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il Cafone di Salerno

il Cafone di Salerno
di Andrea Manzi

Luci_artista_saSaranno le luci pacchiane, i colori sgargianti, i preziosismi compositivi neo bizantini, l’oscuro e ligneo stupore del contado che fotografa eccitato i luccichii che ispirano la cromoterapia di massa cui si sottopone lungo i sentieri delle Luci dell’anti-arte, proposte abusivamente nell’ingannevole mascheramento dell’arte autentica; sarà la poetica e ingenua dignità dei valligiani che lasciano l’hinterland per seguire oranti la scia della Nuova Cometa di Salerno, dimentichi del morso della fame e del ruggito di tempi mai così avari – due ore di pullman, mezz’ora di scarpinata frenetica aggravata dal peso di mappate oleose di friarielli, frittate di maccheroni e parmigiane grondanti; sarà il Nuovo Sole del riformismo lucano/campano spuntato da più di vent’anni sulla città splendente che la declamazione fumante del Condottiero colloca nella più alta simbologia dell’Europa giusta e riformata (Civitas dei, a dir poco); sarà per amore di Ignazio Silone che, nei semplici e ingenui, intravedeva i cittadini che si sarebbero riscattati, rendendo merito alla Storia; sarà per olezzi e afrore che investivano, l’altra sera, con zaffate penetranti letali; sarà per queste sensazioni acute che la mente di chi scrive se n’è andata in giro per sentieri lessicali, in cerca del Cafone, proponendo(si) una domanda: chi è Costui, dove origina e dove risiede linguisticamente?
Nel linguaggio sanguinolento del Condottiero (specie dopo i ferimenti ai quali lo ha sottoposto di recente la perfida storia), il Cafone ricorre e spopola. È Cafone chi si oppone alla (sua) modernità, chi non riconosce l’europeismo del Nuovo Corso (di suo conio), soprattutto è Cafone chi nega il Verbo (il suo, ovviamente). È l’apostata, il Cafone, l’uomo che vive la defezione dalla fede, e va da sé che chi è Cafone, secondo questa teoria, è irrimediabilmente perduto, altro che laica speranza di riscatto (Silone s’illudeva).
I lessici purtroppo non danno certezze, per cui il Condottiero ha colmato un vuoto, operando laddove la storia del linguaggio aveva fatto cilecca. Qualcosina, però, gli storici dicono, da Semeraro a Zaro. E sono cose che orientano. Non riscuote troppo credito, secondo i loro studi, la tesi in base alla quale il Cafone è colui che, intorno al 1400, arrivava nei comuni del Frusinate dall’entroterra lontano per acquistare bestiame, quello “co’ ‘a fune” alla quale legare i capi imbizzarriti. Una ricostruzione, questa, che non integra l’etimo incerto né risarcisce l’ansia di conoscenza. Hanno preso così il sopravvento tesi più verosimili: probabile derivazione dal latino cabònem (cabo-onis, cioè cavallo castrato) e, infine, è spuntata anche la pista che porta dritto a Cafo, un centurione romano.
Se passasse l’ultima ipotesi, il Cafone non sarebbe l’apostata o il reo, ma il Capo. Non è possibile, diranno Condottiero e centurioni della Nuova Era Salernitana. Invece occorre essere cauti, perché – secondo derivazioni e incuneamenti campani del linguaggio – il termine Cafone indicherebbe proprio “il signore della stalla” o il padrone degli armenti. Una conferma dell’etimo capovolto? Non è dato affermarlo, ma potrebbe essere. Spunta così una prima luce nel cielo degli enigmi linguistici di Salerno. Cafone non sarebbe il rozzo e ottuso ma, con ogni probabilità, proprio il Signore che lo accusa di essere tale. Le conclusioni? Lasciamole ai linguisti: “Cafone, parola in cui è avvenuto lo scambio di labiale f<b, richiama accadico qabûm, comandante, che dà ordini”. Vi sarebbe così un significato traslato che connota l’identità del Cafone come quella di chi, con sgarbo e arroganza, comunica con i suoi (animali). Quando dici gli imprevisti della lingua.

IConfronti per Le Conache del Salernitano

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Commenti (1)

  • Vincenzo

    Articolo colto ed interessante. Il punto vero, a mio avviso, e’ lo scarso capitale sociale che vive Salerno mentre quello umano si allontana.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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