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Il camminar m’è dolce in questa via

Il camminar m’è dolce in questa via
di Andrea Manzi

nordic-walking-donna-uomoCammino dunque sono. La locuzione cartesiana, debitamente riletta in chiave dinamico-deambulante, non è una boutade domenicale, ma una verità più o meno indiscutibile che attraversa i secoli e i giorni e li segna con un’orma. Gli Stati Uniti rilanceranno, in tutto il 2014, il fascino docile di quest’orma che spesso dimentichiamo per anni, abbandonandola nel terreno della nostra infanzia o della nostra giovinezza sportiva, senza aggiungerne un’altra e, poi, un’altra ancora come vorremmo e dovremmo fare più spesso.

Gli americani, che non scherzano mai soprattutto con gli affari, scommettono sul camminare come pre-condizione strategica per allungare la vita e tagliare i costi della sanità. Sono circa quaranta le malattie che la più naturale e antica delle pratiche umane riuscirebbe agevolmente a prevenire, secondo l’American College of Sport Medicine (Acms): dal diabete alla depressione, al tumore al colon e al seno, all’Alzheimer (ritardabile, con un’attività fisica coerente e costante, anche di 5/7 anni), per non dire dell’ipertensione, dell’osteoporosi fino alle maggiori e più gravi patologie cardiovascolari.

Bastano dieci minuti per iniziare, per avvertire – già dopo qualche giorno – l’appassirsi dentro di noi dell’ansia rovinosa che ci attacca e ci condiziona nella vita e nei rapporti, inchiodandoci all’infernale sedia dei nostri guai. Sono le endorfine, spiegano gli scienziati, che attenuano stress, tensioni, cadute di tono e ci restituiscono la mente limpida e, talvolta, anche la creatività. Nelle sue Confessioni, Jean-Jacques Rousseau proclamava una speculare corrispondenza tra i suoi piedi in movimento e la mente in risveglio: medito solo se cammino, diceva con una perentorietà “ontologica”. Una certezza, questa, che fu sperimentata da altri pensatori, da Kant a Rimbaud, e che ripropone a tutti, uomini di ingegno e intelletto e comuni mortali interessati a ritardare, come e più dei primi, l’avvento della dea nera, la possibilità di camminare filosofeggiando, attivando pensieri altrimenti nascosti o curiosità che la vita quotidianamente falcia e sotterra. Esiste un camminare in grado di suscitare esperienze profonde, incontri con realtà che si aprono con meraviglia alla nostra osservazione. Luca Giannotti ne L’arte del camminare, da buon alpinista, suggerisce il “deep walking”, che è appunto il procedere lentamente con profondità di pensiero. Una sorta di meditazione dinamica che apre percorsi di grande suggestione dentro di noi, metafore fiammanti della Hans House Harrier, inaugurata circa ottanta anni fa in Malesia per promuovere la scoperta della giungla e rinverdire così la nostra intimità. I benefici, intendiamoci, non sono soltanto psicologici o spirituali, ci mancherebbe. Sono fisici, innanzitutto: gambe più forti, sangue che irrora in profondità, senza le temute avarizie e apatie del circolo, e grasso che vola via e ci asciuga, ringiovanendoci. E sì perché camminare “brucia” più dello jogging. Perciò, la parola d’ordine dell’Acms è “ogni corpo cammini!” (every body walk!), vale a dire non moriamo seduti nella indifferente accidia dell’inattività. Nel rapporto farmaci-movimento, d’altra parte, non c’è partita. Anzi la partita c’è stata e si è conclusa con la vittoria netta del più innocuo e utile degli sport, il camminare appunto: i medici americani hanno accertato che, anche in fase riabilitativa, il moto è molto più utile dei farmaci. Lo hanno dimostrato comparando gruppi di pazienti reduci da infarti, ictus o gravemente ammalati di diabete e trattati con modalità diverse, soli farmaci oppure prevalente attività fisica e nuovi stili di vita.

