Dom. Set 15th, 2019

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Il Cilento ha bisogno di sindaci non di ‘eroi’

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di Andrea Manzi (da Il Mattino del 19 luglio)
di Andrea Manzi
Andrea Manzi
Andrea Manzi

Cilento, Diano e Alburni hanno bisogno di sindaci e non di eroi. Questi ultimi si sono rivelati “falsi e crudeli” come gli dei dell’antica Grecia, che circa sei secoli prima di Cristo sbarcarono in questa terra con le navi dei coloni per sentirsi a casa propria. I primi (i sindaci) non hanno creduto con convinzione che già da anni fosse maturo il momento per aprire le loro realtà chiuse a un governo del territorio aggregato su un moderno piano di coesione. È stato così che il vuoto progettuale si è trasformato nella paralisi che ha isolato questo paradiso dal resto del mondo, offrendo ai novelli satrapi un’area grigia da opprimere.

Non si arriva e non si parte senza pena dal Cilento, gli antichi borghi si allontanano da anni a causa della collina franosa che rovina sulle strade, l’economia ristagna, dei giovani residuano vaghe tracce e, nonostante quattro riconoscimenti mondiali e la pioggia di bandiere blu, non evolve, da Paestum a Sapri, alcun “sistema di branding” per l’impossibilità di convivere (per turisti e visitatori) con le necessità del viaggio: circolare, mangiare, visitare, dormire. I paesi si svuotano e quest’area, che misura il 60 per cento del territorio della provincia di Salerno (ma registra una bassa densità: circa 70 abitanti per kmq), si ‘scolla’ da ogni idea di milieu e comunità vasta, vivendo come terra protetta e non produttiva, senza attitudine alla governance competitiva e al governo “a rete”.

Sopravvivono ancora strutture intermedie di settore, superate per rapidità di intervento ed efficienza strategica. Sono apparati collaudati nell’utilizzo clientelare dei fondi pubblici, soprattutto regionali ed europei. Operano nell’assenza di effettivi controlli e grazie a contiguità diffuse. In questo grande Parco naturale, i soli Consorzi di bonifica – carrozzoni cigolanti che costano in tutta Italia mezzo miliardo di euro l’anno e che il premier Renzi promette di tagliare a breve – hanno speso in qualche decennio centinaia di milioni di euro, talvolta realizzando opere apparentemente utili, ma delle quali occorrerebbe verificare il rapporto costi-benefici.

Contro questa gestione discutibile del denaro pubblico, che spinge il decentramento amministrativo verso derive di “(g)localismo” clientelare, una programmazione rivolta alla crescita dovrebbe ripartire da una effettiva unione tra i Comuni o, quanto meno, dal potenziamento delle attuali esperienze istituzionali associative di servizio. Non c’è dubbio che sarà dura sconfiggere la protervia di inveterate rendite di posizione contrabbandate per attività imprenditoriali. Nel 2010, all’inizio della passata legislatura regionale, il vice presidente del Consiglio Antonio Valiante, cilentano doc, presentò un innovativo disegno di legge per il riordino dei poteri regionali e locali. Quel testo non è mai diventato legge per un’oscura ostruzione, che utilizzò sponde di palazzo. Sarebbe il caso di recuperare il senso di quelle norme mancate, orientando la bussola verso una laboriosa democrazia di base riedificata sui Comuni e con la Regione intenta alle sole attività di programmazione, indirizzo e controllo. Obiettivo che lega con lo sviluppo caro alla nuova leva dei sindaci, favorisce un federalismo municipale etico-compatibile, e per fortuna diverge dai falsi eroi entrati come zombie nel terzo millennio.

 

(da Il Mattino del 19 luglio)

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