I mutui facili alla camorra e la zavorra del beni confiscati

di Gianmaria Roberti
Foto: dallapartedellevittime.blogspot.it

Un brindisi a calice vuoto, come “provocazione”. Geppino Fiorenza (foto), referente regionale di Libera, si sfoga contro le politiche dei beni confiscati ai clan e sugli aiuti ai familiari delle vittime di camorra. Temi di cui “tanti si riempiono la bocca, ma quando si tratta di passare dalle parole ai fatti, si dileguano”. E spiega perché ieri l’associazione di don Ciotti ha brindato ironicamente ai ritardi delle amministrazioni centrali e locali, presso la “Bottega dei sapori e dei saperi della legalità” di via Santa Lucia, accanto alla Regione, dove si vendono i prodotti delle terre sottratte alla malavita. “Non c’è una vera attenzione su questi argomenti, siamo allarmati – dice-. Se ne parla ma nessuno interviene con forza”.
Perché questo allarme?
In Campania abbiamo 1700 beni confiscati, di cui 1500 immobili e 322 aziende. In questo campo la criticità è massima, quasi nessuna azienda può rientrare nel mercato senza un forte impegno. Quando erano nelle mani dei camorristi, beneficiavano di coperture di ogni tipo e vantaggi derivanti dalle intimidazioni, ora che sono dello Stato non ce la fanno a recuperare, con le ricadute occupazionali immaginabili. E molti beni immobili non sono utilizzabili perché tanti dirigenti di banca hanno concesso mutui a personaggi equivoci e ai loro prestanome: finisce che quando quei beni sono confiscati, non possono essere utilizzati perché sono sotto ipoteca bancaria.
La connivenza tra banche e camorristi come si struttura?
Ci sono mutui concessi, ad esempio, con pratiche che qualificavano il mutuatario-malavitoso come persona nota al direttore della sede, eliminando così ogni intoppo. Se ciascuno di noi va a chiedere un mutuo, invece deve portare montagne di documenti. Sono cose che fanno indignare, perché la mafia non avrebbe il potere che ha, se non avesse queste collusioni.
Come contrastare il fenomeno?
Don Ciotti è solito dire che le ipoteche sui beni confiscati bisogna cancellarle e basta. Si tratta di una cosa gravissima, serve subito una legge.
Cosa c’è da imputare agli enti locali?
Talvolta i Comuni non si impegnano attivamente e non sanno cosa fare. Invece quando riutilizzi i beni confiscati hai grandi risultati. Ricordo il caso della Nco nel casertano, il ristorante pizzeria sociale “Nuova Cucina Organizzata”, che ha capovolto quell’acronimo di cutoliana memoria, trasformandolo in azione positiva. Serve maggiore attenzione e maggiore sostegno anche economico.
L’amministrazione centrale, invece, come si comporta?
Ci scandalizza che nella legge di Stabilità, giorni fa, per errore o volontà politica, dall’articolato relativo all’agenzia nazionale per i beni confiscati erano saltate le parole sul personale da assumere dagli enti pubblici  economici, a cui in maggioranza appartengono gli impiegati dell’agenzia. In extremis ha rimediato un subemendamento della senatrice Della Monica del Pd.  Se fosse passato quel testo, da 30 impiegati che erano, si sarebbero ritrovati in 4. Vogliamo dimostrare che si può fondare un’economia sociale nuova, l’esempio sono le coop giovanili che sorgono sui beni confiscati, integrando spesso lavoratori disabili. Ma poi ci sono sviste di questo genere.
I dati del Viminale per l’ultimo anno parlano di confische alle mafie per un miliardo e 567 milioni. Una somma enorme: che fine fa?
A fronte di queste enormi risorse acquisite dallo Stato, non si capisce perché il Fondo unico, dove devono confluire, non serva per pagare gli straordinari alle forze di polizia, o le dotazioni materiali agli uffici giudiziari, o lo stesso riutilizzo dei beni confiscati.
Avete molti motivi di doglianza, verso il potere legislativo
Ci sono diverse criticità anche per i familiari delle vittime, tante cose non risolte, che speravamo potessero essere risolte in questa legislatura, e ora ne chiederemo conto a chi si candida alle Politiche. Oggi chi ha perso un familiare per mano della criminalità organizzata, per avere i benefici di legge, deve dimostrare che i suoi parenti fino al quarto grado sono estranei a fatti di illegalità. Significa dipendere dalla condotta di 150 persone di cui spesso non si sa nulla. Ci sono difficoltà anche per le forze di polizia per trovare notizie su questi parenti. Lo stesso ministro Cancellieri la ritiene una cosa assurda.
In Campania quanto è spinosa la questione dei familiari delle vittime?
C’è una situazione particolare. Ci battiamo per il riconoscimento dei benefici di legge ai familiari di vittime della criminalità comune, che in Campania e a Napoli sono tantissime, ricollegabili non alla camorra ma a un circuito controllato dalla camorra. Tra scippi e rapine, dove vuole che si ricicli? Penso ai casi di Paolino Avella e Claudio Taglialatela, tra gli altri. Per loro non è previsto nulla. Pensiamo si debba fare qualcosa anche per rispettare una direttiva europea che prevede interventi di tale natura.

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