Mer. Lug 17th, 2019

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I territori del futuro? Li salverà l’imprenditorialità

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Incontro con Aurelio Tommasetti, nuovo Rettore dell'Università degli Studi di Salerno

Il Rettore Aurelio Tommasetti

di Erminia Pellecchia
Il Rettore Aurelio Tommasetti
Il Rettore Aurelio Tommasetti

A soli 47 anni si inserisce nella scia dei rettori più giovani d’Italia, come Flavio Corradino dell’Università di Camerino ed Alberto Bomparad dell’Imt di Lucca, addirittura con un predecessore illustre come Maria Chiara Carrozza, che dal governo della Scuola superiore Sant’Anna è assurta al ruolo di ministro dell’Istruzione. Il napoletano Aurelio Tommasetti, professore ordinario di Economia aziendale, membro del consiglio di amministrazione dell’ateneo di Salerno dal maggio del 2009, presidente del Consorzio osservatorio dell’Appennino Meridionale e del Nucleo di valutazione Adisu Salerno, rappresenta, quindi, in un Paese gerontocratico come il nostro, sicuramente una piccola, grande rivoluzione, l’uomo giusto, per età e per curriculum, per velocità di pensiero, tenacia e determinazione, in grado di affrontare le sfide di un mondo globalizzato che pretende una sempre maggiore competitività, professionalità e strategie dinamiche e che vede l’Italia, in particolare il suo Mezzogiorno, in forte ritardo sia per proposte che per difficoltà di fondi.

Di ostacoli nel suo cammino e in quello dell’ateneo che lo vedrà alla guida, da novembre, quando scadrà ufficialmente il mandato del suo predecessore Raimondo Pasquino, fino al 2019, ce ne sono tanti. Ma da bravo economista si pone al comando dell’azienda Campus, disegnando un “piano” teso a valorizzare le risorse dell’ateneo, scientifiche, materiali, immateriali, finanziarie, economiche e soprattutto umane, perché, dice, “le persone sono il perno di una nuova fase di sviluppo dell’Università, un unicum sia nella capacità di distinguersi, sia nella forza di coesione, nella prospettiva di esaltare ulteriormente le caratteristiche del territorio, paesaggistiche, storiche, archeologiche, artistiche, imprenditoriali e culturali.

Parola d’ordine: un nuovo Umanesimo che possa integrare i vari campi (sociale, culturale ed economico), combinandoli con le potenzialità e le vocazioni del patrimonio italiano, con quelle eccellenze che vedono il Meridione come vetrina ideale.

Professore, le dinamiche della globalizzazione esaltano, portandone in primo piano le peculiarità e l’unicità, i territori locali. Gli studiosi parlano, infatti, di glocal. Il Cilento, con le sue produzioni e vocazioni, può aspirare ad un significativo posizionamento sullo scenario economico internazionale? E a quali condizioni?

Il territorio dell’intera provincia di Salerno può e deve essere considerato un giacimento inestimabile di ricchezze, naturali, paesaggistiche, storiche, artistiche e culturali in generale. Negli ultimi anni il Cilento ha, in effetti, avuto un’eco mediatica nazionale e internazionale davvero notevole, a giusta ricompensa dei suoi indubbi tesori (coste, mare, vegetazione, coltivazioni agricole e trasformazioni agroalimentari, arte, ecc.). Tutte queste risorse, tra cui turismo e agroalimentare sembrano quelle più importanti, costituiscono un vero e proprio patrimonio, che necessita di un’adeguata valorizzazione. È quindi fondamentale programmare, realizzare e valutare, in un ciclo continuo, grazie a professionalità competenti ed esperte, sia nella pubblica amministrazione che nel settore privato. Diversamente, si corre il rischio, già troppo spesso realtà, di non curare al meglio, da un punto di vista prima di tutto socio-culturale e in secondo luogo anche economico, il giacimento di tesori del Cilento.

Uno dei limiti del territorio cilentano è rappresentato dall’assenza di logica di rete nella pianificazione dello sviluppo: troppi solisti (mi riferisco ai soggetti istituzionali del territorio), spesso troppi progetti di intervento “fotocopia” con l’effetto di una gestione non ottimale delle risorse in chiave di investimenti. Crede che esista davvero un limite di crescita e sostenibilità in una pratica dello sviluppo “dal basso”?

