Il buon esempio del politico

Il buon  esempio del politico
di Giuseppe Foscari
Il professor Giuseppe Foscari
Il professor Giuseppe Foscari

Il Discorso agli Ateniesi di Pericle del 461 a. C dovrebbe essere la Sacra Bibbia del politico, il manifesto del proprio impegno civile. Molti dei candidati a questo turno amministrativo non lo conoscono affatto, non sciupano il loro prezioso tempo in simili letture (né in altre di pari importanza, invero, e, in genere, in libri!), perché sono troppo intenti a far incetta di voti, a stringere mani, a fare promesse che difficilmente potranno mantenere.

E invece, in quel prezioso documento, c’è un richiamo esplicito alle qualità del politico, che deve occuparsi degli affari di uno Stato come di una città perseguendo l’interesse pubblico e non già il proprio becero interesse privato. E un ulteriore, e non meno potente richiamo a rispettare le leggi, concepite per il bene di tutti, e a considerare la discussione, il confronto dialettico, come il sale della democrazia.

In verità, a rileggere i vari articoli di Pericle mi viene il dubbio fondato che persino Renzi non abbia conoscenza del possente monito contenuto in quei concetti che hanno sfidato e travalicato il tempo, i luoghi, la storia, diventando l’essenza stessa del buon politico.

E c’è, nei precetti di Pericle, anche un cenno implicito alla capacità del politico di dare il buon esempio ai suoi concittadini, seguendo regole comportamentali e uno stile di vita virtuoso, con la sobrietà richiesta per una funzione pubblica di alto profilo, nella quale essi devono esibire lungimiranza, avvedutezza, perspicacia, accortezza, abilità, professionalità.

Ecco un altro principio che oramai ci siamo colpevolmente disabituati a riscontrare nei candidati come negli eletti, come se dare il buon esempio sia diventato inutile, superfluo e del tutto privo di significato. Anzi, al contrario, si finisce per ammirare quel politico che si rivela bravo (sic!) a sfidare le buone regole, a esibire il proprio potere e che mostra protervia e sfrontatezza.

Tutto comincia dall’arroganza nel sistemare i propri manifesti elettorali in tutti gli spazi possibili, perché anche lì si gioca la guerra del più forte contro il più debole, dell’arrogante che può imbrattare i muri della città, occupare i rettangoli elettorali altrui, in un delirio di onnipotenza, esibendo manifesti o gigantografie che devono dare il senso smisurato del potere. Lì si gioca la partita del potere che si autorappresenta, che si autocelebra, senza ritegno, anzi, offendendo il senso di decoro e civiltà che dovrebbe essere alla base di una regolare e democratica competizione politica.

Ma, vorrei ricordare a candidati e futuri eletti, che nell’ordinamento storico-giuridico degli Stati e delle società, si è andato affermando quello che i Latini chiamavano lo jus resistentiae, ossia il diritto per il popolo di sollevarsi contro coloro che praticano il potere venendo meno al rispetto delle regole e degli interessi generali. E che vengono meno anche a quel buon esempio che serve a cucire addosso al politico l’abito del virtuoso e del morigerato, proprio come dovrebbe aspirare ad essere chiunque intenda fregiarsi di quel titolo di Politico e non, per usare una dispregiativa metafora del teatro, di “cane da palcoscenico”.

 

redazioneIconfronti

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