Il ’68, un filo rosso lungo quarantacinque anni

Il ’68, un filo rosso lungo quarantacinque anni
di Renato Trombelli

1968-05-01-may-19682Nulla è stato più come prima. L’università, la fabbrica, la Chiesa, la famiglia, la politica, la stampa, la musica. Come se un forte elettroshock avesse attraversato convenzioni, relazioni, credenze, scale di valori, comportamenti. I rapporti di lavoro, quelli di sesso, quelli ancora tra padre e figli, tra insegnanti e studenti, tra padroni e operai, tra partiti e militanti: tutto cambia profondamente. Ce lo ripetiamo ogni dieci anni, in una celebrazione che non sembra avere mai fine.
In verità, il primo decennale saltò: non ci pensò quasi nessuno, dal momento che il paese era stordito ed atterrito dalla strage di Via Fani del 16 marzo 1978 che segnò l’inizio della prigionia di Aldo Moro, prigionia che ebbe, poi, il suo triste epilogo il 9 maggio dello stesso anno. Nel 1988, invece, ci fu la prima «commemorazione» in grande stile: convegni, «storie dei giovani», inserti di quotidiani e settimanali, libri e trasmissioni televisive. Prevalse spesso il «come eravamo», una sorta di «grande freddo» raccontato dagli stessi protagonisti invecchiati di venti anni. Alcuni passati dalle occupazioni alle cattedre universitarie, dai tazebao ai grandi giornali, dalla contestazione alla Scala ai velluti della Camera. A volte con percorsi grotteschi e patetici: è il caso di chi, per esempio, passò dalla fede in Mao e dall’esaltazione della rivoluzione culturale a quella in don Giussani e alla militanza in Comunione e Liberazione. Altri, invece, si persero nel labirinto di una rivoluzione che sembrava prossima ma non arrivava mai. Nel frattempo, gelavano il paese ammazzando giornalisti e giudici progressisti, un operaio, professori democratici e dirigenti industriali, agenti di scorta e generali, in una stagione che sembrava non aver mai fine.
Nulla fu più come prima. Anche se realmente il ’68 italiano, quello che ebbe per protagonisti gli studenti, durò solo pochi mesi (dall’occupazione di Palazzo Campana a Torino, fine novembre ’67, al convegno di Venezia nel luglio ’68). Otto mesi, il tempo di una gestazione un po’ prematura. C’è chi sostiene che in fondo accadde molto poco: qualche manifestazione studentesca, qualche blocco in fabbrica, una chiesa occupata. Tanto rumore, ma in fondo nulla di estremamente significativo.
44-anni-fa-i-carri-armati-sovietici-entravano-a-praga-quale-ereditaInvece, tanto cambiò e, appunto, nulla fu più come prima.
Nella politica, anzitutto. Con la guerra del Vietnam e con i carri armati a Praga crollavano due miti. Il mito dell’America democratica e liberal, che aveva mandato i suoi ragazzi a morire per la libertà in Europa e che ora affondava nel pantano della giungla vietnamita, tra bombe al napalm e stragi di innocenti. Ed il mito dell’Urss, patria del socialismo reale, che, con i cingoli dei carri armati, spegneva la primavera di Praga ed anche ogni speranza dal volto umano.
Nelle fabbriche, dove le battaglie operaie iniziate nel ’68 e proseguite poi nell’autunno caldo, mettevano in discussione nello stesso tempo il padrone ed il sindacato, affrancandosi da rapporti di sudditanza psicologica e reale per esercitare una nuova soggettività protagonista.
Nulla fu più come prima neanche nella famiglia, dove il rapporto padre/figli entrò in crisi per i comportamenti trasgressivi che andavano dal look (capelli lunghi, eskimo, barba) al dormire fuori durante le occupazioni.
Nella scuola, con la messa in discussione dei contenuti didattici, l’organizzazione dei controcorsi, la denuncia del carattere classista della selezione meritocratica.
