I “tradimenti” del teatro doc

I “tradimenti” del teatro doc
di Pasquale De Cristofaro
Il regista Pasquale De Cristofaro
Il regista Pasquale De Cristofaro

Una leggera delusione ci ha preso l’altra sera all’uscita dal Teatro Verdi dopo aver assistito alla rappresentazione della commedia di Coward, “Spirito Allegro” con il pur bravo Leo Gullotta. Una delusione non tanto per le interpretazioni degli attori che, anzi, fanno del loro meglio dentro una regia ordinaria e di mestiere. Essi, infatti, recitano le battute con velocità impressionante un po’ perché così si usa fare oggi nei teatri, un po’ forse perché prima loro stessi hanno imbarazzo a presentare un testo ormai datato, che non riesce più ad avere lo smalto che pure ha avuto per alcuni decenni dopo il suo folgorante debutto. La trama è esile e fantasiosa, e dovrebbe portare il pubblico a trascorrere due ore lietamente (sullo stesso tema ha scritto un atto unico veramente folgorante il nostro Italo Svevo qualche decennio prima, “Il terzetto spezzato”). Ma la cosa riesce a metà. Anche il resto del pubblico ha risposto in modo stanco e prevedibile. E’ vero pure che la delusione mia può essere stata determinata dal fatto di non prediligere questo tipo di repertorio. Ho sempre pensato che il teatro debba essere per lo spettatore un’esperienza privilegiata. Detto questo, sarebbe opportuno aprire una discussione su quello che i teatri presentano in città. A parte qualche isolata e periferica rassegna che presenta voci e repertori nuovi, gli spettacoli che circolano sulle scene salernitane non esulano dal solito tran tran. Con la momentanea chiusura del Ghirelli (continuiamo a pensare che il Ghirelli non è un teatro, palcoscenico troppo piccolo e senza graticcio e la sala lunga e inospitale), che pure era riuscito in questi due anni di vita a presentare qualcosa di nuovo, il teatro contemporaneo o, più opportunamente, un “teatro d’Arte, sembra essere definitivamente “uscito di scena”. La ricerca e la sperimentazione sono il lievito per un’arte scenica che si sta sempre più rinsecchendo. Letture ordinarie di testi che non aggiungono più niente, banalizzazioni del repertorio tradizionale, la mancanza di azzardo e coraggio per cercare di restituire alla scena il suo valore “epifanico”, spiazzante, l’assenza di quel vitale crogiuolo del “pastiche” e del “collage” che hanno da sempre caratterizzato la vitalità delle avanguardie: queste le cose che mancano per ridare alla nostra città lo smalto che pure anni addietro ha avuto. Ecco allora che sulla scia di queste riflessioni, mi viene da pensare che il debutto della “Serva padrona” nella nuovissima partitura di Antonello Mercurio di qualche settimana fa che tante discussioni ha provocato, sia stato un beneaugurante sasso nello stagno. Ho avuto il piacere di entrare in questi mesi nella sua “officina segreta” e posso rassicurare tutti che si è trattato del lavoro serissimo di un musicista che ha provato a lottare alla pari con un modello di altissima qualità. La partitura del Pergolesi è stata da Mercurio analizzata, scomposta, destrutturata, ferita, anatomizzata ma con un amore infinito per tentare di ricomporre una sua personalissima avventura musicale. Con perizia analitica e contemporaneamente con una emotiva e, forse, inconsapevole foga iconoclasta, Antonello ha dato vita ad uno di quei tradimenti perpetrati sul modello per essergli, in fondo, profondamente fedele. La sua è stata, insomma, una lettura esoterica più che essoterica. Da qui, alcune accuse di lesa maestà. Qualcuno velocemente ha rubricato la cosa come sconveniente, qualcun altro, più sapientemente, pur con qualche legittima e motivata riserva, ne ha colto il suo carattere citazionista e post- moderno; in mezzo, un pubblico caloroso e festante che preso nel suo gioco festivo e dionisiaco, si è lasciato felicemente contagiare. Un’opera da riascoltare, dunque; magari, recuperandone la forza del gioco sotteso, per riattivare le più autentiche latenze dinamiche di una partitura nata per essere tradita.

 

redazioneIconfronti

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