma possono funzionare se marciano insieme ad essa. Infine, il problema delle persone, “normali”, anti-consumistiche o consumistico-frustate, si pone qui e adesso, non alla fine del processo di convincimento e auto-convincimento che dovrebbe portare ad una nuova coscienza collettiva.
P.S. E’ possibile che, essendo io di una generazione ormai alla fine, non capisca il nuovo, ma, nonostante ciò, finora non ho trovato risposte ai problemi elencati che mi abbiano convinto.

2 thoughts on “I movimenti per la decrescita? Sì, ma marcino assieme alla politica

  1. Vi comunico che SERGE LATOUCHE terrà una conferenza mercoledì 7 novembre presso l’Aula Magna di Lettere e Filosofia dell’Università Roma Tre – via Ostiense 234 (ore 9,30)

    Titolo della relazione:

    Quale rapporto fra economia, ecologia e filosofia?
    L’occasione della crisi

    Per informazioni vai al sito dell?università di Roma3

  2. Grande pezzo, professore, che sgombera il campo da tanti luoghi comuni e riafferma il valore della politica senza nulla togliere all’autorevolezza dei movimenti. Sintesi giusta….

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