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Il carisma di De Luca sintomo di una democrazia sotto sforzo

Il carisma di De Luca sintomo di una democrazia sotto sforzo
di Andrea Manzi

vincenzo-de-lucaÈ sempre più paradossale, a vent’anni dal suo primo accredito pubblico, la portata della figura e del ruolo di Vincenzo De Luca, uomo simbolo di una transizione che, a fronte di una iniziale promessa di ricambio, ha consolidato quelle che Gianfranco Pasquino definisce “nuove-vecchie autorità”.

La società che lega morbosamente con immagini forti, come quella del sindaco di Salerno, contrariamente a quanto appare, non si occupa per davvero di politica, non ama la competizione, non alimenta la democrazia dell’alternanza, ha istituzioni deboli, partiti a volte inconsistenti o manovrati e, soprattutto, una cittadinanza lontana e latente. È una società nella quale i gruppi non competono concretamente e le componenti sociali, accademiche, religiose, professionali esibiscono un profilo essenzialmente formale. Il contrario, cioè, di una società dinamica in grado di interagire con forze politiche e istituzioni e, quindi, capace di “condizionare” la storia, imprimendo direzione agli eventi.

Un regime democratico può essere effettivo, ma anche semplicemente nominale, segnato cioè da un divenire continuo, indicatore di una condizione perennemente precaria e “sotto sforzo”. In questa seconda ipotesi l’ascesa trionfale di personaggi apparentemente invincibili come Vincenzo De Luca spesso non è la conseguenza di rapporti di forza formalmente ridefiniti tra formazioni sociali e politiche, ma può diventare una rivolta contro le frustrazioni tipiche di società politicamente impotenti, che scelgono la delega in bianco rispetto all’onere della partecipazione e vivono l’attesa come fede.

La democrazia impersonata da uomini così netti promette il recupero di presunte regalità perdute, ostenta la capacità di modificare in meglio le cose, ma talvolta, della politica tradizionale, muta spesso soltanto la pelle, trasformando il vecchio in peggio. I riti elettorali, nei quali il sindaco di Salerno trionfalmente si impone da sempre, sottolineano un’azione di lotta abilmente condotta che ha portato, negli anni, a scalzare i detentori del vecchio potere, consolidando un insediamento antagonista ma sostanzialmente omogeneo rispetto alla “natura” del potere per il potere della tradizione. Un’azione di lotta, come questa, non segnala, però, un’effettiva prospettiva di novità.

Tuttavia, il simpatico/antipatico De Luca è riuscito, laddove altri hanno fallito, a trasformare una politica umanistica e ideologica in una tecnica funzionale. La politica, fino a non molti anni fa, si era radicata all’interno di perimetri umanistici nei quali il cittadino/utente deteneva la centralità. La politica dell’età della tecnica, invece, “rappresenta” ruoli, sistemi, interessi e funzioni, tutti soppesabili e rigorosamente fungibili. Per questo motivo “destra” e “sinistra” scolorano nel sistema deluchiano, costruito per ospitare una “macchina perfetta”, non influenzabile da culture non riferibili alla macchina stessa. Anche la tradizione risulta sepolta in questo sistema di efficienze e traguardi, così come la memoria e la sapienza politica che, dai greci, arrivano fino a noi.

La simpatia/antipatia,  perciò, più che un giudizio ambivalente dei cittadini costituisce la spia di un conflitto, di una lotta tra l’essere cittadini come siamo e il voler diventare come dovremmo, forse, essere. Su tutto, però, aleggia la verità che Vincenzo De Luca non ha avversari, perché nessuno, contrapponendosi a lui, ha mai indicato o calcato terreni radicalmente alternativi, in termini progettuali e di cultura istituzionale, riuscendo ad ostentare a malapena tentativi rivelatisi di esangue imitazione. Tentativi mimetici che, per definizione, sono impolitici se non addirittura anti-politici e che hanno rafforzato l’immagine del sindaco, trasformandola in carisma. Così si spiega il clamoroso risultato registrato dal Corriere del Mezzogiorno, qualche mese fa, che vide il sindaco di Salerno al vertice delle due classifiche antinomiche della simpatia e dell’antipatia.

 

 

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Commenti (1)

  • giuseppe

    Ma perchè non usava nel titolo la parola segno e non sintomo, almeno per aprire a terapie alternative future, una terapia già esistente , un confronto ad altre referenze e rappresentanze -visioni politiche-. Sintomo mi sembra una rassegnazione – realtà permanente- Grazie.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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