Dom. Lug 21st, 2019

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Il Colle dei veleni: da Segni a Cossiga, da Scalfaro a Napolitano

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Il capo dello Stato non è “ricattabile”, non cambia idea sul ricorso alla Consulta e di fronte a “torbide manovre destabilizzanti” che stanno investendo il Quirinale chiama il mondo politico ed istituzionale a difendere “il corretto svolgimento della vita democratica”. Ecco l’ira fredda di Giorgio Napolitano - descritto oggi “determinato” come non mai a “tenere fermo il punto” - materializzarsi gelida e contundente, dopo un’agitata notte di riflessione, attraverso un comunicato durissimo che mostra come ormai, per il Colle, la misura sia colma. Toni da chiamata alle armi, quelli usati oggi da Napolitano, per difendere un’istituzione, la presidenza della Repubblica, finita nella bufera, sotto attacco. Un momento forte e sempre drammatico della politica italiana, una situazione che ha più di qualche precedente. Le stanze del Quirinale, prima residenza estiva dei Papi e poi residenza dei Savoia, hanno visto i loro inquilini repubblicani spesso in angustie. Il primo “intoppo” farebbe oggi sorridere per la sua leggerezza: Luigi Einaudi fu accusato da Giovannino Guareschi di sponsorizzare l’ottimo Nebbiolo della sua tenuta mettendo ben in vista nell’etichetta il termine “senatore”. Campagna anti-Einaudi sul giornale “Candido” e conclusione con una condanna di Guareschi a otto mesi per vilipendio del capo dello Stato (condanna che lo scrittore non scontò). Le cose si fecero più serie nei settennati seguenti. Antonio Segni fu accusato (ma solo molti anni dopo aver lasciato il Colle) di aver “forzato” nel 1964 le prerogative del capo dello Stato e di aver predisposto il “piano Solo” progetto militare di emergenza per consegnare il potere all'Arma dei Carabinieri. Giovanni Leone fu invece assediato dalle critiche quando era in carica: critiche da parte di Pci e Dc per la sua linea trattativista durante il caso Moro. E fu poi bersaglio di una campagna giornalistica sullo scandalo Lockheed, in cui fu accusato di aver preso tangenti, motivo che lo costrinse alle dimissioni nel 1978. E come dimenticare le fragorose esternazioni del “Picconatore” Francesco Cossiga alla fine del suo mandato, nei primissimi anni ‘90? Cossiga fu assediato per le sue rivelazioni su Gladio, gli attacchi all'immobilismo del sistema e la difesa, molte volte sopra le righe, di tutti gli “armadi” della Prima Repubblica. Cossiga è stato l'unico capo dello Stato per cui si aprì la procedura di impeachment prevista dalla Costituzione. Picconò tanto da lasciare prima del previsto il Palazzo dimettendosi dopo una serie di annunci a sorpresa rifugiandosi poi a curare la sua depressione in Irlanda. Ma è con Oscar Luigi Scalfaro, il Presidente eletto a cui l’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli assegna oggi un ruolo politico nella trattativa Stato-Mafia, ad aver mostrato il Colle quanto mai esposto ai marosi e ai vortici. Fu la polemica legata al ‘Sisdegate’ a spingerlo a gridare in diretta Tv il suo «Io non ci sto». Fu una serata drammatica quella del 3 novembre 1993; la Tv interruppe la diretta di una partita di calcio di Coppa Uefa per trasmettere un messaggio del Capo dello Stato alla Nazione. Gli uomini del Sisde accusavano Scalfaro ed altri ex ministri dell’Interno di aver percepito 100 milioni di lire al mese. Scalfaro aveva dato una lettura di quell'attacco come di una rappresaglia, uno strascico velenoso nei riguardi della massima carica della Repubblica, da parte di gruppi, cordate, lobby legate alla classe politica travolta da tangentopoli. In seguito Scalfaro finì nella polemica politica per aver dato vita al governo del “ribaltone” che prese il posto di quello di Berlusconi nel 1994.