Nella Chiesa, che vide maturare nelle comunità più impegnate un dissenso profondo, sotto la spinta dei fermenti conciliari sostanzialmente rifiutati da una gerarchia sorda ed incapace di cogliere le profonde esigenze di rinnovamento e legata non tanto a riti e rituali (l’introduzione del volgare nella messa andava bene, le chitarre elettriche insieme all’organo erano tollerate), ma soprattutto a rapporti di dipendenza totale e fideistica che invece i sacerdoti più sensibili e le comunità più impegnate vivevano con sofferenza.
sessantotto1Nel costume, con la rivendicazione di un diritto alla sessualità libera e senza peccato, che sconvolse il perbenismo di famiglia, scuola e chiesa; con l’affermazione di una parità tra i sessi che sconvolse l’universo maschile; con comportamenti anticonvenzionali che rompevano gli schemi dell’educazione piccolo – borghese, modello insuperato da decenni o forse da secoli.
Nulla fu più come prima. Tutti ne furono coinvolti e tutti, in maniera diversa, sconvolti. Il Vietnam, Mao e la rivoluzione culturale, Praga, portarono i giovani a rifiutare i partiti tradizionali, PCI compreso, e a dar vita a nuove formazioni politiche, nuovi strumenti di dibattito ed analisi, fogli e riviste in abbondanza. Gli scioperi spontanei e di reparto, il rifiuto della piattaforme sindacali, la nascita dei Cub (Comitati unitari di base) costrinsero il sindacato a rivedere profondamente i meccanismi di rappresentanza, superando le burocrazie e scegliendo i delegati dei consigli. Personaggi come don Milani, episodi come l’Isolotto (il quartiere di Firenze con il parroco don Enzo Mazzi) o il rifiuto degli indirizzi dell’enciclica Humanae vitae modificarono radicalmente e per sempre la vita della Chiesa italiana.
Un filo rosso lega gli eventi del ’68 tra loro, con le modificazioni maturate nei primi anni ’60, con l’autunno caldo e con gli eventi che sono seguiti, fino a piazza Fontana: è la messa in discussione dell’autorità e dell’autoritarismo, il rifiuto dello Stato, della famiglia, della scuola, della Chiesa, del partito in quanto tutte istituzioni che impongono scale di valori e comportamenti basandosi su schemi ideali sclerotizzati. La reazione dei ragazzi e delle ragazze, ma anche degli operai, di alcuni preti o dei cattolici impegnati, è quella di contrapporre a questa rigidità la libertà della «fantasia al potere» e dello spontaneismo, nella speranza o nell’illusione di trovare nuove vie di piena realizzazione dell’individuo come persona, come studente o lavoratore, come credente.
La richiesta di fondo era la libertà: di lasciarsi crescere i capelli, di accoppiarsi senza l’angoscia del peccato o del matrimonio riparatore, di portare i jeans invece di giacca e cravatta. Ed ecco che tutto si risolveva in una rivolta contro le quattro «p»: padre, prete, partito e padrone; in una lotta continua contro le gabbie di tutti i generi: da quelle salariali a quelle scolastiche, da quelle della morale tradizionale a quelle della buona educazione.
Una rivolta, si potrebbe in generale dire, della spontaneità e della fantasia contro i grandi Moloch, rappresentati dalle istituzioni e dalla convenzioni. Apparentemente conclusa con un nulla di fatto o quasi: la riforma dell’esame di maturità, l’accesso libero a tutte le facoltà, l’abolizione di assurdi obblighi come il grembiule nero per le ragazze a scuola, e poco altro. Al contrario, molte battaglie sembrarono (o, per meglio dire, furono) perse. In Francia vinse De Gaulle e in Italia sempre la DC; nella Chiesa prevalse la paura di cambiare l’Humanae vitae; nel PCI venne espulso il gruppo del Manifesto.
SessantottoMa, vinte o perse che fossero, tutte le battaglie erano dirette ad un solo obiettivo. Cosa avevano in comune i ragazzi di Barbiana, gli operai dei Cub, i cattolici che occupano la cattedrale di Parma e gli studenti delle infinite occupazioni universitarie? Una cosa ben precisa: la voglia di «bombardare il quartiere generale» della conservazione, della tradizione, della chiusura autoritaria. Le massime del libretto rosso di Mao, le canzoni di Bob Dylan o la dura requisitoria di Lettera a una professoressa di don Milani fornirono parole e motivazioni a chi non si riconosceva in una società anestetizzata dal boom del miracolo italiano; una società che aveva compiuto passi notevoli sul piano economico generale e delle condizioni materiali di vita, ma che sembrava bloccata in una crisi di crescita culturale e sociale.
