I sondaggi non fanno l’elezione

I sondaggi non fanno l’elezione
di Giuseppe Foscari*
Giuseppe Foscari
Giuseppe Foscari

In questo post-Trump c’è un vortice di commenti, analisi, saccenterie, previsioni, di “lo avevo detto io!”. Sui social, sui media, tutti vogliono concorrere a capire. E se Umberto Eco era spietatissimo nei confronti di quanti azzardavano riflessioni su tutto pur non avendo titolo, a suo giudizio, per dire cose sensate, criticandone la superficialità e l’eccessiva loquacità, un evento così clamoroso e di portata mondiale come l’elezione del 45° presidente degli USA non poteva certo passare sotto silenzio. Tuttavia, in queste elezioni c’è, per l’ennesima volta, qualcuno che ha perso più di tutti, anche se ora, a cose fatte, paradosso dei paradossi, se ne sta buono buono in silenzio (con la coda tra le gambe) in attesa di ritornare in auge alla prossima tornata elettorale.
Sto parlando dei sondaggisti. Se Hilary ha perso in malo modo, chi si dedica animo e corpo alle previsioni di voto è risultato sconfitto tanto quanto la potentissima (e gettonatissima negli ambienti finanziari) moglie di Bill.
Nella fattispecie, un sondaggio è un’esplorazione a priori dell’opinione della gente. Si cercano campioni variegati e rappresentativi di tutti gli strati sociali, si fa un’indagine di campo per conoscere il loro pensiero e, alla fine, nella convinzione di avere un dato molto attendibile, si sciorinano le previsioni. Se fatti subito dopo l’esercizio del voto all’uscita dei seggi elettorali, quei dati diventano exit-poll. Ora, appare chiaro che sondaggi ed exit-poll vadano decisamente male. Lo scarto fra ciò che viene previsto e la realtà sta diventando netto e a volte nettissimo. Anzi, com’è accaduto con Trump, il responso dice proprio altra cosa, ribaltando il sentire statistico e quelle previsioni che davano comunque avanti la Clinton di qualche risicato punto, ma avanti. Ed era, questa, un’opinione diffusissima fra tutte le principale società di rilevamento.
Prendiamo atto che nel pieno del trionfo della dissimulazione e dell’inganno chi partecipa ad un sondaggio, prima o anche dopo, non racconta la verità. Ossia, nasconde il proprio orientamento, occulta l’intenzione di voto o il voto stesso già espresso come un cadavere nel proprio armadio di casa. Insomma, è come se facesse un grosso “maramao” a tante eccelsi menti che si affannano a cercare di proporre all’opinione pubblica uno straccio di dato che dica il vero e che sia reale, accreditabile, persino infallibile. Ma i sondaggi, lo si sta capendo sempre di più, non fanno eleggere un presidente, non sono un suffragio. E questo equivoco va rimarcato a chiare lettere.
Mi preme sottolineare anche un ulteriore aspetto: c’è comunque un uso politico del sondaggio, che non va assolutamente considerato secondario. Per quanti sforzi facciano i sondaggisti di essere al di sopra delle parti, da buoni statistici e rilevatori, far passare nell’opinione pubblica l’idea che ci sia un candidato in vantaggio è una cosa che lo favorisce, per la nota teoria mutuata da Eduardo De Filippo, per la quale i milioni vanno dove sono i milioni e i voti vanno dove sono i voti.
Ma negli USA è accaduto anche che il sondaggio sia stato fatto in modo classico, intervistando cioè persone di cui si conosceva l’orientamento democratico o repubblicano per comprenderne gli umori. Ai più è sfuggito che la fidelizzazione del voto è cosa di altri tempi e che molti democratici, soprattutto del ceto medio americano, per tante ragioni, hanno votato Trump. Sicché i sondaggisti che non hanno toppato (pochissimi), sono quelli che hanno aperto le frontiere dell’esplorazione, intervistando un elettorato variegato e non già politicamente inquadrato.
Evanescenza dei sondaggi e della fidelizzazione del voto, astensionismo dilagante. Le prime proteste contro l’establishment si annidano già in questi segnali forti e inequivocabili.

*professore di Storia Moderna presso il Dipartimento di Scienze Politiche, Sociali e della Comunicazione dell’Università di Salerno.

redazioneIconfronti

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