Il capo dello Stato non è “ricattabile”, non cambia idea sul ricorso alla Consulta e di fronte a “torbide manovre destabilizzanti” che stanno investendo il Quirinale chiama il mondo politico ed istituzionale a difendere “il corretto svolgimento della vita democratica”. Ecco l’ira fredda di Giorgio Napolitano – descritto oggi “determinato” come non mai a “tenere fermo il punto” – materializzarsi gelida e contundente, dopo un’agitata notte di riflessione, attraverso un comunicato durissimo che mostra come ormai, per il Colle, la misura sia colma. Toni da chiamata alle armi, quelli usati oggi da Napolitano, per difendere un’istituzione, la presidenza della Repubblica, finita nella bufera, sotto attacco. Un momento forte e sempre drammatico della politica italiana, una situazione che ha più di qualche precedente. Le stanze del Quirinale, prima residenza estiva dei Papi e poi residenza dei Savoia, hanno visto i loro inquilini repubblicani spesso in angustie. Il primo “intoppo” farebbe oggi sorridere per la sua leggerezza: Luigi Einaudi fu accusato da Giovannino Guareschi di sponsorizzare l’ottimo Nebbiolo della sua tenuta mettendo ben in vista nell’etichetta il termine “senatore”. Campagna anti-Einaudi sul giornale “Candido” e conclusione con una condanna di Guareschi a otto mesi per vilipendio del capo dello Stato (condanna che lo scrittore non scontò). Le cose si fecero più serie nei settennati seguenti. Antonio Segni fu accusato (ma solo molti anni dopo aver lasciato il Colle) di aver “forzato” nel 1964 le prerogative del capo dello Stato e di aver predisposto il “piano Solo” progetto militare di emergenza per consegnare il potere all’Arma dei Carabinieri. Giovanni Leone fu invece assediato dalle critiche quando era in carica: critiche da parte di Pci e Dc per la sua linea trattativista durante il caso Moro. E fu poi bersaglio di una campagna giornalistica sullo scandalo Lockheed, in cui fu accusato di aver preso tangenti, motivo che lo costrinse alle dimissioni nel 1978. E come dimenticare le fragorose esternazioni del “Picconatore” Francesco Cossiga alla fine del suo mandato, nei primissimi anni ‘90? Cossiga fu assediato per le sue rivelazioni su Gladio, gli attacchi all’immobilismo del sistema e la difesa, molte volte sopra le righe, di tutti gli “armadi” della Prima Repubblica. Cossiga è stato l’unico capo dello Stato per cui si aprì la procedura di impeachment prevista dalla Costituzione. Picconò tanto da lasciare prima del previsto il Palazzo dimettendosi dopo una serie di annunci a sorpresa rifugiandosi poi a curare la sua depressione in Irlanda. Ma è con Oscar Luigi Scalfaro, il Presidente eletto a cui l’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli assegna oggi un ruolo politico nella trattativa Stato-Mafia, ad aver mostrato il Colle quanto mai esposto ai marosi e ai vortici. Fu la polemica legata al ‘Sisdegate’ a spingerlo a gridare in diretta Tv il suo «Io non ci sto». Fu una serata drammatica quella del 3 novembre 1993; la Tv interruppe la diretta di una partita di calcio di Coppa Uefa per trasmettere un messaggio del Capo dello Stato alla Nazione. Gli uomini del Sisde accusavano Scalfaro ed altri ex ministri dell’Interno di aver percepito 100 milioni di lire al mese. Scalfaro aveva dato una lettura di quell’attacco come di una rappresaglia, uno strascico velenoso nei riguardi della massima carica della Repubblica, da parte di gruppi, cordate, lobby legate alla classe politica travolta da tangentopoli. In seguito Scalfaro finì nella polemica politica per aver dato vita al governo del “ribaltone” che prese il posto di quello di Berlusconi nel 1994.

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