La scienza, oltre che lo spirito, ci chiede quindi di dedicare al sereno e lento cammino trenta minuti al giorno, non di più. Ne troviamo tanto, anzi troppo, di tempo per correre, rincorrere, accelerare, distruggerci in competizioni spesso inutili e autolesioniste. No, basta rallentare le corse abituali e trasformarle in cammino, allenare cioè la nostra disponibilità a procedere su ritmi più umani, entrare con occhi e polmoni spalancati nella natura (un angolo di verde lo si trova anche nelle periferie più densamente e malamente urbanizzate) per trasformare il nostro tempo e la nostra esistenza spesso invivibile. Come si trasforma il nostro tempo? Vivendolo dal di dentro, dall’anima del nostro pensiero che dovrà diventare vigile e partecipe, in un’alternanza di suggestioni rinnovate. Ieri “la Repubblica” ha intervistato Robert Redford sull’anima specchiata dei luoghi nei quali l’attore va ad irrorarsi di vitalità. Sono i sentieri nei quali egli procede per ritrovare la salute e il Sé. Tra pochi giorni, Redford comincerà le riprese di “A walk in the woods” (“Una passeggiata tra i boschi”), che conferma per il settantasettenne divo la predilezione per la natura non soltanto stampata negli occhi ma percorsa a piccoli passi, quasi per non violarne l’incanto. Sono trascorsi circa cinquant’anni dal suo leggendario film “A piedi nudi nel parco” (era il 1967) e la febbre del verde continua a spingerlo con una forza irresistibile. A Park City, tra i severi monti dell’Utah, ha fondato un laboratorio pulsante del cinema indipendente. Per un’artista nato in California, ubriaco di surf, è una rivoluzione che si spiega con l’attitudine ad entrare nella natura, percorrendola, cercando con essa punti di contatto fisici, tattili. Forse per questo motivo Sidney Pollack, che tentava di limitare al massimo le finzioni filmiche durante le riprese, pensò spesso a lui quando nella natura bisognava entrarci per davvero, spingendosi lungo alture innevate o inerpicandosi su tratturi impervi o lanciandosi in acque ghiacciate di ruscelli d’altura. È così, in queste circostanze, che lo stupore del viandante o camminatore va in giro “sulle gambe” di una facoltà che si attiva prodigiosamente, ma solo e a condizione di muoversi. Nei luoghi si deve andare di persona, come fa Redford, anziché attendere i racconti degli altri. I propri racconti, quelli non riproposti per sentito dire, sono fatti di immagini incamerate con avida curiosa e partecipata attenzione, mentre le nostre facoltà, recuperate dal moto, si potenziano per consentirci di aprire la nostra finestra interna sul silenzio che è in noi. Accade a Redford, ma può accadere a tutti di attivare l’occhio dell’anima. È una sorta di interruttore, che presuppone la modalità terapeutica del cammino. Un tempo, da bambini, avevamo le ingenue motociclette alle quali davamo la corda per poter assistere alle performance frenetiche e piroettanti dei super eroi di quei tempi. Ora accade anche alla nostra sensibilità di ritrovare, “passo dopo passo”, attivati dalla “corda” della volontà, nuove opportunità per esprimerci al meglio e mettere in mostra attitudini e capacità. Così come la massa muscolare, dopo i cinquanta anni, comincia a perdere naturalmente consistenza, così anche la nostra attenzione procede infilandosi nelle nebbie. Sono però nebbie diradabili. Lo verificò anche Nietzsche, che in molte circostanze dovette riconoscere al solitario cammino una capacità di recupero di attenzione e al pensiero una riacquisita e insperata profondità.

Perciò, muoviamoci.

 

E verso Santiago di Compostela don Aniello ritrovò la fiducia

Don Manganiello

Don Manganiello

(a.m) Don Aniello Manganiello, l’ex parroco di Scampia, mandato via da quell’area a rischio dopo una vita dedicata agli ultimi da una chiesa poco sensibile alle grandi battaglie anticamorra, ha sbollito la sua rabbia e ritrovato la fiducia, proprio in uno dei suoi abituali lunghissimi cammini verso Santiago di Compostela. Ottocento chilometri tondi tondi, scarpinati in quattordici giorni, partendo da Saint-Jean-Pied-de-Port, ultima cittadina francese prima del confine con la regione spagnola della Navarra. Fu lungo quel percorso iniziato con il magone e riproposto a se stesso con senso di sfida nel momento più difficile della sua vita, che il prete maratoneta ritrovò la fiducia. Lo abbiamo narrato nel libro “Gesù è più forte della camorra” (Rizzoli), in cui il coraggioso sacerdote ha raccontato a chi scrive l’avventura del suo cammino illuminante. Era partito, don Aniello, che pensava di lasciare la Congregazione dei padri guanelliani, ritornò con un rafforzato senso dell’obbedienza e una forza d’agire che era scomparsa dentro di sé. “Quel Cammino mi ha consentito di rimettere insieme le parti di me più lacerate…Sono laboratori dinamici, i pellegrinaggi, fatti di sentire comune e di affinità profonde. Io e i miei amici in quei giorni eravamo, anche fisicamente, parte della nostra Chiesa in cammino verso il Signore, una Chiesa che, a mano a mano che si avvicinava la meta, riusciva a diventare progetto, azione, vita”.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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