I protagonisti di questo attacco al «quartiere generale» furono i ragazzi nati subito dopo la guerra, che avevano diciotto/venti anni nel ’68: l’ultima generazione che ha conosciuto un’Italia ancora arretrata, contadina, con le strade non asfaltate e l’acqua da attingere all’angolo della strada, l’Italia dei maestri che facevano recitare la preghiera prima dell’inizio della lezione ed insegnavano fin dalla prima elementare Fratelli d’Italia e La canzone del Piave. Ragazzi diversi, per estrazione sociale e cultura. Studenti borghesi, perché l’università era ancora fortemente chiusa e di classe, con gli accessi totalmente aperti solo a chi aveva fatto il liceo classico e via via più limitata per chi aveva frequentato le altre scuole superiori. Nelle fabbriche del Nord, invece, soprattutto le nuove leve operaie, i tecnici più qualificati ed i giovani arrabbiati venuti dal Sud, che saldavano frustrazioni economiche, insofferenze dei rigidi rapporti di potere, delusione verso un sindacato che non coglieva le forti spinte egualitarie ed il disagio sociale di chi veniva accettato perché occorrevano le braccia, ma veniva rifiutato dal tessuto sociale delle città.
BaroniOccorrerebbe, pertanto, a ben quarantacinque anni di distanza, dare un ordine, anche non sistematico, alla nebulosa di frammenti del ’68. Creare, cioè, una griglia sulla quale far scorrere fatti, parole, slogan, idee, luoghi e persone. Tutto ciò al fine non tanto di interpretare il ’68 (esercizio sul quale si sono, invano, ingegnati in molti), bensì di radicarlo nel suo tempo, di fissarlo in alcuni punti strategici per evitare che scappi di mano a chi vi si accosta. Una delle caratteristiche osservate da quasi tutti gli studiosi è infatti proprio una sorta di inafferrabilità dei fatti di quegli anni nella loro globalità. Ogni evento è anche qualcosa di altro, ogni persona è un insieme, ogni luogo ne evoca altri. Per raccontarlo globalmente occorrerebbe, allora, affrontarlo quasi con spirito enciclopedico, tale fu il rimescolamento dei saperi nei campi più diversi, le persone coinvolte ed i luoghi del mondo.
Ma se è vero che il ’68 è stato un fenomeno planetario; se è vero che, dagli Stati Uniti all’Europa, dal Sudamerica al Giappone esso ha parole e pratiche differenti tra loro, è anche vero che ha idee e strumenti comuni un po’ ovunque. Non c’è dubbio che la rivolta di Berkeley del 1964 o la protesta contro la guerra del Vietnam con le cartoline di precetto bruciate in piazza dai giovani studenti americani non avevano quella matrice ideologica (di stampo marxista) che invece ha caratterizzato la rivolta dei giovani studenti europei. Ma è altrettanto vero che gli slogan furono gli stessi come le stesse furono le modalità della protesta e sempre gli stessi gli autori letti. Diversa, casomai, è stata, luogo per luogo, la risposta data. Basti pensare, in tal senso, alle università italiane, dove più che altrove l’impronta marxista nell’elaborazione delle idee del movimento studentesco era marcata: le Tesi della Sapienza di Pisa rispetto al Manifesto sull’università negativa di Trento propongono un’interpretazione del ruolo dello studente nell’università e nella società tutt’altro che simili. Il problema verte, allora, su come ricostruire questo mosaico, il più possibile senza alterazioni, tanto più che l’elemento dominante in tutta la vicenda del ’68 era il disordine strategico.
«Non ci si stupisca del caos delle idee: è la condizione di emergenza delle idee nuove»: questa scritta che comparve all’Università di Nanterre nei giorni immediatamente precedenti la rivolta del maggio, riassume perfettamente la sfida lanciata dagli studenti. Il rimescolamento dei saperi, la rivolta contro l’ordinamento costituito e le gerarchie, la rivalutazione delle culture alternative e marginali: queste sono le leve principali sulle quali studenti ed intellettuali spingono e che da subito diventano le parole d’ordine dei movimenti di tutto il mondo. Per i protagonisti di questa nuova stagione non c’è più bisogno di interpretare il mondo in maniera sistematica: è sufficiente attraversarlo, metterlo in corto circuito, disintegrarlo per prendere dal caos i singoli pezzi e ricostruirlo a seconda delle proprie esigenze, in una sorta di educazione permanente. Emblematico, a tal proposito, è il rito della lettura collettiva del libro di testo nelle assemblee, dove poi, il più delle volte, veniva fatto a pezzi e distribuito in singole parti agli studenti che lo rielaboravano. La scuola doveva divenire qualcosa che avesse strettamente a che fare con la vita, e, come essa, anche il suo sapere doveva avere una diversa e del tutto nuova fluidità.
