Dom. Lug 21st, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

Il boss Matrone fa il duro e pensa ai suoi cani

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A dispetto di un soprannome che doveva incutere terrore solo a pronunciarlo, Francesco Matrone, boss della camorra, soprannominato la “Belva”, al momento ieri dell’arresto si è preoccupato per i suoi cani, che lo hanno accompagnato nelle battute di caccia e protetto nella lunga latitanza. Ha chiesto che a suo figlio fosse consentito di accudire i cani, due maremmani e sei setter lasciati a presidiare i due cancelli che proteggevano il casolare di Acerno, in provincia di Salerno. «Ma voi non stavate facendo i controlli nelle zone della litoranea. Come siete arrivati fin qui?». Il boss, quando ieri mattina ha visto i carabinieri, si è mostrato meravigliato ma non ha opposto alcuna resistenza. Tuttavia nell’abitazione dove è stato rintracciato è stato rinvenuto un fucile da caccia che il boss utilizzava nel corso delle sue battute. Ma vi era anche una pistola a salve modificata, in grado di esplodere proietti calibro 7,65. Rinvenute e sequestrate anche una quarantina di cartucce. Inoltre, è stata sequestrata anche una moto enduro che il latitante utilizzava molto probabilmente per i suoi spostamenti in montagna. Matrone non aveva trascurato nessuna precauzione, coprendo di rami la Panda 4X4 usata dalla moglie, scegliendo un luogo nascosto e impervio per abitare, e concedendosi solo qualche battuta di caccia. Eppure Francesco Matrone, considerato capo indiscusso dell’omonimo clan operante nel territorio scafatese e in quello dei comuni vesuviani, non è sfuggito a una cattura studiata nei minimi particolari dai carabinieri del Ros e del comando provinciale di Salerno. Un blitz scattato mentre l’anziano capoclan, dopo aver provveduto a rifocillare i suoi compagni di latitanza, si accingeva a sorseggiare un caffè, preparato dalla moglie. La donna, alla vista dei carabinieri piombati all’improvviso in cucina è rimasta impietrita. Neppure una parola, neppure uno sguardo al marito che ammettendo le proprie generalità ha sussurrato: «Ora è finito tutto». Matrone, uomo di spicco della camorra scafatese, negli anni 80 aveva favorito la penetrazione nel salernitano della Nuova Famiglia di Carmine Alfieri, allacciando rapporti forti con la malavita organizzata partenopea. Dal 2007 aveva fatto perdere ogni traccia. Le forze dell’ordine lo braccavano da cinque anni. L’avevano cercato persino in Romania e in Montenegro, quando si seppe della presenza in quelle zone di alcuni italiani impegnati in una battuta di caccia. Alla notizia il pensiero andò subito al boss scafatese. Ma ogni ricerca si rivelò inutile. Poi le attenzioni furono rivolte al territorio costiero a sud di Salerno. Qualcuno lo avrebbe avvistato da quelle parti. Invece, la Belva era in montagna, tra il verde incantevole dei monti Picentini. Matrone non usava telefonini, nè pizzini. L’operaio idraulico arrestato con l’accusa di aver coperto la latitanza ha detto di non sapere che quell’uomo che accudiva quotidianamente fosse un ricercato, un boss della camorra. Ora Matrone è rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Ariano Irpino. A quella casa rurale nascosta nel verde sono stati apposti i sigilli. Al figlio del boss il compito di accudire i fedeli compagni di latitanza del padre. «E' un risultato molto importante che corona l’azione dei carabinieri su tutto il territorio. Dal 1 gennaio di quest’anno sono 27 i pericolosissimi latitanti e ricercati catturati sull'intero territorio della Campania». E’ quanto ha affermato nel corso della conferenza stampa il generale di divisione Carmine Adinolfi, comandante della Legione carabinieri Campania. «Ritengo che questo - ha aggiunto - è il fattivo lavoro investigativo che deve portare alla neutralizzazione del gruppi criminali operanti nella nostra regione». Incalza il procuratore di Salerno Franco Roberti: «L’arresto di Matrone è l’ennesimo duro colpo inferto alla criminalità organizzata. Il nostro impegno resta sempre, però, l’efficace aggressione ai patrimoni delle organizzazioni criminali». Roberti ha sottolineato che le indagini continuano per individuare quanti hanno collaborato per coprire la latitanza del boss che sin dagli anni 80 aveva favorito l’espansione nel territorio salernitano della Nuova famiglia capeggiata da Carmine Alfieri.

