Il carnevale pretende un nuovo ordine al posto del vecchio

Il carnevale pretende un nuovo ordine al posto del vecchio
di Ernesto Scelza
Ernesto Scelza
Ernesto Scelza

Non so cosa sia rimasto del profondo significato del carnevale ai nostri giorni. Poco, temo. Forse nulla. Si fa festa, certo. Non si va a scuola o al lavoro. E ci si trova a celebrarlo con le forme e gli strumenti approntati da mesi dall’industria del divertimento: maschere, un po’ di euforia, qualche veglione organizzato. Qualche piccola follia, qualche minima trasgressione. Niente in confronto al carnevale che emergeva in passato come una potente metafora del passaggio dal vecchio al nuovo, dal caos ad un nuovo ordine cosmico. E in cui i popoli indoeuropei, quelli dell’area del Mediterraneo, i nostri antichi popoli consentivano che si infrangessero le regole. Ogni regola: i padroni che servivano gli schiavi, i potenti che venivano sbeffeggiati. La rappresentazione di un mondo che finiva in attesa che con l’equinozio di primavera la natura riprendesse il suo corso. E si realizzava una sintesi tra cosmo e natura, tra società e individuo. L’eterno ritorno dell’uguale, il ciclo infinito dell’universo, si realizzava passando dalla sregolata follia ad una nuova realtà ordinata. E il nuovo manteneva la memoria dell’impazzimento, come un monito e un destino. L’era cristiana ha agganciato questa primordiale e vitale festa ai tempi della espiazione, della passione e della resurrezione, facendo del mercoledì delle ceneri dopo il martedì grasso di carnevale l’inizio della Quaresima. Ma se guardiamo ai nostri giorni, non solo il senso del carnevale si è dissolto. Sono svaniti anche i segni del passaggio rigeneratore ad un ordine nuovo. La follia non è di un giorno, ma ci accompagna costantemente. E sono i potenti, i ricchi, i padroni a esprimerla senza ritegno. Convinti come sono che sia prima che dopo il carnevale il comando e il dominio su uomini e cose resteranno nelle loro mani.

redazioneIconfronti

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