sessantotto2Se questo è il punto di partenza, quale è il modo meno caotico di restituire, in una rilettura odierna di quel fenomeno, il diorama di elementi frammentati che compongono la storia del ’68? Questa sorta di enciclopedia del sapere occidentale degli anni ’60 dove tutto ha importanza (anzi, uguale importanza: i comportamenti, il vestire, la filosofia, la musica rock, l’esperienza del viaggio, l’acido lisergico, la poesia, ecc.) non si presta facilmente ad essere ricondotta all’ordine e sistematizzata. A meno di non sfidare gli stessi elementi a disposizione: contenere cioè l’incontenibile e fissare, in alcuni punti, l’inafferrabile. Fondamentale è individuare l’inestricabile nesso, lo stretto legame che viene a crearsi tra i vari episodi di quegli anni. Cosa accomuna, per esempio, l’assassinio di Martin Luther King e la strage di Città del Messico o la battaglia di Valle Giulia? Forse un nesso causale tra questi eventi neppure esiste. Ma l’importanza di ciascuno di essi appare più chiara se correlata e letta insieme agli altri; se i fatti, cioè, si illuminano a vicenda. Come un meccanismo ad ingranaggi di un orologio, dove ciascun elemento muove gli altri e tutti insieme segnano il tempo.
Proprio il tempo è un altro elemento variabile della vicenda del ’68. Quanto durò? Pochi mesi, come i fatti strettamente legati alla rivolta studentesca autorizzano a ritenere, oppure abbracciò per intero gli anni ’60 sino a gettare un ponte diretto con il decennio successivo (i cosiddetti «anni di piombo»)? La risposta non è neutrale e corrisponde a due diverse idee che si possono legittimamente avere su tutta quell’esperienza. Tentare una periodizzazione, però, è possibile. Fissare la data di inizio è ovviamente più difficile, come per tutti i processi storici. Già negli scritti di Allen Ginsberg e Jack Kerouac della metà degli anni ’50 ci sono i semi della nuova stagione degli anni ’60, impregnati della cultura beat dei due autori americani. Lo stesso può dirsi per gli scritti di Herbert Marcuse e della Scuola di Francoforte o per le teorie di Fanon sul terzomondismo e per molto altro.
Nessuno immaginava, però, che quando a Berkeley gli studenti del campus nel 1964 organizzano i primi cortei di protesta il battito d’ala sarebbe diventato un uragano. Quando le autorità accademiche del campus limitano, con una serie di decreti, l’attività politica degli studenti, inizia la mobilitazione. Ben presto, alle rivendicazioni di carattere strettamente universitario gli studenti affiancano la ribellione contro le segregazioni razziali, contro la guerra nel Vietnam, contro la fame nel mondo. L’orizzonte si estende a vista d’occhio ed investe la società nel suo insieme. E il modello di società proposto che gli studenti non accettano più e chiedono, conseguentemente, di diventare il soggetto cardine della trasformazione della società. In fondo gli studenti di Berkeley, così come quelli di Berlino e di Milano, capiscono che il momento è arrivato e che spetta a loro dare un indirizzo ai nuovi eventi. Il movimento studentesco americano nasce già maturo e contiene molte cose di quello che gli studenti europei elaboreranno pochi anni dopo. Senza però la lettura fortemente ideologica che, soprattutto in Italia, caratterizza la rivolta studentesca.
Diverso è il contesto nel quale agiscono gli studenti americani rispetto a quello nel quale si muoveranno di lì a pochissimo gli studenti europei ed asiatici. Manca il marxismo come riferimento teorico da contestare e rielaborare, e manca, allo stesso modo, una sinistra politica e sindacale organizzata, un bersaglio rilevante contro cui si schierano i movimenti europei. Il movimento americano sembra lontano dall’elaborare o dal cercare un’ideologia di riferimento e si caratterizza per una forte idealità. Le parole d’ordine sono solidarietà, antiautoritarismo, pacifismo, libertà di parola e di espressione, spontaneismo.
