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Il Cilento dei falsi profeti

Il Cilento dei falsi profeti
di Andrea Manzi

cilIl sottosviluppo del Mezzogiorno è stato una formidabile leva per il rafforzamento della criminalità economica e del lobbismo strategico. Tale verità è rimasta talvolta nascosta sotto mentite spoglie. Molte intraprese pseudo imprenditoriali sono state contrabbandate per iniziative dalle forti connotazioni sociali, tese alla rimozione di ostacoli che si frappongono allo sviluppo. Di fatto, invece, hanno creato diseconomie, amplificando patrimoni personali e reti di interessi equivoci, lasciando sul territorio opere e attività spesso inutili, ottenute con costi scandalosi addebitati allo Stato.

Il caso del Cilento appare emblematico in tal senso. L’intera area è interessata ad uno spopolamento inarrestabile che, nell’arco di una generazione, iscriverà decine di incantevoli comuni e borghi nel museo en plein air di un territorio in via di estinzione. I progetti che avrebbero dovuto studiare il fenomeno, consentendo alle agenzie di intervento di mirare la spesa pubblica in funzione dello sviluppo, non hanno fornito alcun aiuto. Lo spopolamento continua a determinare i suoi esiti e il Cilento si desertifica giorno dopo giorno, offrendo le sue bellezze paesaggistiche ai turisti per due mesi all’anno. Un ruolo ancillare al servizio di economie e comunità lontane per soggiorni mordi e fuggi, mentre l’anima dei luoghi evapora. Il guaio è che questa deriva appaia inesorabile e spenga sul nascere seri tentativi di inversione di rotta, del potere centrale o del libero mercato. Sono stati così vanificati cospicui finanziamenti che la mano pubblica ha erogato negli ultimi decenni, spesso intercettati da abili centrali che hanno l’obiettivo prevalente di impossessarsene, anche a causa del blackout che si è verificato tra capitalismo e democrazia. Blackout che ha impedito, a fronte di fiumi di denaro affluiti soprattutto grazie agli interventi straordinari, l’estensione dei diritti individuali e la trasformazione delle aree, così come previsto dagli obiettivi strategici, poi sistematicamente frustrati, degli stessi finanziamenti.

Il Cilento si è così sempre di più allontanato dal resto del mondo, fino ad apparire irraggiungibile. Sotto processo, per ritardi e gap strutturali, sono finiti abitualmente i partiti o quel che resta di loro, ma si è sempre glissato sulla più grave responsabilità della politica, quella di essersi messa al servizio di un ceto affaristico che oggi (paradosso dei paradossi) l’accusa come causa dei mali. Nel Cilento si è consentito che un gruppo di potere gestisse denaro pubblico per centinaia di milioni di euro, attraverso un reticolo societario abile e insinuante, che ha attratto nel proprio universo inautentiche iniziative di cartello, volte sulla carta alla promozione umana e culturale del territorio. Tale gruppo non ha mai rischiato un solo euro dalla propria tasca per avere ottenuto sempre gli investimenti strapagati dalla munificenza che lo Stato spesso riserva alla razza padrona. Riesce agevole dedurre che il potere centrale ha finto di ritrarsi dalle attività che avrebbe dovuto direttamente gestire per simulare adesioni a strategie liberali, ma di fatto si è calato con tutta la sua forza su territori disperati, attuando il proprio declassamento per finanziare tali agenzie speculative, grigie e superprotette.

Nel Cilento si è compita così la rapina che, nel Mezzogiorno intero, ha il nome dei commissariamenti, di inutili opere d’oro, di cattedrali nel deserto della Casmez, di insulse programmazioni centrali e negoziate. Un fiume di denaro intercettato da cavalieri di ventura che hanno finto di ispirarsi a generose utopie, producendo ricchezze di nuovo conio per le proprie lobbies e per le proprie opache famiglie, perennemente affamate di Stato e di assistenza gratuita. Naturalmente, queste “rapine” sono la prova della illegittimità oltre che improduttività di un intervento straordinario così gestito.

Occorrerà quindi liberare queste terre dallo Stato e accompagnarle nelle dinamiche di un mercato che separi rigidamente il pubblico dal privato, nel tentativo di invogliare l’imprenditoria autentica ad entrare nel circuito. Tale obiettivo, però, passa per la denuncia pubblica, oltre che storica, di quelle centrali d’interesse che hanno legato il Cilento al passato padronale, fingendo di aiutarlo. Occorrerà scavare in decenni di protezioni (anche giudiziarie) e di complicità politico-affaristiche, un cocktail che ha prodotto un solo risultato: l’arricchimento smodato di poche famiglie e la retrocessione di un’area che va invece liberata da tali gioghi.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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