Home
Il blog de IConfronti utilizza cookie di servizio e di analisi. Continuando la navigazione accetti l’uso di tali cookie. Più informazioni.
Tu sei qui: Home » Riflettori su » Il 27 gennaio tra memoria ed etica della responsabilità

Il 27 gennaio tra memoria ed etica della responsabilità

Il 27 gennaio tra memoria ed etica della responsabilità
di Luigi Rossi

Preservare la memoria è un dovere morale e politico che riconosce a tutti, anche ai perseguitati, il diritto alla verità. L’opzione peggiore è la congiura del silenzio, come da più parti si cerca di fare con l’Olocausto; intanto un perverso uso politico della storia determina una micidiale combinazione di rimozioni selettive insensibili alla dovuta riparazione delle offese. Contro posizioni riduzioniste hanno protestato scrittori come Himmelfarb per il quale l’antisemitismo è il brodo di cultura che ha fatto emergere Hitler. Questi fa assassinare gli Ebrei non perché doveva farlo, condizionato dal fato o da necessità storiche, ma perché voleva farlo, assumendosene così la responsabilità. Non sono mancate tesi alla ricerca di attenuanti: la cecità nervosa nel 1918, gli effetti della pugnalata alla schiena inferta alla Germania, l’imbarazzante presenza del nonno ebreo e del sangue misto in famiglia, il compromettente operato della nonna, oltre al dramma per il morboso ricordo di Maria Schichgruber violentata, i soprusi subiti dal manesco genitore, l’atteggiamento iperprotettivo della madre, fino al tragico capitolo dei legami incestuosi con la nipote Geli Raubal. Si ipotizza così una personalità distorta per un testicolo mancante o per la sifilide contratta a Vienna da una prostituta ebrea. La ricerca di attenuanti focalizza l’attenzione non su ciò che Hitler ha fatto agli Ebrei, ma su cosa gli Ebrei avrebbero fatto al Fuhrer! Se persistono interrogativi su lui e sulla sua famiglia, è stato chiarito che a Norimberga il messia nazista non ha esitato a ricattare essendo cresciuto in una famiglia di ricattatori, torbido ambiente che intacca gravemente il codice morale.
Egli non è un pazzo criminale del quale sono state individuate le disfunzioni. Sarebbe un gravissimo errore delineare di lui l’immagine di un malato mentale e nutrire compassionevoli sentimenti di comprensione perché privo della capacità d’intendere e volere. Una lettura non distorta da pregiudizi ideologici o revisionismi di bassa lega riconosce la drammatica normalità della sua intelligenza, la capacità di operare il male e di esserne cosciente. I veleni fabbricati ad arte dal Munchener Post per colpire personaggi scomodi nel partito e chi vi si opponeva in Germania, i delitti compiuti dai suoi collaboratori e i ricatti per aver ragione di politici e di generali pronti a contrastare la sua ascesa sono ulteriore dimostrazione di quanto fosse consapevole.
Queste rapide annotazioni aiutano ad orientarsi nel dibattito circa la Shoah, che vede divisi intenzionalisti e funzionalisti, questi ultimi ripartiti in varie fazioni fino ai negazionisti. In risposta Hilberg mette a fuoco le modalità operative della dannata macchina di morte che porta al lager e alla logica dello sterminio, incomprensibile crimine contro la diversità umana, come scrive la Arendt. Sono coinvolti individui consapevoli, quindi responsabili. Per Lozowick la loro esistenza e la tranquilla indifferenza di fronte all’assurdo di questo male ha indotto a costruire il rassicurante luogo comune di Hitler solo responsabile, oltre alla ristretta cerchia dei collaboratori. In realtà, come asserisce Browning, sarebbe stato impossibile perpetrare questo crimine senza il coinvolgimento di uomini e donne normali.
Il collaborazionismo di tanti, di troppi ha macchiato l’intera Europa. Se non vi si pone un definitivo riparo sarà impossibile superare la marcata frattura nella nostra civiltà, segnata per sempre da una tragedia che ancora tormenta la coscienza. Perciò occorre parlare di Auschwitz, non ridimensionarne la portata o banalizzare l’evento. La visita a quei luoghi è un pellegrinaggio a ritroso fino alle soglie del male per trasformare quella cenere, quei frammenti d’ossa calpestati, la visione del campo e delle paludi riempite con resti umani in esperienza rievocativa di cosa è capace l’uomo, concreto paradigma dello stadio raggiunto dalla barbarie moderna. Dopo Auschwitz, la memoria diventa un racconto dell’indicibile e una testimonianza della speranza contro ogni speranza anche se si evoca un evento che non ammette facili riconciliazioni perché è impossibile procedere ad un tranquillizzante voltar pagina.
Questo atteggiamento mentale dimostrerebbe che si è disposti ad accettarlo come fatto ineluttabile; invece occorre trasformare la memoria in seme di redenzione, riconoscere la specificità del male compiuto, pensato e realizzato. Il diverso è percepito come il nemico, situazione alla quale si pone riparo assimilandolo o annientandolo. Ecco la funzione dei campi di concentramento, dove alle vittime è negata ogni soggettività, all’ebreo tolto ogni diritto all’alterità nel timore che possa sfilacciare le maglie dell’identità germanica insidiandone il primato. Nel lager regna la morte. Ecco perché a Hitler non bisogna concedere nulla, meno che mai una tragicomica vittoria postuma. Il tema obbliga a riflettere sulla questione del male proprio mentre si pone l’angosciante quesito circa la debolezza e l’impotenza di Dio perché ha consentito che i bambini divenissero fumo nei camini dei forni crematori. A questo proposito Fackenheim evoca il 614° precetto per gli ebrei osservanti: non concedere vittorie postume a Hitler perché se si accetta lo sterminio della fede si consente al dittatore di realizzare un olocausto definitivo. Infatti, il processo a Dio per la presunta assenza farebbe di Hitler il giudice e, di conseguenza, la definitiva distruzione dell’identità ebraica perché il verdetto di colpevolezza determina il suo abbandono e, di conseguenza, la rinuncia al nucleo che caratterizza un popolo.
Invece, pur umiliato ed offeso, Dio continua a vivere nei cuori degli internati morti e sopravvissuti. Allora l’assillo doloroso del ricordo si tramuta in imperativo etico che obbliga a porre riparo al male e a prendere le distanze da rappresentazioni che non aiutano a comprendere cause e sviluppi. Il coraggio della memoria come tributo alla verità aiuta nel terapeutico confronto fra quanto si è percepito del passato e la necessaria ricostruzione della realtà, imprescindibile condizione per guardare in avanti e, nonostante tutto, attendere fiduciosi il futuro.

Da “laCittà” del 27/01/2017

Informazioni sull'Autore

Numero di voci : 3445

Lascia un Commento

© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

Scroll in alto