È una ribellione morale contro le istituzioni cardine della società: patria, famiglia, esercito. Questo non significa, però, che gli studenti americani abbiano come interlocutori i soggetti sociali di quella protesta. Solo occasionalmente gli operai, gli uomini di colore, le donne con i loro movimenti organizzati hanno momenti di contatto con loro. A differenza dell’Europa, dove anzi la protesta studentesca abbraccia direttamente la causa dell’emarginazione sociale e dello sfruttamento dei soggetti più deboli, individuati negli operai.
È così in Germania e in Francia. È così soprattutto in Italia, dove anche il movimentismo dei gruppi studenteschi lascia il campo, dopo il ’69, ad organizzazioni fortemente legate al mondo delle fabbriche. Ma già in piena rivolta studentesca (quando si parlava ancora di movimento studentesco), nascono i gruppi legati alle lotte operaie e all’autonomia. Ed è proprio questo esito che mette fine alla rivolta studentesca che si trasforma in qualcosa d’altro.
PiazzaFontanaC’è una data ben precisa che si può proporre come punto di svolta delle tensioni ideali e del cambiamento che stava maturando nella politica, nei rapporti di lavoro, nella società come effetto delle lotte aperte dal movimento studentesco del ’68 e proseguite dagli operai nell’autunno caldo: 12 dicembre 1969, ore 16 e 37, giorno ed ora della strage di piazza Fontana a Milano quando una bomba scoppia all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura, provocando la morte di 16 persone ed il grave ferimento di altre 88.
Il bersaglio della strategia della tensione, che si palesa con quella bomba, è proprio quel processo di cambiamento, peraltro inarrestabile, come tutti quelli che affondano le radici in esigenze reali e sono il frutto di una maturazione ormai avvenuta. Negli anni successivi si stabiliscono nuovi equilibri nella scuola e nelle fabbriche, ci sono la vittoria del referendum sul divorzio e lo spostamento dell’elettorato a sinistra, si radicano mutamenti irreversibili nel costume, nei rapporti di coppia e in quelli familiari.
Dopo piazza Fontana tutto diventa più difficile. Le battaglie politiche e sociali devono fare i conti con i poteri occulti, gli apparati deviati dello Stato, la violenza terrorista, l’incapacità del sistema politico a reagire. È come se nella notte di una primavera promettente calasse una devastante gelata, che brucia le gemme e compromette i frutti o li svuota. Con piazza Fontana comincia quella «notte della repubblica» che raggiungerà il suo culmine (ed il suo punto più tragico) proprio dieci anni dopo il ’68, coi 55 giorni del sequestro Moro.
A quarantacinque anni di distanza, il ’68 rischia ormai di essere stucchevole o di risolversi in un epitaffio. Forse questo è già accaduto: nessuno si sente più orfano di quell’«età dell’oro». Eppure c’è bisogno di tornare, con la memoria e col cuore, a quell’anno «formidabile». Perché quell’attacco alla conservazione, all’autoritarismo, alle gerarchie consolidate non può finire mai. Il ’68 è stato come una potente spallata, che ha sconvolto molti equilibri, molto ha distrutto e qualcosa ha creato. Ma serve un continuo richiamo degli anticorpi, perché quel «sistema» è sempre in agguato, anzi è sempre in qualche modo presente e torna, più o meno forte, nella politica, nella scuola, nella famiglia, nelle fabbriche, nella Chiesa. Tanto più in un periodo come questo, in cui tra desideri di «normalità» ed esigenze obiettive e sempre più difficili di quadrare i conti, si corre il rischio di un generale e banale appiattimento. È certamente vero che non si può più, oggi come oggi, far tornare «la fantasia al potere» né tantomeno si può più «chiedere l’impossibile». Ma si può ristabilire, forse, un filo rosso tra la memoria di chi aveva diciotto anni nel ’68 e quella di chi li ha adesso. Nel triste panorama odierno (a volte ai limiti dello squallore), tutto ciò non rappresenta un esercizio vano.

redazioneIconfronti

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