A dispetto di un soprannome che doveva incutere terrore solo a pronunciarlo, Francesco Matrone, boss della camorra, soprannominato la “Belva”, al momento ieri dell’arresto si è preoccupato per i suoi cani, che lo hanno accompagnato nelle battute di caccia e protetto nella lunga latitanza. Ha chiesto che a suo figlio fosse consentito di accudire i cani, due maremmani e sei setter lasciati a presidiare i due cancelli che proteggevano il casolare di Acerno, in provincia di Salerno. «Ma voi non stavate facendo i controlli nelle zone della litoranea. Come siete arrivati fin qui?». Il boss, quando ieri mattina ha visto i carabinieri, si è mostrato meravigliato ma non ha opposto alcuna resistenza. Tuttavia nell’abitazione dove è stato rintracciato è stato rinvenuto un fucile da caccia che il boss utilizzava nel corso delle sue battute. Ma vi era anche una pistola a salve modificata, in grado di esplodere proietti calibro 7,65. Rinvenute e sequestrate anche una quarantina di cartucce. Inoltre, è stata sequestrata anche una moto enduro che il latitante utilizzava molto probabilmente per i suoi spostamenti in montagna. Matrone non aveva trascurato nessuna precauzione, coprendo di rami la Panda 4X4 usata dalla moglie, scegliendo un luogo nascosto e impervio per abitare, e concedendosi solo qualche battuta di caccia. Eppure Francesco Matrone, considerato capo indiscusso dell’omonimo clan operante nel territorio scafatese e in quello dei comuni vesuviani, non è sfuggito a una cattura studiata nei minimi particolari dai carabinieri del Ros e del comando provinciale di Salerno. Un blitz scattato mentre l’anziano capoclan, dopo aver provveduto a rifocillare i suoi compagni di latitanza, si accingeva a sorseggiare un caffè, preparato dalla moglie. La donna, alla vista dei carabinieri piombati all’improvviso in cucina è rimasta impietrita. Neppure una parola, neppure uno sguardo al marito che ammettendo le proprie generalità ha sussurrato: «Ora è finito tutto». Matrone, uomo di spicco della camorra scafatese, negli anni 80 aveva favorito la penetrazione nel salernitano della Nuova Famiglia di Carmine Alfieri, allacciando rapporti forti con la malavita organizzata partenopea. Dal 2007 aveva fatto perdere ogni traccia. Le forze dell’ordine lo braccavano da cinque anni. L’avevano cercato persino in Romania e in Montenegro, quando si seppe della presenza in quelle zone di alcuni italiani impegnati in una battuta di caccia. Alla notizia il pensiero andò subito al boss scafatese. Ma ogni ricerca si rivelò inutile. Poi le attenzioni furono rivolte al territorio costiero a sud di Salerno. Qualcuno lo avrebbe avvistato da quelle parti. Invece, la Belva era in montagna, tra il verde incantevole dei monti Picentini. Matrone non usava telefonini, nè pizzini. L’operaio idraulico arrestato con l’accusa di aver coperto la latitanza ha detto di non sapere che quell’uomo che accudiva quotidianamente fosse un ricercato, un boss della camorra. Ora Matrone è rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Ariano Irpino. A quella casa rurale nascosta nel verde sono stati apposti i sigilli. Al figlio del boss il compito di accudire i fedeli compagni di latitanza del padre. «E’ un risultato molto importante che corona l’azione dei carabinieri su tutto il territorio. Dal 1 gennaio di quest’anno sono 27 i pericolosissimi latitanti e ricercati catturati sull’intero territorio della Campania». E’ quanto ha affermato nel corso della conferenza stampa il generale di divisione Carmine Adinolfi, comandante della Legione carabinieri Campania. «Ritengo che questo – ha aggiunto – è il fattivo lavoro investigativo che deve portare alla neutralizzazione del gruppi criminali operanti nella nostra regione». Incalza il procuratore di Salerno Franco Roberti: «L’arresto di Matrone è l’ennesimo duro colpo inferto alla criminalità organizzata. Il nostro impegno resta sempre, però, l’efficace aggressione ai patrimoni delle organizzazioni criminali». Roberti ha sottolineato che le indagini continuano per individuare quanti hanno collaborato per coprire la latitanza del boss che sin dagli anni 80 aveva favorito l’espansione nel territorio salernitano della Nuova famiglia capeggiata da Carmine Alfieri.

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