Qualcuno una volta ha detto: “Non serve che il gatto sia bianco o nero, basta che prenda i topi”. Le logiche top-down e quelle buttom-up, intendo, portano con sé pregi e difetti: una programmazione top-down può essere razionale, ma superficiale, non valorizzando (a volte non conoscendo) a fondo le esperienze “dal basso”; mentre una programmazione buttom-up può essere concreta e coesa, ma magari anche miope, non riuscendo a guardare troppo in avanti. Probabilmente, servirebbe, come spesso accade, un giusto mix, in cui il concetto di rete può trovare effettivamente spazio. In ogni caso, a fare la differenza sono sempre la competenza, la progettualità e la responsabilità, unite alla passione per le cose da fare. In tal senso, sono convinto che i magnifici territori e le grandi personalità del Cilento meritino una valorizzazione che per certi versi sembra ancora incompiuta: insomma, c’è tanto da fare e bisogna soltanto rimboccarsi le maniche.

Uno snodo decisivo per il rilancio dello sviluppo è rappresentato dalle competenze. Ritiene che si debba investire di più e meglio nella formazione dei quadri specialistici da impegnare nei processi di sviluppo del territorio?

Certamente, ho già citato più volte la parola “competenza” e sicuramente non per mero atto formale, ma perché è un prerequisito indispensabile. Attenzione, ho detto “prerequisito”: a valle, infatti, serve una spiccata progettualità, che sia sostenibile in termini economici, sociali e naturali. Si badi, per chi come me si occupa di economia aziendale, tutto ciò si sintetizza, felicemente e non banalmente, nel concetto d’imprenditorialità. Mi aspetto, infatti, che il Cilento, la Campania, il Sud e l’intera Italia trovino definitivamente la strada per essere “imprenditori di se stessi”, riuscendo finalmente a valorizzare quelle ricchezze che all’estero ci invidiano platealmente.

In questo contesto quale ruolo può assumere l’intervento dell’Università di Salerno, da tempo uno degli atenei di riferimento del Mezzogiorno?

L’ateneo di Salerno è ormai una vera e propria città nella Valle dell’Irno e costituisce un universo che può essere visto da diverse prospettive. È prima di tutto, ovviamente, un centro di produzione e diffusione di sapere, scienza e cultura. Questa missione, però, deve essere necessariamente collegata al territorio, perché l’Università si alimenta del territorio (in termini di studenti che s’iscrivono, imprese che collaborano, enti pubblici che interagiscono, ecc.) e al territorio restituisce risorse umane e scientifiche dall’elevato valore aggiunto (laureati da inserire nel mondo del lavoro, trasferimento tecnologico verso le imprese, scoperte per il miglioramento della società e l’arricchimento della cultura, ecc.). Nella nostra visione di Università, pertanto, il territorio riveste un ruolo strategico, anche in ragione della collocazione fisica dei nostri Campus (Fisciano e Baronissi), che indubbiamente costituiscono il vero fiore all’occhiello del nostro ateneo. In questa missione trovano quotidiano spazio tutte le “normali” attività accademiche (ricerca, didattica, orientamento, placement, ecc.), con la convinzione che dobbiamo restare con i piedi saldamente piantati nel nostro territorio, ma anche con la consapevolezza che il nostro orizzonte deve essere il “mondo”, perché soltanto in questo modo si può realizzare compiutamente, serenamente e felicemente quella dimensione “glocal” alla quale si accennava in precedenza.

È immaginabile che a questo impegno mirato alla formazione possano concorrere i privati e/o organismi come le fondazioni, a partire dall’Alario per Elea-Velia (penso, tra l’altro, al progetto “Città del Parco”) operante nella realtà territoriale del Cilento?

La collaborazione con il territorio deve essere realizzata con il contributo di tutti gli operatori, pubblici e privati, che abbiano idee, progetti e voglia di fare. Le “regole d’ingaggio” delle singole collaborazioni si definiscono caso per caso, nel rispetto ovviamente delle norme e nella visione strategica del singolo progetto, purché il tutto s’inserisca in una prospettiva di sistema, con al centro la crescita culturale della società. In tal senso, l’Università di Salerno ha già sviluppato interessanti progetti con la Fondazione Alario e mi auguro che ci saranno anche in futuro altre importanti opportunità di collaborazione.

(da Il Paradosso)

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