I personaggi di carne e sangue raccontati da Peppe Lanzetta

I personaggi di carne e sangue raccontati da Peppe Lanzetta
di Pasquale De Cristofaro
Peppe Lanzetta

Il teatro post-eduardiano è un teatro vivo, che ha saputo dare ottimi risultati. Santanelli, Ruccello, Moscato, Silvestri, Cappuccio, Calvino, Borrelli, stanno lì a dimostrarlo. Una drammaturgia capace di dialogare con i grandi modelli non solo della tradizione ma, anche, con quelli europei. Una scrittura capace di stare efficacemente con un piede nei vicoli napoletani e con l’altro nelle strade d’Europa. Mediando tradizione e sperimentazione, soprattutto linguistica, questi autori hanno risollevato le sorti del teatro italiano senza alcun dubbio.
Il mondo marginale di Peppe Lanzetta è lontano mille miglia da eventuali approcci intellettualistici. Il suo, è piuttosto debitore alla vita vera, alla vita dolorosa di ogni giorno. I suoi personaggi sono di carne e sangue. Il suo linguaggio è aspro e duro come cocci aguzzi di bottiglia che graffiano e fanno male, ma anche lirico e dolente pieno di una poesia insospettabile. La sua città, ilaro-tragica, è una Napoli di voci veraci, vivianee, di un bronx senza redenzione ma col cuore appassionato. Intorno tutto è finto, un mondo immerso in una gigantesca bolla pubblicitaria dove ci si dimentica di frequente e troppo spesso che c’è anche da fare i conti con “la morte”. Di vero, c’è solo la dolorosa esperienza di ragazzi e ragazze cresciuti in strada tra i rifiuti, piste di cocaina e malaffare. Il suo sguardo è una prospettiva bassa con squarci radenti e affilati come insidiosi rasoi. Nonostante questa predilezione per il reale, la sua scrittura sa raggiungere toni e climi da realismo magico. Nei suoi testi non è raro incontrare personaggi mitici che vanno a braccetto con poveri disperati ricchi solo di sogni o voglia di fuggire. Realtà e immaginario volentieri si confondono creando torsioni e vertigini come nella Ortese o nel cupo Compagnone. La forza del suo teatro è questa. L’obiettivo è perennemente a fuoco sui marciapiedi delle periferie metropolitane, dove non c’è traccia del colore tipico di un’inopportuna napoletanità, ma dove sono presenti solo grida appestate di una disperazione che non si può neanche più post-datare.

redazioneIconfronti

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